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sabato 13 maggio 2023

LA “QUESTIONE LEOPARDI”
di Giorgio Linguaglossa


Contro la lettura reazionaria di Leopardi.


La formula del «pessimismo leopardiano» ha un padre nobile: il filosofo Giovanni Gentile che la inventò in un suo saggio del 1916 sulle Operette morali di Leopardi. Si trattava di una sciocchezza tutta in chiave reazionaria perché intendeva sminuire la figura di Leopardi a poeta impressionistico e regionale e poeta non patriottico o non sufficiente patriottico. Per giustificare tale giudizio, Gentile tira fuori dal cappello a cilindro due posizioni, a suo dire, soggettive e dicotomiche: il «pessimismo della ragione» e l’«ottimismo del cuore», rilevandone la contraddittorietà e, di conseguenza, anche la fallacia, la inettitudine e la superficialità del pensiero filosofico e di quello poetico del recanatese.
Benedetto Croce pubblica due saggi dapprima su “La Critica” e poi nel volume Poesia e non poesia del 1923, dove il filosofo rivolge l’accusa alla poesia leopardiana di essere fondata su elementi allotri, di momenti meditativi, filosofici, polemici che, per il filosofo napoletano, in quanto tali sono giudicati estranei alla ispirazione e «intuizione poetica» e quindi da considerare come «non poetici», tranne un esiguo numero ridotto di idilli; per quanto riguarda la filosofia leopardiana essa sarebbe, nel profondo, «sentimento« e «risentimento» per una «vita strozzata», e quindi dettata da un anelito soggettivo e non da una aspirazione universale qual è propriamente quella della filosofia. In questo che oggi appare come un chiaro pregiudizio, ne deriva la valutazione fortemente negativa anche del pensiero leopardiano giudicato letteralmente inesistente: «La filosofia - afferma Croce - in quanto pessimistica o ottimistica è sempre intrinse camente pseudo-filosofia, filosofia a uso privato».1
Lasciamo da parte le sciocchezze dell’italietta fascista che tentò un recupero del Leopardi come anche di Alfieri e Foscolo giudicandoli precursori del fascismo; lasciamo anche da parte le sciocchezze venute in questi ultimi anni dalla matrice cattolica e reazionaria di mettere su Leopardi l’etichetta di poeta mistico se non addirittura cattolico, e veniamo al punto della «questione Leopardi».
Partiamo dalla triade: Leopardi-Gramsci-Pasolini. Seguendo questo filo rosso possiamo riavvolgere il nastro e rintracciare, a ritroso, quel problema rimasto ancora insoluto dall’Unità d’Italia del 1861 ad oggi di una piccola borghesia (come si diceva una volta) costantemente reazionaria, sempre posizionata dalla parte degli interessi della grande e ricca borghesia industriale (e oggi post-industriale) e dei ricchi produttori agricoli. I migliori e più combattivi intellettuali italiani (che siano essi scrittori, poeti o giornalisti) sono sempre stati messi nelle condizioni di isolamento e di non nuocere, e questo vale anche per la repubblica democratica nata dalla lotta al nazi-fascismo e dalla costituzione repubblicana. I nostri migliori intellettuali sono sempre stati degli isolati, questo postulato è valido per Leopardi come per Gramsci (rinchiuso nelle patrie galere dal fascismo) fino a Pasolini, assassinato dal connubio tra la massoneria reazionaria delle logge segrete in corrispondenza con interessi profondi sottostanti nella Democrazia Cristiana e negli ambienti golpisti collegati con la normale manovalanza delinquenziale.
Oggi, giunti alla fine della seconda repubblica, le cose non sono cambiate granché, gli intellettuali sono diventati merce rara, se non rarissima, e quei pochi sono ridotti alla condizione di salariati e quindi in condizioni di non nuocere. Mi sembra che non ci sia da aggiungere altro.
Per tornare a Leopardi, il 7 Giugno 1820, il recanatese scrive: «E un popolo di filosofi sarebbe il più piccolo e codardo del mondo. Perciò la nostra rigenerazione dipende da una, per così dire, ultrafilosofia, che conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura. E questo dovrebbe essere il frutto dei lumi straordinari di questo secolo» (p. 115 del manoscritto dello Zibaldone).


