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lunedì 18 dicembre 2023

L’ANNO DELLE BOMBE 
di Fortunato Zinni


 
Sopravvissuto all’esplosione della bomba della Banca Nazionale dell’Agricoltura dentro cui si trovava, in quanto impiegato, il 12 dicembre del 1969 in Piazza Fontana, Fortunato Zinni in questo lungo racconto ci mostra la criminalità e la vergogna di quella che fu, a tutti gli effetti, una strage di Stato, la cui finalità era di cancellare ogni conquista operaia, civile e democratica, e di assassinare con un colpo di stato militare, le libertà nel nostro Paese.
 

Dal 3 gennaio al 12 dicembre se ne conteranno 145, una ogni tre giorni. Per 96 di queste bombe, la responsabilità accertata è dell’estrema destra. La strage di Piazza Fontana costituisce senza alcun dubbio una svolta nella storia italiana, al culmine del secondo biennio rosso (1968-1969) in un paese nel quale, come in seguito è apparso chiaro, anche a seguito degli esiti della seconda guerra mondiale e agli equilibri geo strategici che ne sono derivati, la sovranità nazionale ha subito pesantissimi condizionamenti. Episodio senza alcun dubbio apicale ma inserito in un contesto inaugurato dall’ assassinio mirato dei sindacalisti siciliani da parte della mafia a partire dall’immediato dopoguerra (34 vittime nel corso degli anni) e dalla strage di Portella delle Ginestre il 1/5/1947 (11 vittime) e proseguito nell’interminabile stagione della cosiddetta strategia della tensione, del terrorismo e delle grandi stragi “politiche” di mafia.


Fortunato Zinni

Sono un bancario in pensione, per un decennio sono stato segretario nazionale della Fisac Cgil il Sindacato dei Bancari e degli Assicurativi e per venti anni pubblico amministratore e sindaco di Bresso, la mia città di adozione dove da circa sessant’anni vivo con la mia famiglia. Orfano di guerra, mio padre è caduto sul fronte greco albanese nella primavera del 1941, sono entrato in orfanotrofio a cinque anni e ne sono uscito con un diploma conseguito presso l’ITCG F. Galiani di Chieti. A diciotto anni sono emigrato in Svizzera, a Lucerna, dove ho fatto l’operaio e sostenuto una decina di esami universitari. Assunto come orfano di guerra a fine 1961 in BNA presso la filiale di Monza e all’inizio del 1963 approdo in Piazza Fontana.
Il 12 dicembre 1969 sono in banca. È un venerdì prenatalizio, una giornata nebbiosa e buia. Pioviggina e fa freddo; la nebbia e una cappa opprimente di smog, attenuano le luci dei lampioni e nascondono le guglie del Duomo e il cielo sopra i tetti. Da Piazza Fontana non si scorge più la rassicurante figura della Madonnina. Non ci sono le tradizionali luminarie natalizie del Comune. Il Consiglio Comunale infatti ha deciso di devolvere lo stanziamento di trecento milioni a favore delle famiglie in difficoltà, per le decine di ore di sciopero che ha caratterizzato “l’autunno caldo” per il rinnovo dei contratti di lavoro. I cronisti hanno battezzato questo malinconico dicembre: Black Christmas.
Il salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura è pieno di gente. Gli sportelli, in base ad una deroga che risale agli anni venti, rimarranno aperti fino alle 18,30 come tutti i venerdì, per il mercato degli agricoltori. Le contrattazioni si svolgono all’interno della banca e negli attigui locali del Consorzio Agrario Provinciale, di fronte all’Arcivescovado. Sotto il grande tavolo ottagonale al centro dell’emiciclo, vi sono borse e pacchetti contenenti qualche modesto regalo. La folla è composta di coltivatori diretti, fittavoli e piccoli imprenditori agricoli, provenienti dai paesi della cintura milanese, ma anche dal vicino Piemonte e dalla parte settentrionale dell’Emilia. Una mano deposita una valigetta, la spinge con il piede occultandola sotto un tavolo dove i clienti si affollano. Il brusio si perde nei tanti dialetti, riecheggiano espressioni come: maggesi, pertiche, sementi, foraggio, erba medica, mangimi, pascoli, frumento, marcite, granturco, allevamenti, concimi, macchine agricole, mungitura, vigneti, frutteti e argini.


