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domenica 28 maggio 2023

IO DON MILANI 
di Norma Bertullacelli*   


 

Don Milani

C’è un grande affannarsi di uomini di potere attorno ai cadaveri di personalità che in vita avevano avversato quei poteri e quelle figure e da cui avevano ricevuto avversione e ostilità: al proprio operare e alle proprie idee. Ad ogni anniversario, o centenario, si scatena una gara a chi li incensa di più quei cadaveri. Ma che cos’ha a che vedere l’avversione di don Milani per la guerra e il militarismo con le idee e l’operare di Mattarella? Norma Bertullacelli in questo scritto finge di essere Don Milani e rinfresca al presidente della Repubblica la memoria.


 

La scuola a Barbiana

Onorevole Mattarella, 
vengo a sapere che il 27 maggio, giorno corrispondente al centenario della mia nascita sulla terra, è venuto a visitare il “mio paese” e la mia tomba. 
Un passo importante e significativo, verso un uomo e sacerdote assolto dall’accusa di “apologia e incitamento alla diserzione e alla disobbedienza civile” solo in quanto morto, mentre il mio coimputato per gli stessi reati è stato condannato. Non presumo che con questo gesto Lei abbia deciso di comunicare al mondo che condivide al 100% le mie opinioni ed i miei scritti. Ma forse Lei vuole esternare la sua adesione ai principi più importanti tra quelli che volevo insegnare ai miei ragazzi: o a quelli che più direttamente riguardano la carica che lei ricopre, la più importante della Repubblica.  
Forse però ha mutato alcune delle sue opinioni; e forse intende prendere le distanze da alcuni gesti suoi e delle istituzioni che lei rappresenta. Forse oggi lei intende comunicare che condivide la mia affermazione “Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto”? A maggior ragione, aggiungo oggi, chi occupa la massima carica dello Stato. 
La scuola, come lei sa, è stata tutta la mia vita. Ho criticato duramente, con la durezza che mi imponeva il Vangelo, la scuola del mio tempo. Una scuola che respingeva i ragazzi, come un inutile ospedale che “cura i sani e respinge i malati”. La scuola di oggi respinge ancora: l’ISTAT ci informa che 13,1% sono 18-24enni che hanno abbandonato precocemente il sistema di istruzione e formazione. Tra i giovani senza cittadinanza italiana è al 35,4%, all’11,0% tra gli italiani. Oggi come ieri “voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi”. Lo scrivevano i miei ragazzi nella Lettera a una professoressa. Conta forse, signor presidente, di mandare un autorevole richiamo alla scuola di oggi? Che si autodenomina, sciaguratamente, “del merito”; bollando come “non meritevoli” analfabeti, poveri e stranieri? Tra quanti abbandonano precocemente la scuola, quanti sono i figli delle classi agiate? Quanti di loro potrebbero permettersi di passare ad un “diplomificio” per procurarsi l’agognato “pezzo di carta”? 



A sinistra con Gaccione l'obiettore
di coscienza Giuseppe Bruzzone
più volte incarcerato.
Foto scattata da Giuseppe Denti 
in Largo Cairoli a Milano sabato
27 maggio 2023. Corteo contro la guerra


Dal Il 31 gennaio 2015 Lei ricopre la carica di presidente della Repubblica. Quindi “supremo garante della Costituzione e capo supremo delle Forze Armate”. Ha assunto la presidenza mentre era in corso la partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan, scatenata dagli USA con il pretesto della “caccia a Bin Laden”, successivamente catturato e linciato dai marines statunitensi in Pakistan, mai processato né condannato da nessun tribunale statunitense o internazionale. Lei non ha interrotto immediatamente la partecipazione italiana a quella guerra, palesemente incostituzionale. Anche il pretesto dei vincoli NATO, come lei sa, era inconsistente: né l’Afghanistan, né alcun altro paese hanno mai aggredito gli Stati Uniti. La guerra è finita “da sola” lasciando la popolazione afghana, ed in particolare le donne, in una condizione inaccettabile. Ritiene ancora che la decisione italiana di parteciparvi fosse giusta? Fosse compatibile con i principi della Costituzione che “ripudia la guerra”, all’articolo 11? 



