Pagine

mercoledì 31 maggio 2023

ATTRAVERSI UNA STRADA
di Girolamo Dell’Olio 

 
Attraversi una strada, ed è un altro mondo. Via della Colonna, lato destro, oggi. Liceo scientifico “Guido Castelnuovo”. Esattamente dirimpetto al classico “Michelangiolo”. Si può dire? Un’altra atmosfera. Se c’è uno spirito del tempo, quello che i tedeschi chiamano ‘Zeitgeist’, allora forse ce n’è uno anche dei luoghi, quello che latinamente chiamiamo ‘genius loci’. E il ‘genius’ di stamani, lato destro di via della Colonna, mi è parso diverso da quello libero, allegro, maturo, sperimentato venerdì davanti al “Michelangiolo”. Impressionante anche il modo in cui ho visto i ragazzi gestire qui i ritardi: in affanno, letteralmente correndo.
Mai generalizzare, però!
Ho trovato davvero utile e saggio, per esempio, il suggerimento che questo allievo mi ha proposto a proposito del cartello che portavo sulle spalle, invitando a firmare per il referendum contro l’invio di armi sul teatro di guerra in Europa orientale. ‘Io sono d’accordo con lei!’, mi fa. ‘Ma le sembra il caso dove il 90 per cento delle persone, in quanto minorenni, non potrebbero esercitare questo diritto?’.
‘Intanto però serve per discutere, per parlarne’, replico. Su questo concorda. E mi complimento con lui per la sensibilità che dimostra. Però, è vero, si può far meglio: il messaggio ai ragazzi dovrebbe essere più diretto, più concreto. Ci penso.
 ‘Non ce la fanno più stare, là?’, e indica l’altro lato della strada. A quanto pare questo ragazzo si riferisce allo scambio vigoroso con quel prof. ‘pubblico ufficiale’ che aveva minacciato di chiamare i Carabinieri, venerdì.
‘No, è che ci sono bell’e stato: cambio! Perché? Hai visto la scena dell’altro giorno?’
‘Certo che l’ho vista!’
Ci consoliamo ridendo.
‘Guardi, quello…’
‘Eh! me l’hanno detto. È un po’ particolare.’
‘È famoso!’
‘Eh, sì, s’è visto. No, no, io ora sto girando un po’ le varie scuole, per mettervi in guardia su questa storia della scuola 4.0, che è pericolosissima.’
‘Sì, sì, ho letto’
‘Fra l’altro ci sono un paio di scuole, una a Roma e una a Varese, che si stanno già opponendo. Non vogliono i soldi del PNRR per riempirsi di questa robaccia. Non obbediscono alla trasformazione dell’uomo in macchina. Perché alla fine è questo quello che vogliono! Tu sei qui al Castelnuovo?’
‘No, io sono al Michelangiolo.’
‘Non lo so: penso che in questi giorni scriverò a tutti i presidi per chiedere che sia data l’opportunità, alla nostra associazione, di incontrare i ragazzi dentro la scuola. Incontri laici, a più voci, dove ognuno dica la sua, giusto perché possano sentire anche dal mondo esterno dei punti di vista diversi. Ho già scritto da un pezzo al Machiavelli, al Marco Polo, al Pascoli. Ma per ora non rispondono’.
‘Coraggio!’
‘Buona giornata!’

 
E poco dopo lo vedo che sta per entrare nel Liceo, lupus in fabula, l’amico prof. Ci intercettiamo con lo sguardo e gli lancio un sorriso. Che non mi sembra ricambi.
 
Adesso è un allievo del Castelnuovo delle ultime classi, che mi chiede:
‘Si può firmare il referendum?’
‘Sì, ma sei maggiorenne? E hai un documento di identità?’
‘Sì, ma prima vorrei capire meglio diche si tratta’.
‘Certo, hai ragione. Aspetta che tiro fuori dallo zainetto il testo del quesito’.
Ci interrompe quest’altro studente:
‘Sa, devo dirle una cosa: quel professore, sa, che si e è messo a discutere con lei, l’altro giorno? Mi ha detto che ha fatto la denuncia. La volevo avvertire…’
Il tono è amichevole e solidale. Che caro!
‘Ah, grazie, grazie! Tu sei del Michelangiolo?’
‘Sì’.
Lo rassicuro: ‘No, no, non c’è problema’
‘Volevo dirglielo, perché se…’
Lo ringrazio di nuovo.
Voglio pensare che abbia semplicemente raccolto una voce. A volte i ragazzi drammatizzano. Perché sono puliti, sono seri, hanno il senso della giustizia innato. Intanto ho recuperato il testo del quesito referendario per lo studente del Castelnuovo, e glielo spiego. È dei due sulla guerra, quello che mi sembra più efficace, quello promosso da Enzo Pennetta. C’è anche un gruppetto di suoi compagni che ascolta. Ma, deve ancora pensarci. E ci salutiamo.
 
Ultime brevi considerazioni.
 
Anche qui, un bel po’ di insegnanti si rifiuta di accettare il messaggio scritto sul volantino. Uno addirittura, un mio vecchio amico, mi accoglie con un ‘Ma dai, a quest’età manifesti? Che cos’è?’.
Spiego. Non commenta. Aggiunge solo speranzoso un ‘Presto vado in pensione!’
Che ritornello, questo della pensione! Me li ricordo, gli ultimi anni di scuola in sala insegnanti. Dove non si parlava che di pensioni, trasferimenti, avvicinamenti.

