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domenica 24 settembre 2023

DISINCANTO E SPERANZA IN MASSIMO KLUN
di Federico Migliorati 

   

Massimo Klun

Le nuove poesie di Massimo Klun vivono come fossero immerse in un liquido amniotico, primordiale: in esso recuperano il senso di ogni cosa narrata e definita, da esso trovano linfa per “raggiungere” il presente, mai totalmente disgiunto da un passato penetrante, pressante, talvolta ingombrante. Com’è evidente, in questa silloge che si compone altresì di schegge, di brevi testi in prosa, di una letteratura ibrida dal sostenuto registro lessicale, assistiamo a una sorta di flash-back costante tra il tempo attuale (“alla rovescia”) e quello più lontano, tra la sofferenza e i silenzi malati della pandemia di cui ancora percepiamo l’eco e il recupero di una memoria fertile (i genitori, i familiari, l’infanzia, i compagni di scuola, più in generale ciò che ci sta alle spalle) che si autoalimenta di uno ieri divenuto mito, proiezione di una condizione impaniata. Il poeta ricorre a una svariata serie di figure retoriche, metafore, similitudini, analogie e si muove in un universo ove la morte abita la mente, in questo forse debitore del concittadino Saba (“è il pensiero della morte che, infine, aiuta a vivere”), mentre la vita si veste di fatalità, di un Dio che gioca a dadi e l’incidente/accidente è sempre possibile. Klun opera un’azione di efficace parallelismo tra le emozioni e le azioni vissute da fanciullo e quelle della sua età attuale sì da formare un doppio livello di lettura, di architettura scenica sul palcoscenico della scrittura, consapevole che scripta manent. Sul filo di una narrazione frastagliata tra epigrammi e tessitura distesa del flusso di coscienza si affacciano alla vista il perpetuarsi del ritmo circadiano, i singulti della memoria involontaria, i bagliori della mente, il recupero di termini ed espressioni tratti dal dialetto triestino a ispessire il significato. La natura e i suoi elementi (l’aria, l’acqua, la terra), per un autore figlio di un luogo bello e selvaggio che respira il profumo del mare e le atmosfere carsiche, serve sovente a riallacciare i legami con le ombre del tempo più remoto, dissigilla piccoli segreti che trovano la loro epifania, il loro manifestarsi più pieno nell’hic et nunc, tra “ansie antiche” e un “estivo ciondolare”. Personaggi istrionici fanno la loro comparsa e ci dicono di esistenze ai limiti, di visioni e di apparizioni che raccolgono la sfida del percorso di Klun ben sapendo che “sognare è morire”: la poesia e più in generale la scrittura hanno per lui, che vanta una carriera da dirigente assicurativo e bancario, una funzione catartico-terapeutica, in grado di svellere il peso di una tregenda (sia esso il Covid con il suo linguaggio alfanumerico o i tormenti che si trova ad affrontare) per superare tic, fisime, ansie, paure. È come risalire un fiume: superare ostacoli per giungere alla sorgente, alla purezza. In ciò sta l’essenza ultima di questi pregnanti versi: leggere “un diario fotografico sfogliato a salti”, tra disincanto e speranza, nonostante tutto.


La copertina del libro