Oggi l’Italia partecipa, attraverso un massiccio invio di armi, alla guerra in Ucraina. Partecipazione alla quale non siamo formalmente obbligati, e che ci esclude automaticamente, come parte in causa, da qualunque possibilità di farci attivi promotori di pace. L’Italia persegue una pace giusta o la vittoria sul campo delle forze armate ucraine? Che cosa aspetta, a prendere posizione contro l’invio di armi, presidente? Che dalla Terza guerra mondiale “a pezzi” si passi a quella intera? Che si torni alla coscrizione obbligatoria? Che si metta mano all’arsenale nucleare che, sia detto per inciso, custodiamo in basi militari solo formalmente italiane, ma di fatto di proprietà statunitense? Che senso dà oggi lei alla partecipazione italiana al trattato di non proliferazione nucleare? Che cosa aspetta a sostenere i diritti degli obiettori di coscienza russi e ucraini? Eppure l’Italia ha riconosciuto, sia pure tardivamente e a prezzo di anni di carcere per i suoi profeti-obiettori il diritto all’obiezione, sia in tempo di guerra, sia in tempo di pace. Russi ed ucraini obiettori hanno forse meno diritti dei nostri concittadini? E non venga a sostenere proprio a Barbiana che l’invio di armi all’Ucraina è l’unica posizione degna di uno stato “etico”. Non solo perché centinaia di altri stati non le inviano, sarebbe una ben  misera argomentazione; ma soprattutto perché uno stato che partecipa da decenni a guerre per il mondo in violazione dell’articolo 11 della propria costituzione, che ha consegnato Ocalan e Abu Omar ai loro aguzzini, che discrimina bambini e ragazzi perché nati altrove, che respinge i richiedenti asilo, che ha graziato i piloti del Cermis, che accetta senza battere ciglio che mille persone l’anno perdano la vita sul lavoro, che spende miliardi in armi mentre il suo territorio affonda nel fango, che ha centinaia di aerei da combattimento ma solo 19 canadair per spegnere gli incendi, che impone alle navi che soccorrono i naufraghi di girare mezzo Mediterraneo prima di farli sbarcare,  non ha diritto a definirsi “stato etico”. 



Lei ha avallato la decisione governativa di portare al 2% del PIL la spesa militare italiana. Una decisione formalmente legittima, ma che fa gridare di indignazione chiunque incontri un povero, subisca o veda il dissesto idrogeologico del nostro paese, tocchi con mano il cattivo stato di manutenzione delle nostre scuole, le classi sovraffollate, la carenza di insegnanti di sostegno.  Come cristiano, lei avrebbe avuto il dovere di “gridare dai tetti” che questa è una grave ingiustizia. Ma non ha neppure ritenuto opportuno rinviare il provvedimento alle Camere. 
L’Italia finanzia la guardia costiera libica, un’organizzazione criminale che riacciuffa i migranti e li riconsegna ai lager. Con il contributo italiano. Non uso la parola “lager” per “dare più forza al discorso”, come talvolta sceglievo di fare con i miei scritti. La uso perché l’ha usata il papa. Che ha dichiarato che si potrebbe paragonare l’azione della guardia costiera libica a quella di un ipotetico individuo che vedesse un ebreo fuggire dal lager e richiamasse l’attenzione dei nazisti. Tra pochi giorni, tornando da Barbiana, la sua agenda prevederà la partecipazione alla tradizionale parata militare del 2 giugno; un’inutile ostentazione di forza e prepotenza che sarei tentato di paragonare al gorilla che si batte il petto o al gatto che gonfia il pelo. Vi parteciperà ancora una volta, Presidente? E troverà il coraggio di pronunciare parole di pace, di fronte ad ordigni micidiali (che fanno “vedove e orfani, come ho scritto nella Lettera ai cappellani militari e che sottraggono risorse ai poveri? Ai poveri italiani e ai poveri di tutto il mondo?) 




“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. Lei ed io apparteniamo alla stessa Patria, presidente Mattarella? Se invece l’omaggio che ha voluto rivolgermi è semplicemente un atto esteriore e formale, e non avrà alcuna ripercussione futura sul rispetto della Carta Costituzionale, cui lei è tenuto come cittadino, come supremo magistrato e come cristiano, allora la saluto e la invito a riprendere al più presto la strada, ora un po’ meno dissestata, che ho percorso nel 1954, e che la riporterà rapidamente a Roma. 
Con il dovuto rispetto (e solo quello davvero dovuto) 
Lorenzo Milani, sacerdote della Chiesa Cattolica. 
 
[*Ass. Le Veglie Genova]