 
Non particolarmente calda l’accoglienza dal secondo studente in ordine di arrivo di buon’ora: ‘Peggio della Mediolanum!’
‘Come?’
‘Siete sempre addosso, qua! Peggio della Mediolanum!’
‘Mediolanum?’
‘Mediolanum: la banca che ti chiama…’
‘Ma io… non ti vendo nulla!’
‘Eh?’
‘Non ti vendo nulla’
‘Ho capito, ma siete sempre qua! Ogni giorno vedo sempre persone che cercano di darci ’sti volantini’.
L’unica altra volta che sono stato qui era a marzo. E si parlava d’altro: la ‘lettera aperta ai presidi ‘antifascisti’ di Firenze’.
‘Ma l’hai letto, per lo meno?’
‘Son sempre le stesse cose’
‘Forse potresti approfondire, forse non guasterebbe. Giudicare prima di conoscere non è mai una bella soluzione. Però, padrone! per carità’.
 


Con un adulto (non so se insegnante o altra mansione) è stato invece gradevole poter quanto meno condividere un sentimento di responsabile preoccupazione per la grandine normativa che sta arrivando. ‘Questa nuova scuola quattro punto zero rischia di essere molto pericolosa per i ragazzi. Si diventa tutti macchine. Soprattutto, ci viene chiesto di insegnargli a diventare macchine…’
Non si è sviluppato un ragionamento, ma per lo meno ha ascoltato, annuendo.

CONCERTO ANTIMILITARISTA
All’Ateneo Libertario.




BALLOTTAGGI
di Franco Astengo

 
È il caso di ribadire alcuni punti fermi prendendo in considerazione il livello dei commenti e delle analisi che in queste ore si stanno leggendo in esito ai ballottaggi svolti il 28-29 maggio per l'elezione dei sindaci in diversi comuni sparsi per l'Italia e in particolare (come si riferisce di seguito in questo lavoro molto abborracciato e schematico) in 6 comuni capoluogo di provincia e 1 comune capoluogo di regione (anche se piccola e periferica come le Marche).
I risultati si possono leggere in 3 modi:
a) come stanno facendo i grandi mezzi di comunicazione (e come stanno accettando le forze politiche) con il metodo "calcistico" di conteggiare i Sindaci conquistati alla stregua dei goal segnati. Si comprende come questo metodo segua l'accrescimento o la sottrazione di piccole fette di potere (anche rispetto alla mappa interna delle logiche di partito) ma difficilmente così si riesce a leggere l'insieme del procedere della vicenda politica;
b) analizzare comune per comune discese e risalite delle candidature e delle diverse forze politiche, liste civiche, ecc. Si tratta di un metodo che può essere seguito soltanto attraverso una profonda conoscenza delle diverse realtà locali sotto l'aspetto economico, sociale, del contesto politico specifico, del valore delle candidature. Un'operazione che richiede sicuramente tempo e non mediocre capacità d'interpretazione;
c) tentare (consapevoli di tutti i limiti del caso) di analizzare i dati secondo un metodo d'interpretazione complessiva in modo da fornire alle forze politiche interessate una prima chiave di lettura dei dati sfuggendo - appunto - alla mera logica ragionieristica evidenziata nel punto a).
Cercando di lavorare nei termini indicati dal punto c) si possono evincere queste prime indicazioni di carattere generale:
1) se colleghiamo la fragilità del sistema politico all'indicatore della partecipazione al voto appare evidente che questa fragilità persiste e avanza. Nessuna forza politica, in questi anni, è riuscita a invertire la tendenza: considerati i 13 comuni capoluogo impegnati in questa consultazione la percentuale dei voti validi è scesa dalle elezioni politiche 2022 a quelle comunali 2023 dal 65,19% al 56,02%. Nei 7 comuni capoluogo arrivati al ballottaggio in cui erano iscritti nelle liste 502.701 tra elettrici ed elettori al primo turno si erano espressi 281.370 voti validi (55,97%) scesi a 253.132 nel secondo (50,35%);
2) Il centro-destra si afferma evidenziando una maggiore compattezza in un quadro di capacità coalizionale corroborato dalla presenza partitica. Questo è un elemento da tenere in considerazione. Su 13 comuni capoluogo al voto al primo turno i simboli dei tre partiti maggiori della coalizione sono stati presenti ciascuno in conto proprio a sostegno del candidato-sindaco in 11 comuni su 13 (eccetto Imperia feudo di Scajola e Massa dove era presente soltanto il simbolo di FdI contornato da liste civiche). Un solo candidato sindaco fuori dai due poli è arrivato al ballottaggio (vincendo): il discusso Bandecchi a Terni.
3) Nel centro-sinistra abbiamo registrato la presenza del simbolo del PD in tutti i 13 comuni ma con una varietà di presenze in coalizione: M5S con il proprio simbolo a Brindisi Latina, Teramo, Pisa AVS con il proprio simbolo a Imperia, Massa, Siena, Terni, Treviso (a Brescia presenti separati Verdi e Sinistra Italiana), Azione - Italia Viva ad Ancona. Il M5S ha presentato propri candidati sindaci ad Ancona, Brescia (in coalizione con UP e PCI), Imperia, Massa (in coalizione con Unione Popolare), Siena, Terni (in coalizione con UP e lista civica), Treviso (in coalizione con Unione Popolare), Vicenza.
4) Tornando ai dati complessivi dei 7 comuni in ballottaggio si registra come i candidati sindaci del centro-destra abbiano ottenuto 126.820 voti incrementando rispetto al primo turno di 20.961 suffragi mentre quelli del centro -sinistra ne hanno avuto 101.474 cioè 29 voti in più rispetto al primo turno. A mio giudizio se intendiamo fornire un giudizio politico complessivo su questo esito elettorale non possiamo sfuggire a tre considerazioni:
a) cresce comunque l'astensione;
b) si definisce meglio il profilo bipolare che dal punto di vista del centro-destra accentua i termini di alleanza tra partiti;
c) il PD perno della coalizione di centro-sinistra non riesce a presentarsi rispetto a due porzioni di elettorato come soggetto decisivo sul quale far poggiare una coalizione alternativa alla destra: quello del M5S (la parte residuale del voto 5 Stelle passato dal turbine della volatilità estrema negli anni '13-'22) che evidentemente considera il PD partito dell'establishment. Un elettorato 5 Stelle che ai propri candidati sindaci al primo turno aveva dato 9.624 voti. Eguale discorso per elettrici ed elettori di UP ormai evidentemente molto diversi da quella che era la base di Rifondazione Comunista e molto meno sensibile ai richiami unitari (nel primo turno - sempre riferendoci ai 7 comuni capoluogo andati al ballottaggio) ai Sindaci presentati da Unione Popolare erano andati complessivamente 7.608 voti.
In conclusione una possibile lettura politica dei dati riferiti ai 7 comuni capoluogo andati al ballottaggio ci indica non solo l'ovvia necessità di costruzione di alleanze ma anche quella (rispetto a porzioni di significativo elettorato) di lavorare per la definizione di un profilo spiccatamente alternativo. Si tenga presente, infine e ancora una volta, il tema astensionismo sicuramente non risolvibile da qui alle elezioni europee. Situazione che necessita quindi di un forte richiamo di identità per trattenere almeno l'elettorato residuo dalla tentazione di ulteriori fughe: un segnale unitario sul versante di sinistra potrebbe anche rappresentare un possibile punto di riferimento positivo.