 
Da qualche mese lavoro allo sportello quindici, quello principale dell’Ufficio Riscontro. Ho appena passato una richiesta di bonifico ad un collega; il rumore dell’Underwood (la macchina per scrivere Olivetti) si confonde con le tante voci che si rincorrono tra l’Ufficio della Cassa Centrale, sotto l’orologio, la cui foto diventerà famosa perché fermo all’ora dello scoppio, e gli altri uffici del pian terreno che dalla parte interna del bancone si affacciano sul salone.
Arriva una telefonata e mi dicono che mi aspettano alla saletta del primo piano per la riunione della Commissione Interna di cui sono il Presidente. La sera prima (dopo l’orario di lavoro, lo Statuto dei Lavoratori era stato approvato in prima lettura al Senato proprio quel giorno) si era tenuta l’assemblea del personale per discutere l’ipotesi d’accordo del rinnovo del CCNL di 110.000 bancari, siglata nella mattinata dopo ventotto ore ininterrotte di trattative e settantadue ore complessive di sciopero. L’assemblea del personale si era espressa, con una larga maggioranza, a favore dell’accordo. Quel pomeriggio dovevamo scrivere il comunicato.
Attraverso a fatica la folla che riempie il salone. Li conosco quasi tutti, molti mi salutano con battute in dialetto. Un cliente abituale di Rho, mi blocca per farmi sottoscrivere i moduli di conferma di una transazione che ha appena concluso con un agricoltore di San Donato. I due si stringono la mano che sciolgo con il taglio della mia mano destra e dichiaro conclusa la trattativa. Guardo l’orologio della “Cassa centrale”: sono le 16,35.
Chiamo il funzionario di sala addetto al rapporto con gli agricoltori, e lo prego di perfezionare la transazione. “Scusatemi ma devo proprio andare; magari più tardi berremo un caffè insieme!”. Due minuti dopo raggiungo gli altri colleghi della Commissione. Sono seduti attorno ad un tavolo: rimango in piedi e appoggio le spalle alla vetrata che dà sul salone. In quel preciso istante una spaventosa deflagrazione squarcia l’aria. Il boato è tremendo, lo spostamento d’aria mi manda lungo disteso fino alla porta d’ingresso della saletta, poi un silenzio tombale. Mi rialzo a fatica tutto dolorante. Due colleghi hanno il volto insanguinato dalle schegge della vetrata andata in frantumi. Inconsciamente imbocco la breve rampa di scale, diretto verso il pian terreno. Incrocio molti colleghi che corrono verso l’uscita; tanti sono feriti. Passando vicino al bancone del portiere istintivamente alzo la cornetta del telefono che squilla all’impazzata. È la Questura che chiede spiegazioni: è scattato il segnale di allarme.



Il dialogo con l’agente all’altro capo dell’apparecchio è concitato; cerca di tenermi al telefono e di calmarmi, continua a chiedermi della caldaia. 
“La caldaia... ma cosa centra? È dall’altra parte dello stabile, piuttosto non vedo più il lampadario - dico quasi a me stesso -. è strano intravedo le ombre dei colleghi negli ammezzati che si affacciano sul salone... non c’è molta luce. Feriti, morti? Oh, mio Dio! Non lo so. ma qui c’è tanto sangue. C’è anche un bracc... ”. Non termino la frase. Comincio a rendermi conto dell’orrore attorno a me. Quasi come un automa riattacco la cornetta che riprende a squillare. Lo scenario che si apre davanti a me è terribile. Sono come paralizzato, vorrei muovermi, fare qualcosa, ma il corpo si rifiuta di rispondere agli impulsi del cervello. L’orologio sulla parete di fondo segna le 16.37: rimarrà così per anni. Quello che vedo è spaventoso. Quel fotogramma resterà stampato nella mia memoria per sempre. Tra il fumo acre e i gemiti dei feriti qualcuno si muove barcollando tra pezzi di suppellettili, vetri, cambiali, tabulati, banconote, una sedia miracolosamente intatta, il buco dove c’era l’ordigno e corpi maciullati, tronconi di cadaveri. Le grandi vetrate, che dividono gli uffici dei piani superiori dalla cupola a volta, si sono volatilizzate; l’esplosione ha triturato oltre al pesante tavolo ottagonale con le borchie di ferro, il bancone, gli armadi, le macchine calcolatrici e quelle da scrivere, i box di cassa, le cassette metalliche contenenti le banconote. Ogni cosa è stata scaraventata in tutte le direzioni trasformandole in proiettili mortali o in schegge che hanno ferito persone, sfondato pareti, bruciato documenti. Nella penombra mi sembra di scorgere un sacerdote che benedice un fagotto informe e un uomo in divisa che esce di corsa. Un collega ha un idrante in mano e cerca di spegnere un principio d’incendio. Un altro ha preso un rotolo dei grossi fogli per i tabulati e copre pietosamente i corpi più martoriati. Ancora l’odore terribile di carne bruciata frammista a quello, di mandorle amare, di polvere esplosiva.

