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venerdì 29 settembre 2023

LA LUCE DELL’INIZIO
di Gabriele Scaramuzza


Massimo Camisasca

È stata la segnalazione di Claudio Toscani il 6 settembre 2023 su “Avvenire” a invogliarmi all’acquisto di questo libro, mosso da due motivazioni intrecciate. La prima è conoscere meglio, al di là dei suoi molti scritti dottrinari (ma forse è riduttivo definirli così, e neppure “teorici” si conviene loro, meglio teologici), l’autore. La seconda è la speranza di potermi addentrare meglio nelle radici vissute della sua convinta adesione al mondo di Comunione e Liberazione, di cui resta tra i rappresentanti di maggiore spicco; ad esso ha dedicato non pochi impegnativi scritti. La mia non è alcuna ricognizione piena di Nella luce dell’inizio; mi soffermerò solo su alcuni spunti (discutibili, certo) che la lettura mi ha offerto. Queste pagine mi hanno per lunghi tratti coinvolto; non fosse stato così, non avrei loro dedicato quest’attenzione, che mi viene spontanea. Ho tentato di spiegarmi il titolo, dubito mi sia riuscito. Lo si può connettere, penso, con l’esperienza di Comunione e Liberazione (e, prima, della Gioventù Studentesca), quale si è configurata nell’autore. In questa linea mi è parso di scorgere in suor Cristiana (pp. 169-172) una sorta di controfigura al femminile del don Giussani che tanta presa ha avuto su taluni. “Effettivamente – mi conferma Camisasca - suor Cristiana rappresenta una eco un po’ sbiadita di don Giussani”. Devo confessare: conosco da tempo Massimo Camisasca (e suo fratello Franco, cui il libro è significativamente dedicato); non ho letto molto di lui, non so quanto ne ho davvero capito, ma mi ha sempre interessato; così mi ha colpito quel tanto che ho saputo della sua vita. Ricordo Comunione e Liberazione. Le origini (1954-1968) - ediz. San Paolo 2001, introdotto da Josef Ratzinger; recensito tra gli altri da Gad Lerner sul “Corriere della Sera” nella primavera del 2001. Non ho modo di rileggerlo ora, ma lo conservo segnato a matita; mi sono rimaste però le pagine sull’ambiente provinciale in cui è cresciuto don Giussani, per certi aspetti analogo a quello in cui sono vissuto io, più tardi. Sullo sfondo sta il mio superficiale rapporto con don Giussani, che pur a modo mio posso dire di aver frequentato. È nato 17 anni prima di me; quando l’ho conosciuto la sua posizione, ormai affermata, era ben diversa da quella di un mero, provvisorio supplente al Berchet, quale ero io. Ricordo la scarsa volontà, peraltro reciproca, di conoscersi; dovrei rimproverare anche a me stesso il vuoto di empatia che ho ascritto a lui. Devo anche aggiungere che, in questi giorni malagevoli per me, l’urgenza di tornare a un mondo lontano, ma per me tuttora ricco di colori, si è acutizzata. Ma torniamo al libro: ben impaginato, a righe larghe, a caratteri leggibilissimi - ed è un sollievo. Accattivante la figura di copertina: è già una promessa. L’esergo poi - Tout comprendre, pour tout pardonner - affascina e insieme interroga; imprime una commovente patina esistenziale all’intero testo.