martedì 30 maggio 2023

CHIRURGHI IN PRIMA LINEA
di Angelo Gaccione

 
Contardo Vergani

Ricerche come queste in cui si è avventurato il chirurgo Contardo Vergani sono encomiabili perché fondono materie fra le più diverse e vanno a scavare dentro archivi, ambiti e luoghi per far parlare fatti, documenti, dati, memorie, vite, che altrimenti rimarrebbero muti. Non si tratta di semplice medicina, il suo orizzonte si dilata e finisce, quasi necessariamente, per comprendere storia, politica, etica personale e quant’altro l’agire umano e gli eventi sociali vanno a determinare. Per averne un’idea basta dare una semplice occhiata alla bibliografia del volume che stiamo prendendo in esame: Chirurghi in prima linea. Storia degli ospedali chirurgici mobili nella Grande guerra, e all’apparato fotografico che lo correda. Non va dimenticato che Vergani è prima di tutto un medico e dunque la passione per la storia è mossa prevalentemente dalla sua professione. A fine lettura ci si renderà conto che il suo intento (ben quattro anni di ricerche spostandosi da un luogo all’altro) non era solo quello di rendere giustizia ai tanti colleghi in camice bianco che rischiando la propria vita sui vari fronti di guerra l’hanno salvata ad un numero considerevole di soldati, ma di avere, altresì, tenuto d’occhio l’interesse per diagnosi e clinica che della medicina stanno alla base. L’intervento dei medici in prima linea durante la grande guerra - o inutile strage -, come l’aveva definita Papa Benedetto XV, diventerà un prezioso apprendistato per medici dalle diverse specializzazioni e per la sanità civile; grazie al dibattito scientifico e ai congressi di chirurgia che avranno luogo. Dibattito e confronto che si incentreranno sulle ferite di guerra: cranio-cerebrali, midollari, toraciche, addominali, osteo-articolari, e con la consapevolezza di dover operare in ambiente asettico per la buona riuscita dell’intervento; un ambiente sterile in grado di non compromettere il successo. Dati ed esperienza che ritorneranno utili negli anni a venire.


Vergani in camice bianco

Teniamo conto che la ricerca di Vergani è focalizzata prevalentemente ad indagare sull’idea pioneristica di Baldo Rossi di portare al fronte il suo Ospedale Chirurgico Mobile, addirittura smontabile. Se consideriamo i tempi e le contingenze belliche, possiamo capire immediatamente il quadro delle difficoltà in cui si va a prestare soccorso. Baldo Rossi vincerà la sua sfida, dotato com’è di una volontà di ferro, di grandi capacità organizzative, di una sterminata rete di contatti e di entrature, ma anche di notevole senso pratico. Non solo troverà il denaro per la sua creatura che battezzerà “Ospedale Chirurgico Mobile Città di Milano”, ma ne scriverà il regolamento e ne disegnerà persino il bozzetto del prototipo. Al seguito della “carovana” composta da diciotto carri merci che si muoverà il 15 maggio del 1916 dallo scalo di Porta Vittoria per dirigersi al fronte, viaggiavano all’incirca centocinquanta persone. Rossi è come se spostasse il suo intero efficiente padiglione Zonda sul teatro di guerra. Non solo medici e militari di grado differente, ma anche dame della Croce Rossa che, con mansioni fra le più diverse, daranno il loro prezioso contributo di abnegazione e di umanità. Alcune di loro pagheranno questa devozione con il sacrificio della vita.