Questa dizione, «ultrafilosofia», è intesa da Leopardi in senso materialistico, quell’accenno sdegnoso e ironico a «un popolo di filosofi (che) sarebbe il più piccolo e codardo del mondo», deve essere inteso proprio all’opposto da come fu interpretato da filosofi reazionari come Giovanni Gentile e Augusto Del Noce, cioè come «prassi», quella nozione che poi sarà di Gramsci, ovvero, di un popolo che passa alla azione, alla azione politica, quello è il punto culminante del ragionamento del recanatese che vede intorno a sé un «popolo» impolitico e neghittoso; il termine «ultrafilosofia» risiederebbe nel passaggio alla «prassi», in una moderna «filosofia della prassi» (che sarà il cavallo di battaglia di Gramsci rinchiuso in carcere), non certo nel senso idealistico e retorico come l’intendevano filosofi reazionari Gentile e Del Noce. La questione «felicità» di cui scrive Leopardi nello Zibaldone è la felicità non del singolo cittadino ma dell’intero «popolo» neghittoso e inconsapevole, Leopardi parla con sé stesso ma mai per sé stesso, la «felicità» non è mai il raggiungimento di un cittadino isolato ma di un cittadino che vive e opera in una comunità, in un «popolo». Il pensiero di Leopardi muove sempre entro la cornice di un impianto concettuale materialistico erede del pensiero dei Lumi ed è diretto verso l’azione pratica, altro che pessimismo e ottimismo! In Leopardi, nel Leopardi isolato e dimenticato dai contemporanei, c’è sempre chiarissimo il concetto di una filosofia e di una politica della «prassi» che il recanatese chiama «ultrafilosofia». Tutto il pensiero dello Zibaldone è orientato in questa direzione, verso la lotta per il miglioramento delle condizioni di vita e delle condizioni della vita intellettuale del «popolo», altro che mero pessimismo e mero ottimismo, buono per i confetti perugina. La frase tanto spesso ripetuta e tanto spesso equivocata delle «magnifiche sorti e progressive» è da intendere nella seguente accezione: Leopardi ci vuole mettere sull’avviso di diffidare del falso progresso borghese-agrario, in quanto il recanatese mirava ad un progresso molto più radicale, che andasse al di là dell’orizzonte politico della propria epoca e del proprio ambiente, operazione politica di un «popolo» consapevole dei propri diritti nei confronti della «natura» e della «società» di cui il recanatese non scorgeva la benché minima attestazione.
Il termine « utrafilosofia» contenuto nello Zibaldone, è stato riproposto da Cesare Luporini ma in accezione del tutto opposta a quella del Gentile, come un progetto-speranza per gli italiani dell’avvenire, un concetto sì disperato nelle condizioni in cui si trova Leopardi relegato nell’immobilismo dell’Italia della Restaurazione dove non appare all’orizzonte alcuna luce che possa far presagire un diverso destino dei popoli italiani; quando Leopardi verga quella parola, non ha certo in mente un super-uomo nietzschiano quanto un progetto, una disperazione progettualmente pensata in vista di un obiettivo storico concreto; verso le «sorti progressive», dunque, e in questa accezione «sembra condensarsi la “disperata speranza” dell’individuo Leopardi», scrive a ragione Cesare Luporini nel 1947.

 
Note
1 B. Croce, Leopardi in Poesia e non poesia, Bari, Laterza, 1923, pp. 103-119.
2 Il testo Leopardi progressivo fu pubblicato per la prima volta nel volume Filosofi vecchi e nuovi: Scheler-Hegel-Kant-Fichte-Leopardi, Sansoni, Firenze, 1947. Come Luporini scrive in un’avvertenza ad una nuova edizione, datata del febbraio 1980, «questo Leopardi progressivo ebbe subito una sua risonanza particolare, così che poi, nel corso di tutti questi anni, molte volte sono stato sollecitato a ripubblicarlo in edizione separata. Questa domanda proveniva da varie parti, ma soprattutto dal mondo della scuola (insegnanti e studenti), il che mi ha sempre fatto particolare piacere» (C. Luporini, Avvertenze dal 1980 al 1992, in Id., Leopardi progressivo, Roma, Editori Riuniti, 2006, p. ix).