 
“Mi aiuti, la prego!” Un uomo si aggrappa alla mia giacca con una mano insanguinata. Mi chino su di lui. I miei ricordi si fanno confusi, l’uomo ha una gamba tranciata di netto, perde molto sangue, sto per vomitare e poi... non ricordo più niente. Forse inorridito, ho rimosso tutto. Due mesi dopo si presenta allo sportello un cliente; ha con sé un pacchetto, si appoggia a un paio di stampelle, è senza la gamba destra.
“È per lei!” mi dice salutandomi. Sorpreso, lo guardo in modo interrogativo. “Lo apra”, m’incoraggia. Dentro il pacchetto c’è la mia cinghia da alpino, un caro ricordo del nonno. “Questa è la mia cinghia; come fa ad averla lei?”  “Non ricorda? Mi bloccò l’emorragia il giorno dello scoppio della bomba”.  “No, non ricordo. Forse si sbaglia: non sono capace di fare una cosa simile. Sarà stato qualche altro che mi ha chiesto la cinghia”.  “In effetti, era un po’ inesperto e tremava, ma l’ho guidato io e alla fine ha fatto un buon lavoro: la ringrazio ancora”.
Arrivano i primi soccorsi. Alcuni infermieri stanno portando via un ferito: ha una brutta lesione al torace. Mi avvicino. È un collega. Appena mi vede, cerca di sollevarsi, ma non ci riesce. “Mia moglie... - dice tra i gemiti - avverti mia moglie”.
Con i soccorsi arrivano anche i fotografi, gli operatori televisivi, i giornalisti. Poco dopo fa il suo ingresso in banca il Sindaco Aniasi, seguito dal cardinale Giovanni Colombo. Il sindaco appena mi scorge si avvicina e mi abbraccia. Lo conosco da anni. Quasi contemporaneamente allo scoppio della bomba in Piazza Fontana, un ordigno viene scoperto nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in Piazza della Scala. Sarà fatta esplodere in un cortile interno con una fretta sospetta in serata. Alle 16.55 una bomba esplode nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma, quello che collega l’entrata di via Veneto con quella di via San Basilio: tredici feriti. Alle 17.22 e alle 17.30 sempre a Roma, scoppiano altri due ordigni di elevata potenza, all’Altare della Patria, all’ingresso del Museo del Risorgimento, in Piazza Venezia. Quattro feriti. Incontro il direttore della Filiale anche lui ferito e insieme decidiamo di andare nel suo ufficio al piano superiore.

 
Il suo ufficio brulica di autorità: il Prefetto, il Questore, molti uomini in divisa, il Sindaco, il Cardinale, il Comandante dei Vigili. Vi sono anche alcuni civili dai modi sbrigativi: sono agenti in borghese della sezione politica. Il clima è molto teso; arrivano notizie allarmanti. Altre bombe sono state piazzate dagli stragisti. Con il direttore ci spostiamo in un altro ufficio e insieme decidiamo che dobbiamo fare tutto quello che possiamo per aiutare le famiglie delle vittime. Mi prendo l’onere di identificarle, tornando nel salone per fare un elenco, prima che siano rimosse. Lo guardo un po’ frastornato. Poi comincio a capire che nulla sarà come prima. Fino alle 16.37 ero un impiegato come tanti altri. Ora vengo coinvolto a prendere decisioni inimmaginabili.
Quanto torno con l’elenco, due gruppi di colleghi sono già al lavoro; il primo sta stilando un elenco dei feriti per avvertire le famiglie, il secondo comincia a telefonare per convocare i lavoratori in banca il mattino dopo. Abbiamo lavorato ininterrottamente per due giorni e due notti. Le retribuzioni delle ore straordinarie prestate, saranno devolute dai lavoratori, con il raddoppio della cifra da parte della banca, a favore dei figli minori delle vittime. Un solo neo in questa gara di solidarietà: la direzione della banca e qualche collega si oppongono alla mia proposta di includere nel beneficio anche i figli dell’anarchico Pinelli. È la conseguenza della forsennata campagna alla ricerca del mostro, scatenata dai maggiori organi d’informazione che ha creato nel Paese un clima di “caccia alle streghe” contro gli anarchici e la sinistra extraparlamentare.