Baldo Rossi in un dipinto
di Pietro Gaudenzi

L’idea di Baldo Rossi si rivelerà valida: poter disporre di un soccorso il più vicino possibile al fronte di guerra per la cura dei feriti, significa intervenire in modo più rapido rispetto alle distanze delle strutture ospedaliere fisse. Tant’è che presto all’ospedale mobile di Rossi si affiancherà il numero 2 col nome “Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde” diretto dal prof. Bozzi e il numero 3 intitolato al nome del medico Giovanbattista Monteggia. L’Ospedale Maggiore di Milano, il Policlinico, così io lo chiamo da sempre, conserva tuttora uno dei padiglioni intitolati al suo nome, come conserva una lastra ricordo per Rossi allo Zonda, voluta da amici e colleghi che per l’occasione si erano auto tassati.

 
Il Policlinico

A chiusura della sua ricerca Vergani si chiede, alla luce dell’esperienza, se l’idea propugnata da Rossi di costruire gli ospedali chirurgici mobili fu vera gloria. Al netto delle polemiche, delle inevitabili incomprensioni, delle criticità reali (personale non sempre all’altezza del compito o poco specializzato, costi eccessivi, ecc.), dopo aver confrontato le posizioni non sempre benevole di personalità di primo piano della chirurgia del tempo, Vergani dà una risposta positiva e fa bene. Ricordiamo qui di sfuggita che persino l’imbocco di una galleria era stata trasformata in ospedale da campo, quella di Zagora, dove vengono ricoverati 323 feriti ed eseguiti 176 interventi chirurgici. Questo per dire in che situazione si doveva operare. Davanti a tanto indefesso impegno c’è da inchinarsi a uomini e donne come questi, e bisogna andare fieri del servizio offerto dall’équipe milanese. Ma anche le cifre depongono a favore del 1° ospedale chirurgico “Città di Milano”: più di 5 mila interventi chirurgici di cui oltre 4 mila su feriti gravi. Nel complesso i tre ospedali mobili cureranno migliaia di soldati. Se proviamo ad immaginarci per un momento i luoghi di calvario e di sofferenza dove si svolgeva la guerra di trincea, tra fango, freddo, fame, cadaveri in putrefazione, gas asfissianti, palle di mortai, lamenti, urla, bestemmie dei feriti o di chi si ritrovava con il ventre squarciato dalle pallottole. Se pensiamo all’ambiente allucinante e ostile in cui si doveva esercitare una professione così delicata; ai mezzi limitati e scarsi nel fragore assordante delle armi; al pericolo sempre in agguato a cui si era esposti; “le gesta chirurgiche audaci e disperate” (sono parole di Vergani), di quel pugno di uomini e donne, rasentano l’eroismo o la santità. Uomini e donne che hanno fatto prevalere in ogni istante senso del dovere e umanità, e si sono presi cura medicando, soccorrendo, confortando, incuranti del rischio personale. “Migliaia di feriti salvati da morte certa”, scrive Vergani. Lutti evitati a tante famiglie che si sarebbero assommati ai 650 mila morti e al quasi mezzo milione di mutilati che in quegli anni terribili (1915 – 1918), sono costati a noi italiani. “Innumerevoli discendenti devono la loro esistenza agli uomini e alle donne delle Unità Mobili”, sono ancora parole di Vergani. A quegli uomini e a quelle donne che si sono prodigati per salvarla ai loro padri la vita, e ai quali va reso onore imperituro.
 


Purtroppo quella guerra non è stata di monito al mondo. Non lo sarà la terribile guerra che le succederà, e non lo saranno i conflitti numerosi che insanguineranno il Novecento. Nemmeno l’ingresso dell’umanità nell’era nucleare ha fatto cambiare modo di pensare ai potenti che reggono le sorti del mondo. Abbiamo accumulato ordigni in grado di cancellare per sempre la vita sulla terra, di interrompere la vicenda umana ed il passaggio di testimone da una generazione all’altra. Giovane scrittore avevo creato con uno scrittore celebre come Carlo Cassola, una lega per il disarmo e la pace, consapevoli che il compito di uno scrittore è celebrare la vita, difendere la sua integrità. Come fa la Medicina, la più umana di tutte le scienze. Da allora non ho smesso di scrivere in favore della pace, di testimoniare, di espormi. So di non essere più giovane e di non avere le forze di un tempo, ma non ho mai dimenticato lo strazio che ho provato visitando il Sacrario di Redipuglia. Mi sono convinto che non c’è sventura più grande della guerra che possa toccare a un popolo. E mi sono altresì convinto che non c’è nessuna ragione, se non quella della ragione, per redimere pacificamente i contrasti internazionali. Meglio un anno di negoziati che un giorno di guerra. Meglio una pace ingiusta di una guerra giusta. Per salvaguardare le vite, i beni inestimabili della cultura e dell’ingegno umano, per evitare rovine, profughi, ferocia, odi, disperati, che fatalmente ogni guerra produce.
 