Il periodo in cui si distende la narrazione è breve: tra il maggio del 1966 e il giugno del 1968. Pochi i personaggi in gioco: protagonisti sono Enrico (il padre), Marco (il figlio), cui si aggiunge Lucia amata, alfine - in un lieto fine - condotta all’altare da Marco: è lei soprattutto a dar volto all’ossatura affettiva del testo. Nelle giornate in cui si articola il racconto tuttavia si proiettano ricordi, attese, speranze. Si rapprendono eventi, persone, meditazioni appartenenti ad anni, climi, contingenze lontane, e per forza di cose differenti. Della figura del padre colpisce il rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale, la conseguente, debilitante, prigionia in uno Stalag (come successe a non pochi altri, tra cui Guareschi, Paci...). Sorprendente è il dialogo difficile, altalenante, e tuttavia rassicurante tra padre e figlio: diversi casi della vita vi si intrecciano; diverse sono le difficoltà anche affettive attraversate. La vita del figlio Marco è incerta ma alla fine riuscita. L’ambiente in cui si muove la vicenda non è il mio, ma ho apprezzato il modo di narrare di Camisasca: spigliato, snello, mai inutilmente contorto; penetrante nelle osservazioni psicologiche e nelle riflessioni etico-filosofiche o religiose. Teso infine a evitare dogmatismi e aprioristici paraocchi, o così mi è parso, encomiabilmente dal mio punto di vista. Mi è sembrato riflettere quello “stato d’animo di silenzio, di pace, di accordo con le cose, di serenità; un senso di giusta distanza nella vita: né ansia, né disinteresse” - di cui leggo a p. 8). Un’eco di Pavese si avverte nel perseguire “quello stile asciutto, essenziale, che esalta il valore della parola, senza togliere nulla al sangue della frase o del verso” (p. 72). Non è il mio mondo, ripeto, e tuttavia vi è presente qualcosa che riguarda anche me; persino la visione del mondo mi è forse meno estranea di quanto si possa pensare. Non solo la crudele “caccia alle lucertole” (pp. 159-160), per me tra me macerie della Milano dell’immediato dopoguerra; non solo l’imbarazzante richiesta “di salire su una sedia e recitare una poesia davanti agli ospiti, nei giorni di festa” (p. 186); non solo un cenno al gioco delle carte (p. 74). Ma soprattutto la sensibilità per la natura, la consuetudine col mondo culturale; il ritorno di artisti da me molto amati quali Montale, Dostoevskij, Mozart, Manzoni, Caravaggio, Verdi, Primo Levi ...; assente tuttavia il “mio” Kafka.



L’universo culturale in cui si muove il romanzo è variegato, non manca l’attenzione al sociale, alla dimensione estetico-artistica, alla realtà psicologica (citata è tuttavia la psicanalisi, non la psichiatria), ovviamente al mondo femminile, che ha anzi un grande rilievo. Dominante resta tuttavia la sensibilità religiosa, evidente soprattutto nelle ultime pagine, otre che naturalmente nella figura di Massimo Camisasca. Una sensibilità che non è la mia e tuttavia non mi è così estranea, anche se esiste per me in modi e in sensi assai lontani dai suoi, ed è stata raggiunta da me per vie sensibilmente differenti. Nell’insieme mi colpisce la visione del mondo presente nel libro: la fiducia in un tono della vita animato dalla speranza, lontano da malinconie, depressioni, angosce, abbandoni (ma l’abbandono è anche affidamento...): “L’abbandono rimane dentro di noi come una voce che non possiamo accettare. Eppure possiamo guarire, se impariamo a poco a poco a perdonare” (p. 148). Questo riprende e motiva l’esergo. L’esortazione è a tentare risposte, a reagire; e non in nome di nulla. A questo si associa una religiosità non nemica del vivere, della sua possibile gioia, del piacere di esistere. Una prospettiva per nulla nuova per me, e già presente negli scrittori da me amati, se non in forme di religiosità appena sfiorate. C’è un messaggio a cui Nella luce dell’inizio dà voce, ed è questa visione positiva della vita, un tantino idilliaca forse, ma aperta alla speranza e alla felicità, non consumata tra malinconie, depressioni, sfiducie. Un’istanza condivisibile, che certo ha proprie condizioni di possibilità in esistenze che si sono salvate, e che può comunque realizzarsi per vie differenti, anche lontane tra loro. Come tanta arte di ogni tempo insegna. Camillo De Piaz coglie benissimo che “il cristianesimo non può e non deve essere inteso come un disperato, suturno, e disumano soggiorno di sragionate rinunce”. Hanno inciso troppo “sulle meditazioni cristiane le fonde occhiaie e il lucidi pallori dei teschi, troppo ci si è scordati” del “gesto festivo di Cristo a Cana” (Giuseppe Gozzini, Sulla frontiera. Camillo De Piaz, la Resistenza, il Concilio e oltre, Scheiwiller, Milano 2007, pp. 81-82). Delle due domande iniziali la prima ha ottenuto risposta, mi si è confermato e arricchito il tono della personalità di Massimo Camisasca. Quanto a Comunione e Liberazione non saprei... sarà per un’altra volta.



Massimo Camisasca
Nella luce dell’inizio
Ed. San Paolo 2023
Pag. 190, € 16.