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giovedì 25 maggio 2023

IL MALSVILUPPO
di Giorgio Riolo
 

Territorio. L’eterna incapacità di programmazione.
 
Tra le annose questioni dei caratteri e dei tratti distintivi dello stato-nazione Italia, una importante è la storica mancanza strutturale della programmazione. Non la programmazione scritta. Abbondiamo in buone intenzioni, in piani e leggi. La programmazione e la pianificazione di un paese serio che appresta non solo le misure scritte, ma che mette in fila l’attuazione, la realizzazione pratica con l’indicazione dei vari passi in una visione di lungo periodo. Nella sacrosanta visione della “lunga durata”. Le ragioni sono molte e si evita di andare troppo indietro nel tempo della storia d’Italia. In gioco sono piuttosto le dinamiche particolari di come si è costituito lo stato unitario, la qualità dei gruppi dirigenti, dei ceti politici, la qualità delle classi dominanti e in particolare della borghesia italiana ecc.
 
 

A proposito dei disastri causati dalla calamità in Romagna. Certo all’opera sono il cambiamento climatico e la crisi ambientale generale, planetaria. Ma poi c’è lo specifico dell’Italia. Allora importante è il primo riferimento. Dopo la grave alluvione dell’autunno 1966 nel Nord Italia e in Toscana, con la disastrata Firenze come simbolo sinistro di tali eventi, il governo italiano si decise ad avviare la “Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo”, cosiddetta “Commissione De Marchi”, dal nome di Giulio De Marchi, ingegnere e professore universitario di grande valore. De Marchi è stato esponente di quella borghesia intellettuale italiana nella stagione autentica del riformismo italiano. Borghesia illuminata che per fortuna è esistita ed esiste tuttora in Italia. Da contrapporre alla molto diffusa, parassitaria, famelica, corrotta e corruttrice, borghesia. Entro il famoso capitalismo molto assistito dallo Stato. Entro la cattiva gestione pubblica delle risorse, della corruzione, degli sprechi, del voto di scambio, del clientelismo ecc. L’Italia di allora era entro il regime democristiano, anche se mitigato nella stagione dei vari governi del centrosinistra. Si costituì un ampio gruppo di lavoro di molte figure professionali che dovevano redarre un piano per affrontare il problema per cui venne costituita la Commissione. Questa lavorò dal 1967 al 1970. L’esito fu un documento memorabile, così dettagliato e rigoroso, di ben 2.800 pagine in cinque volumi. Il primo volume apparve nel 1970. In sintesi, si diceva che occorrevano 30 anni (ripetiamo 30 e non l’effimera durata media di un governo italiano) per realizzare il piano e che per la sua attuazione occorrevano circa 9.000 miliardi di lire di allora. Oggi, rivalutati, ammonterebbero a 70 miliardi di euro.



Il seguito è quello classico italiano. “Adelante Pedro, con juicio”. Tutto è stato vanificato. Gli interessi in campo hanno congiurato allora e congiurano tuttora. Anzi, l’antropizzazione senza freni, la cementificazione e l’uso e l’abuso del suolo aggravati hanno avuto libero corso. Con governi di destra e con governi di centrosinistra, senza distinzione. Era quella la giusta visione razionale della prevenzione e non della rincorsa a mettere in sesto il territorio dopo le immancabili alluvioni, le immancabili siccità ecc. Una spesa produttiva preventiva di contro alle enormi spese improduttive per riparare i danni agli umani, alle cose, all’industria e all’agricoltura, all’ambiente. Oggi lo scatenamento degli spiriti animali negazionistici delle destre al governo, contro ambientalisti e contro chi governa attualmente la Regione Emilia Romagna, è solo vergognoso e ributtante. Ma nessuno si ritenga assolto, destre e centrosinistra. E chi pensa di continuare come per l’innanzi, in alto in primo luogo, ma anche in basso. È la prova provata che così non si può andare avanti. Per il cambiamento climatico in atto e per come si gestiscono normalmente i territori italiani.