La copertina del libro

Contardo Vergani
Chirurgi in prima linea.
Storia degli Ospedali Chirurgici Mobili nella Grande guerra
Gaspari Editore, Udine, 2020
Pagg. 240 € 29,00

lunedì 29 maggio 2023

LA CENTRALITÀ GRAMSCIANA
di Franco Astengo
 


Gutta cavat lapidem: può essere così sintetizzato l'utilizzo dell'opera di Gramsci nell'ambito della "doppiezza togliattiana" per far sì che si scavasse nel monolite del "marxismo-leninismo" (solidificato in chiave idealistica)?
Il tema percorre la prima parte di En attendant Marx di Marcello Montanari (2023 edizioni Biblion) che descrive l'itinerario del marxismo italiano dal 1945 al 1989. Almeno fino al convegno gramsciano del 1958 con le relazioni di Togliatti e Garin il confronto teorico sul marxismo sembrava misurato tra lo storicismo di "Società" che conservava un rapporto  con la filosofia idealistica (anche se verso di questa era fortemente critica) nel modo di immaginare la trasformazione di una classe particolare in classe generale e il collocarsi tra "uomo copernicano" e "uomo totale" nell'interlocuzione con i livelli più alti della filosofia moderna (il neo-kantismo di Banfi e il neo-positivismo di Dalla Volpe). Il tutto però non oltrepassava il marxismo ortodosso. Togliatti (nel corso del convegno già citato e rispondendo anche a Bobbio) utilizza Gramsci (di cui aveva già fatto pubblicare un'edizione "ragionata" dei Quaderni) sorpassando l'interpretazione di Sereni che lo riduceva a esponente del materialismo storico - dialettico. Nell'occasione Togliatti richiama come la stessa formazione del gruppo dirigente del PCI fosse avvenuta al di fuori dagli orientamenti ideali e politici sovietici (nel testo di Montanari si fa cenno al volume "La formazione del gruppo dirigente del partito comunista italiano 1923-24). È da questo orientamento che deriva (riprendo il testo di Montanari): "il Partito non più espressione degli interessi di una sola classe sociale, ma di una soggettività politica di massa, co-fondatrice della nuova democrazia costituzionale nata nel'48". Così di seguito: "il marxismo doveva mostrare di sapersi misurare anche con una lettura della storia nazionale (della storia del Risorgimento così come di quella del fascismo, cui Togliatti stesso aveva dedicato le lezioni pubblicate da Stato Operaio) per offrire una propria lettura dei processi costitutivi dell'identità nazionale, per mostrare la sua capacità di guardare agli interessi collettivi e, infine, per giungere a una esatta comprensione delle mutazioni della morfologia sociale indotte dalla modernizzazione capitalistica".



Su di un punto però la riflessione post-togliattiana accumulò un sensibile ritardo: nella costruzione di  quell'intellettuale collettivo, interlocutore di movimenti e istituzioni dal basso, promotore di una riforma culturale e morale che Gramsci aveva indicato (un ritardo che poi si sarebbe visto, spaventosamente, al momento della liquidazione del partito nell'89): riforma culturale e morale che avrebbe dovuto colmare, nel disegno del grande pensatore sardo, la realtà di un paese che non aveva avuto la riforma religiosa e che aveva costruito il suo “Risorgimento” soltanto attraverso l'opera di una élite intrisa di romanticismo. Non si può fare a meno di considerare la "centralità gramsciana" pur nell'articolazione della riflessione marxista sviluppata in Italia nel corso del XX secolo. Gramsci infatti fu il solo, tra i marxisti della sua epoca, che non si limitò a spiegare il fallimento della rivoluzione nei punti alti dello sviluppo capitalistico con la teoria del “tradimento” dei socialdemocratici, o con la debolezza e gli errori dei comunisti; e allo stesso tempo non ne trasse affatto la conclusione che la Rivoluzione russa era immatura ed il suo consolidamento in Stato un errore.


Cercò invece le cause più profonde per le quali il modello della Rivoluzione Russa non poteva essere riprodotto nelle società avanzate.
La rivoluzione russa rappresentava, però, il retroterra necessario (e il leninismo un prezioso contributo teorico) per una rivoluzione in Occidente, di percorso diverso e di esito più ricco. La rivoluzione era dunque, per Gramsci, un lungo processo mondiale, per tappe, in cui la conquista del potere statale, pur necessaria, interveniva ad un certo punto secondo le condizioni storiche, e in Occidente presupponeva comunque un lungo lavoro di conquista di “casematte”, la costruzione di un blocco storico tra classi diverse, ciascuna portatrice non solo di interessi diversi ma con proprie radici culturali e politiche. Nel contempo, una tendenza già inscritta nello sviluppo capitalistico e nella democrazia ma altrettanto il prodotto di una volontà organizzata e consapevole che vi interviene, di una nuova egemonia politica e culturale, di un nuovo tipo umano già in formazione. Tutto questo è stato disperso e sospeso nella polverizzazione degli anni ’80-’90.
 

 

 

 

BIBLIOTECA PARCO SEMPIONE




domenica 28 maggio 2023

IO DON MILANI 
di Norma Bertullacelli*   


 

Don Milani

C’è un grande affannarsi di uomini di potere attorno ai cadaveri di personalità che in vita avevano avversato quei poteri e quelle figure e da cui avevano ricevuto avversione e ostilità: al proprio operare e alle proprie idee. Ad ogni anniversario, o centenario, si scatena una gara a chi li incensa di più quei cadaveri. Ma che cos’ha a che vedere l’avversione di don Milani per la guerra e il militarismo con le idee e l’operare di Mattarella? Norma Bertullacelli in questo scritto finge di essere Don Milani e rinfresca al presidente della Repubblica la memoria.