 
Si conteranno diciassette morti. Non berrò mai quel caffè con Gerolamo Papetti (morirà la mattina del sabato al Fatebenefratelli) e con Paolo Gerli, i due clienti che avevo salutato prima di andare nella sala della Commissione Interna. I loro corpi giacciono dilaniati nell’indescrivibile caos dell’emiciclo del salone. Accanto a loro sono morti per “fratture scheletriche molteplici, imponenti fatti emorragici collegati a gravissime lesioni di organi interni e vitali, spesso detroncazione degli arti inferiori” come burocraticamente si legge nella sentenza della Corte di Assise di Catanzaro del 23 febbraio 1979: Arnoldi Giovanni, quarantadue anni commerciante, da Magherno; China Giulio, cinquantasette anni, commerciante, Novara; Corsini Eugenio, cinquantacinque anni, Milano; Dendena Pietro, cinquantacinque anni, commerciante Lodi; Gaiani Carlo, perito agrario, cinquantasette anni, Milano; Garavaglia Carlo, sessantasette anni, Corsico; Meloni Luigi, cinquantasette anni commerciante, Corsico; Pasi Mario, cinquant’anni, Milano; Perego Carlo Luigi, settantaquattro anni, Usmate Velate; Sangalli Oreste, commerciante, Milano; Silva Carlo, settantuno anni, rappresentante di commercio, Milano; Valè Attilio, cinquantadue anni, Moirano di Noviglio, ricoverato agonizzante al Fatebenefratelli, muore nella serata.



Nei giorni successivi, a causa delle gravissime ferite riportate, muoiono altre due persone: Scaglia Angelo e Galatioto Calogero. I clienti feriti saranno quarantacinque tra i quali i fratelli adolescenti Enrico e Patrizia Pizzamiglio, che stavano pagando una cambiale. Trentatré i dipendenti feriti. Inoltre nell’ottobre del 1983 muore a causa di una delle tante implicazioni dell’attentato Vittorio Mocchi che aveva il 12 dicembre del 1969 33 anni.
Da quel maledetto giorno la mia vita è cambiata, come quella dei familiari delle vittime, della città di Milano e dell’intero Paese. Tutto questo l’ho raccontato, come involontario testimone della strage, nel libro Piazza Fontana: nessuno è Stato distribuito finora per decine di migliaia di copie, gratuitamente, grazie al contributo di piccoli imprenditori (siamo alla quinta edizione) nelle scuole, nei circoli culturali e nelle istituzioni pubbliche che ne fanno richiesta. Il libro non è in vendita, non voglio ritorni economici dalla mia testimonianza umana e civile.


 
A cinquantaquattro anni di distanza, dopo sei istruttorie, otto processi, più di cinquecento udienze dibattimentali, è doloroso constatare il fallimento della giustizia, perché accanto alla verità storica sulla responsabilità di Ordine Nuovo e di Freda e Ventura non c’è la verità giudiziaria. La verità storica appare incontrovertibile ma finora non sono stati individuati i colpevoli. In tutti questi anni un’allucinante parodia della giustizia ha assicurato l’impunità ai “burattinai delle stragi”; ed ha messo in evidenza la sconcertante connivenza di una parte della Magistratura con il potere politico ed il servilismo della stragrande maggioranza della stampa supina nei confronti dei potenti e delle loro verità ufficiali. Ci sono state anche le eccezioni e le coscienze oneste. Giudici coraggiosi, inquirenti scrupolosi, cronisti pistaroli. La Cassazione ha irriso il diritto dei familiari, delle vittime della strage a seguire i primi processi, spostandoli a più di mille chilometri di distanza dalle loro residenze. Nel tempo i processi sono divenuti atti giudiziari da destinare agli archivi. È venuta meno, dopo la straordinaria risposta del giorno dei funerali sul Sagrato del Duomo di Milano, la grande presa della coscienza popolare, nonostante l’impegno dei famigliari delle vittime e pochi altri.



Se non sono stati individuati i colpevoli, se “Nessuno è Stato” vuol dire che gli strateghi del terrore e i loro complici sono riusciti con il tempo ad affievolire la rabbia sacrosanta e a spegnere nell’oblio dei più la sete di verità. Da più parti, negli anni scorsi, è stato chiesto, con supponenza, ai familiari delle vittime, non senza un certo fastidio, di piantarla con il rito delle commemorazioni ed accettare il responso della Giustizia. Si può e si deve mettere nel conto che la giustizia umana può fallire; ma per i processi sulle stragi, il fallimento è stato programmato dalle continue ed intollerabili ingerenze di settori importanti dello Stato. Fu Strage di Stato, non solo quello di cinquant’anni fa, ma in sconcertante continuità, quello della decisione della Commissione Inquirente (agosto1982) e del Parlamento in seduta congiunta (marzo 1983) che hanno negato l’autorizzazione a processare i ministri sostituendo alla giustizia, la politica. E anche Lo Stato di oggi, non solo per il principio di continuità. Tutti possono constatare che le schegge delle bombe delle stragi non sono state affatto
 rimosse. 


