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giovedì 25 maggio 2023

HIROSHIMA? NON HA INSEGNATO NULLA
di Franco Continolo


È stata opportuna la scelta di tenere il G7 a Hiroshima? I sopravvissuti e gli attivisti per il disarmo nucleare, intervistati dall’AP, ritengono di no. Si è trattato infatti di un G7 di guerra, e la visita di Zelensky ne è stata l’espressione non solo simbolica. Al centro delle critiche è il primo ministro Kishida che è stato eletto a Hiroshima; che non ha firmato il Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, il cui depositario è il Segretario generale delle Nazioni Unite; e al quale si deve la scelta della città come sede del vertice. Andrew Cockburn, capo della redazione politica di Harper’s, prende spunto da questo disagio per riflettere sulla cattiva coscienza americana. Il primo esempio di questa, l’autore lo prende dal WP che in un servizio dal G7, riferendosi alla bomba, parlava di una città “severely damaged”. Ma l’episodio più clamoroso di manipolazione della memoria, Cockburn lo vede in un’iniziativa nippo-americana del 1956, quando 2.000 reperti raccolti nel Hiroshima Bomb Museum furono messi da parte per fare posto a una mostra, chiamata Atoms for Peace, che esaltava i benefici dell’energia nucleare. Della manipolazione della storia fa invece parte l’incerta conta dei morti di Hiroshima e Nagasaki - ne parla in un interessante resoconto Alex Wellerstein. Ancora oggi la stima dei morti varia tra una cifra più o meno ufficiale di 70.000 e 40.000 rispettivamente, e il loro doppio, o oltre. Le fonti giapponesi condividono la responsabilità dell’incertezza: per esempio si stima che a Hiroshima vivessero 30.000 lavoratori coreani non registrati, che quindi non rientrano nelle stime ufficiali. È da notare inoltre che le stime sono molto approssimative già prima del bombardamento. Per esempio, Oppenheimer che forse immaginava che i cittadini di Hiroshima fossero preavvertiti con dei volantini, riteneva che non ci sarebbero stati più di 20.000 morti, più o meno quelli di un bombardamento incendiario su Tokyo. Truman pare invece avesse la testa nel pallone. Chiudo, tornando al presente, con il colonnello Macgregor, citato ieri da Bhadrakumar, che spiega la strategia vincente dei russi a Bakhmut: come nel calcio c’erano - non ho idea se nel cacio “totale” di oggi valga la stessa distinzione - i difensivisti o catenacciari e gli offensivisti, il cui slogan era “la miglior difesa è l’attacco”, così in guerra ci sono quelli per i quali il miglior attacco è la difesa. Esponente di valore di questa linea è stato il generale sovietico Antonov al quale si deve la vittoria di Kursk. Antonov, discendente da una famiglia di ufficiali al servizio dello zar, ebbe il coraggio di contrastare Stalin, il quale alla fine cedette. Il generale Surovikin, secondo Macgregor, sarebbe lo stratega che ha attirato gli ucraini nel tritacarne di Bakhmut.