 

La scuola a Barbiana

Onorevole Mattarella, 
vengo a sapere che il 27 maggio, giorno corrispondente al centenario della mia nascita sulla terra, è venuto a visitare il “mio paese” e la mia tomba. 
Un passo importante e significativo, verso un uomo e sacerdote assolto dall’accusa di “apologia e incitamento alla diserzione e alla disobbedienza civile” solo in quanto morto, mentre il mio coimputato per gli stessi reati è stato condannato. Non presumo che con questo gesto Lei abbia deciso di comunicare al mondo che condivide al 100% le mie opinioni ed i miei scritti. Ma forse Lei vuole esternare la sua adesione ai principi più importanti tra quelli che volevo insegnare ai miei ragazzi: o a quelli che più direttamente riguardano la carica che lei ricopre, la più importante della Repubblica.  
Forse però ha mutato alcune delle sue opinioni; e forse intende prendere le distanze da alcuni gesti suoi e delle istituzioni che lei rappresenta. Forse oggi lei intende comunicare che condivide la mia affermazione “Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto”? A maggior ragione, aggiungo oggi, chi occupa la massima carica dello Stato. 
La scuola, come lei sa, è stata tutta la mia vita. Ho criticato duramente, con la durezza che mi imponeva il Vangelo, la scuola del mio tempo. Una scuola che respingeva i ragazzi, come un inutile ospedale che “cura i sani e respinge i malati”. La scuola di oggi respinge ancora: l’ISTAT ci informa che 13,1% sono 18-24enni che hanno abbandonato precocemente il sistema di istruzione e formazione. Tra i giovani senza cittadinanza italiana è al 35,4%, all’11,0% tra gli italiani. Oggi come ieri “voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi”. Lo scrivevano i miei ragazzi nella Lettera a una professoressa. Conta forse, signor presidente, di mandare un autorevole richiamo alla scuola di oggi? Che si autodenomina, sciaguratamente, “del merito”; bollando come “non meritevoli” analfabeti, poveri e stranieri? Tra quanti abbandonano precocemente la scuola, quanti sono i figli delle classi agiate? Quanti di loro potrebbero permettersi di passare ad un “diplomificio” per procurarsi l’agognato “pezzo di carta”? 



A sinistra con Gaccione l'obiettore
di coscienza Giuseppe Bruzzone
più volte incarcerato.
Foto scattata da Giuseppe Denti 
in Largo Cairoli a Milano sabato
27 maggio 2023. Corteo contro la guerra


Dal Il 31 gennaio 2015 Lei ricopre la carica di presidente della Repubblica. Quindi “supremo garante della Costituzione e capo supremo delle Forze Armate”. Ha assunto la presidenza mentre era in corso la partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan, scatenata dagli USA con il pretesto della “caccia a Bin Laden”, successivamente catturato e linciato dai marines statunitensi in Pakistan, mai processato né condannato da nessun tribunale statunitense o internazionale. Lei non ha interrotto immediatamente la partecipazione italiana a quella guerra, palesemente incostituzionale. Anche il pretesto dei vincoli NATO, come lei sa, era inconsistente: né l’Afghanistan, né alcun altro paese hanno mai aggredito gli Stati Uniti. La guerra è finita “da sola” lasciando la popolazione afghana, ed in particolare le donne, in una condizione inaccettabile. Ritiene ancora che la decisione italiana di parteciparvi fosse giusta? Fosse compatibile con i principi della Costituzione che “ripudia la guerra”, all’articolo 11? 



Oggi l’Italia partecipa, attraverso un massiccio invio di armi, alla guerra in Ucraina. Partecipazione alla quale non siamo formalmente obbligati, e che ci esclude automaticamente, come parte in causa, da qualunque possibilità di farci attivi promotori di pace. L’Italia persegue una pace giusta o la vittoria sul campo delle forze armate ucraine? Che cosa aspetta, a prendere posizione contro l’invio di armi, presidente? Che dalla Terza guerra mondiale “a pezzi” si passi a quella intera? Che si torni alla coscrizione obbligatoria? Che si metta mano all’arsenale nucleare che, sia detto per inciso, custodiamo in basi militari solo formalmente italiane, ma di fatto di proprietà statunitense? Che senso dà oggi lei alla partecipazione italiana al trattato di non proliferazione nucleare? Che cosa aspetta a sostenere i diritti degli obiettori di coscienza russi e ucraini? Eppure l’Italia ha riconosciuto, sia pure tardivamente e a prezzo di anni di carcere per i suoi profeti-obiettori il diritto all’obiezione, sia in tempo di guerra, sia in tempo di pace. Russi ed ucraini obiettori hanno forse meno diritti dei nostri concittadini? E non venga a sostenere proprio a Barbiana che l’invio di armi all’Ucraina è l’unica posizione degna di uno stato “etico”. Non solo perché centinaia di altri stati non le inviano, sarebbe una ben  misera argomentazione; ma soprattutto perché uno stato che partecipa da decenni a guerre per il mondo in violazione dell’articolo 11 della propria costituzione, che ha consegnato Ocalan e Abu Omar ai loro aguzzini, che discrimina bambini e ragazzi perché nati altrove, che respinge i richiedenti asilo, che ha graziato i piloti del Cermis, che accetta senza battere ciglio che mille persone l’anno perdano la vita sul lavoro, che spende miliardi in armi mentre il suo territorio affonda nel fango, che ha centinaia di aerei da combattimento ma solo 19 canadair per spegnere gli incendi, che impone alle navi che soccorrono i naufraghi di girare mezzo Mediterraneo prima di farli sbarcare,  non ha diritto a definirsi “stato etico”. 



Lei ha avallato la decisione governativa di portare al 2% del PIL la spesa militare italiana. Una decisione formalmente legittima, ma che fa gridare di indignazione chiunque incontri un povero, subisca o veda il dissesto idrogeologico del nostro paese, tocchi con mano il cattivo stato di manutenzione delle nostre scuole, le classi sovraffollate, la carenza di insegnanti di sostegno.  Come cristiano, lei avrebbe avuto il dovere di “gridare dai tetti” che questa è una grave ingiustizia. Ma non ha neppure ritenuto opportuno rinviare il provvedimento alle Camere. 
L’Italia finanzia la guardia costiera libica, un’organizzazione criminale che riacciuffa i migranti e li riconsegna ai lager. Con il contributo italiano. Non uso la parola “lager” per “dare più forza al discorso”, come talvolta sceglievo di fare con i miei scritti. La uso perché l’ha usata il papa. Che ha dichiarato che si potrebbe paragonare l’azione della guardia costiera libica a quella di un ipotetico individuo che vedesse un ebreo fuggire dal lager e richiamasse l’attenzione dei nazisti. Tra pochi giorni, tornando da Barbiana, la sua agenda prevederà la partecipazione alla tradizionale parata militare del 2 giugno; un’inutile ostentazione di forza e prepotenza che sarei tentato di paragonare al gorilla che si batte il petto o al gatto che gonfia il pelo. Vi parteciperà ancora una volta, Presidente? E troverà il coraggio di pronunciare parole di pace, di fronte ad ordigni micidiali (che fanno “vedove e orfani, come ho scritto nella Lettera ai cappellani militari e che sottraggono risorse ai poveri? Ai poveri italiani e ai poveri di tutto il mondo?) 




“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. Lei ed io apparteniamo alla stessa Patria, presidente Mattarella? Se invece l’omaggio che ha voluto rivolgermi è semplicemente un atto esteriore e formale, e non avrà alcuna ripercussione futura sul rispetto della Carta Costituzionale, cui lei è tenuto come cittadino, come supremo magistrato e come cristiano, allora la saluto e la invito a riprendere al più presto la strada, ora un po’ meno dissestata, che ho percorso nel 1954, e che la riporterà rapidamente a Roma. 
Con il dovuto rispetto (e solo quello davvero dovuto) 
Lorenzo Milani, sacerdote della Chiesa Cattolica. 
 
[*Ass. Le Veglie Genova] 

 

UN POPOLO DI CONFORMISTI
di Vincenzo Rizzuto
 


Ci dobbiamo convincere, purtroppo: un popolo che, dopo avere fatto la terribile esperienza del nazifascismo, a distanza di settant’anni, si invaghisce di nuovo della Destra più becera e la porta ai fasti della vittoria, deve avere qualcosa di profondamente radicato nel suo animo. Questo qualcosa sicuramente è anche costituito dalla mancanza di un’adeguata alfabetizzazione dei larghi strati meno abbienti della società. Non a caso la scuola in Italia è da sempre lasciata in un abbandono totale da tutte le ideologie, che di volta in volta si alternano sugli scranni del potere; lo ha fatto la cosiddetta Sinistra e lo continua a fare la Destra con i suoi ministri, che hanno operato addirittura altri tagli all’istruzione. Si lasciano così scuole che crollano addosso alle scolaresche; si nega il tempo prolungato e la mensa a tutti; si affama il personale con stipendi da fame, e non si costruisce un solo asilo nido o scuola materna, che si lasciano in mano ai privati e a cui possono accedere solo i ceti più abbienti con rette di centinaia di euro al mese. La gran parte del mondo dell’infanzia povera è condannata così a crescere nell’abbandono scolastico, che è la vera culla del precariato a vita, dalle cui fila la delinquenza organizzata trae la manovalanza. Questo meccanismo lo aveva capito bene Don Milani, e vi si era opposto generosamente con tutte le sue forze nell’esilio di Barbiana, dove raccolse ragazzi emarginati, che la scuola ufficiale aveva rifiutato come scarto della società. Per questa sua apertura verso gli emarginati, Don Milani fu condannato e vilipeso non solo dai tribunali dello Stato, ma anche dagli intellettuali e dalla Chiesa togata, salvo poi a farne un ‘santo’ e un martire! Per tutto questo non facciamo appello certamente al perbenismo della Destra, che per sua natura è vocata a vedere la Scuola pubblica come fumo negli occhi, ma a quanti hanno a cuore, in nome della democrazia e dell’uguaglianza, l’istruzione dei ceti meno abbienti affinché vengano promosse iniziative serie di rilancio e di difesa della politica scolastica pubblica; non lasciamo, cara Sinistra evanescente, che l’atto educativo, diritto inalienabile della persona, sia solo appannaggio dei ‘figli di papà’, perché se questo dovesse accadere si condannerebbe per sempre la società al sopruso e alla schiavitù del più forte!    

 

 

     

IL NOSTRO PENSIERO PER GLORIA


Gloria a destra della foto con Mirella
nel refettorio della Basilica di San Carlo
in un momento conviviale in ricordo di
padre David Maria Turoldo


Sabato mattina si è spenta a Milano Gloria Manganelli. Amica affettuosa, simpatica disponibile, lascia un grande vuoto in noi, ma soprattutto nell’amata figlia Gloriana e in tutti coloro che l’hanno conosciuta. Lettrice da sempre di “Odissea”, con noi condivideva l’avversione per questa inutile tragica guerra. I funerali si svolgeranno lunedì 29 alle ore 11 presso la chiesa del Santissimo Redentore di via Palestrina, non lontano da Piazza Loreto dove abitava. Noi la ricorderemo per il suo sorriso e per i momenti allegri e sereni che assieme abbiamo passato. Alla figlia Gloriana le condoglianze più affettuose da tutti noi.

ALL’ATENEO LIBERTARIO
Con Emma Goldman




sabato 27 maggio 2023

TUTTI IN PIAZZA CONTRO LA GUERRA
In Largo Cairoli alle ore 15 di oggi 27 maggio 2023.






ELOGIO DEI PRIMINI
di Girolamo Dell’Olio

Firenze. Liceo Classico Galileo

Sono ancora vivi. Poi la scuola li pialla. Ne ero convinto già molti anni fa, quando ho continuato a scegliere le classi dei piccolini appena sfornati dalle medie: più problematiche, ma vive, ricettive, coi sogni ancora dentro gli occhi.
Un po’ la stessa scena stamattina. I grandicelli accampati in piccoli gruppi sul marciapiede sull’altro lato della strada, o nella vicina via dei Biffi dirimpetto al liceo. Lampi di malcelata curiosità, ma sovrana indifferenza! Il gruppetto che sosta accanto al portone d’ingresso già da un buon quarto d’ora prima della campanella, quarta ginnasio, e cioè prima classe del quinquennio, è fatto invece di ragazze e ragazzi coi quali è possibile scherzare, ragionare, spiegare.
Vedono me che porgo ai prof quello stesso volantino che loro si son letti con apparente attenzione.
‘Prego…’
Ma il prof va a diritto. Manco ti guarda. L’aria un po’ schifata. ‘Naturalmente è un prof, quindi lui non può leggere, non può leggere!’, commento. ‘I professori non leggono, non devono leggere! I professori devono avere gli occhi foderati di sano prosciutto!’. Mi guardano. Capiscono. ‘E meno male che dovrebbero essere gli educatori, loro’, aggiungo. ‘Se c’è una persona che distribuisce qualcosa fuori dalla vostra scuola, loro dovrebbero proteggervi, dovrebbero voler vedere cosa c’è scritto. E invece, visto? scappano!’. Perché è proprio questo che fa specie: vedere gli adulti che abdicano al ruolo di adulti, gli educatori che abdicano al ruolo di educatori. Tutti, eseguono: eseguono gli ordini impartiti dai piani superiori. Sono diventati una sola cosa con gli ordini! Abbiamo visto ieri come si atteggia un preside di un prestigioso istituto fiorentino. E così si procede lungo tutta la catena di comando, su su fino a Palazzo Chigi, e all’Europa, e a chi le detta l’agenda. Ma tutti pronti, beninteso, a sfilare compatti alla prima occasione di manifestazione antifascista!

Il corridoio del liceo

Mi son rimesso a ‘disturbare’ la bonaccia conformistica delle scuole spinto dalle parole di una donna che trovo un gigante, Elisabetta Frezza: quelle che ha pronunciato a un recente convegno che tutti dovremmo riascoltare, penso: https://www.facebook.com/9MQWEBTV/videos/225422540116023.
E mi son detto che, insomma, davanti alla catastrofe educativa minuziosamente descritta dalla Frezza bisogna fare qualcosa! Non si può solo rimuginare indignazione! E il volantino che distribuisco, pur sempre pieno di punti interrogativi nelle premesse e nelle conclusioni, vuole provocare, vuole toccare, vuole smuovere. Ma anche l’esperienza di stamani davanti al classico Galileo conferma quanto sia acuta e grave la patologia da cui è affetto il nostro mondo formativo. E quanto sia pericoloso per le sorti emotive e cognitive dei nostri ragazzi.
Ho detto dell’aria spocchiosa con cui la maggior parte degli adulti mi schiva.
Pochissimi accettano. Meno ancora sorridono. Nessuno si ferma a scambiare due parole. Anzi sì: è successo due volte, ma per pochi secondi. Il primo scambio.
‘Ma, sono un’insegnante!’, si schermisce la collega a cui ho consegnato il messaggio.
‘Ma gli insegnanti sono protagonisti in questa storia, purtroppo!’, le segnalo. ‘Per lo meno la maggior parte all’insegna del credere, obbedire, combattere!’.
Qualcosa mi replica, il tono sembra cordiale, ma il rumore di fondo non mi permette di comprendere: si allontana verso la porta d’ingresso in fondo al corridoio.
 Il secondo.
‘Lei per chi parla?’
Sento aleggiare una leggera aura di sospetto nella domanda di questa giovanissima donna sulla soglia del corridoio d’ingresso del liceo.
‘Per un’associazione fiorentina’, e le indico i riferimenti in fondo al volantino. ‘Lei è un’insegnante?’
‘No, sono il direttore amministrativo’.
‘Ah…! Manifestazione autorizzata, comunque!’, la rassicuro.
‘Va bene!’
E qui finisce anche l’interlocuzione.
Dei politici sapevamo. Dei giornalisti, pure. Ma una caduta così verticale di qualità delle due categorie-missione-della-vita, medici e insegnanti, avevamo diritto di non aspettarcela. E invece…