 
Ho visto, il 15 dicembre 1969, centinaia di migliaia di milanesi partecipare ai funerali in Piazza Duomo, senza uno striscione, senza cartelli, senza simboli di partito o di associazioni, senza slogan, stretti tutti a contatto di gomito, raccolti in un dignitoso e rispettoso silenzio. Un silenzio tanto più assordante perché… muto. Quelle donne e quegli uomini hanno eretto un invalicabile muro umano per fermare il palese disegno degli attentatori di intimorire la città ed il Paese. Ho sentito i principali esponenti di Governo promettere ai famigliari una rapida giustizia regalando loro una lacrima ed un abbraccio.
Li ho rivisti a Catanzaro esibirsi in una lunga ed umiliante litania di “non ricordo”. Ho visto effettuare gli arresti degli anarchici nei giorni successivi alla strage, salvo poi costringere il Parlamento ad approvare una legge per fare uscire dal carcere il principale imputato Pietro Valpreda per il superamento dei termini di carcerazione preventiva, di fronte all’assenza di prospettiva dell’inizio del processo. Il ferroviere anarchico Pino Pinelli, fermato dalla Polizia, è entrato la sera del 12 dicembre, con il proprio motorino in Questura ed è uscito moribondo nella notte del 15 dicembre. Il reato per illegittimo fermo è stato prescritto, la richiesta della moglie di avere giustizia non ha avuto seguito e la morte dell’anarchico, secondo il Giudice D’Ambrosio è dovuta a “un malore attivo”. Ho visto la Suprema Corte umiliare la città di Milano, con la richiesta del Procuratore della Repubblica Enrico De Peppo del trasferimento del processo per motivi di ordine pubblico e per legittimo sospetto sostenendo tra le motivazioni “c’è il pericolo che presunti gruppi eversivi facciano evadere gli imputati anarchici” nella completa indifferenza dell’opinione pubblica e della stampa. Ho visto che invece ad evadere e fuggire all’estero sono stati gli imputati neofascisti aiutati dai Servizi Segreti.



Il processo, di fatto è iniziato nel gennaio del 1977 con rinvii della Suprema Corte, con lo scoperto obiettivo, suggerito dai potenti di turno dell’epoca di processare gli opposti estremismi e dare così consistenza alla strategia della tensione. Ho visto l’opposizione dell’Avvocato dello Stato Gullo alla costituzione parte civile del Consiglio d’Azienda dei lavoratori della Banca Nazionale dell’Agricoltura, nell’indifferenza delle altre parti civili, contro il S.I.D. (Servizio d’Informazione Difesa) anticipando così la decisione della Suprema Corte di annullare la Sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro, trasferendo il processo a Bari, non senza aver cura di far uscire dal processo Guido Giannettini, i Servizi segreti, i Presidenti del Consiglio, i Ministri, i vari Aloja, Henke, Miceli, Maletti, La Bruna, che si sono aggiunti ai Guida, Provenza, Catenacci e Allegra. Ho visto avvocati di parte civile passare dal patrocinio legale delle vittime a quello degli imputati. Ho visto deferire al CSM da parte delle Procure di Milano, Venezia e Bologna il giudice Guido Salvini che aveva riaperto le indagini e consentire il ritorno a Milano del processo. Ho visto la Corte d’Assise di Catanzaro (1979) condannare all’ergastolo i nazifascisti di Ordine Nuovo, Freda, Ventura e Giannettini.
Nella sentenza, mai riformata dai successivi gradi di giudizio: quella assolutoria della Corte d’Appello di Catanzaro (1981), della Cassazione 1982, di Bari (1985) in sede di rinvio e della Cassazione (1987), confermare la condanna in via definitiva   di Freda e Ventura per gli attentati del 25 aprile e dell’otto e nove agosto 1969. Ho visto la Corte d’Assise di Milano condannare all’ergastolo i nazifascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni e nella sentenza mai riformata della Corte d’Appello di Milano (2004) e quelle della Cassazione (2005) ammettere testualmente che “più implicitamente che esplicitamente i responsabili della strage del 12 dicembre 1969 sono Freda e Ventura non più condannabili perché assolti in precedenza per quel reato dalla stessa Cassazione”.
 

Giuseppe Pinelli

La magistratura italiana non ha mai cercato il movente delle stragi, a partire proprio da quella di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Per comprendere l’evento va necessariamente inquadrato nel contesto dello scontro in corso in quegli anni, fra apparati segreti dell'Ovest e dell'Est, i primi impegnati in Italia a sbarrare la strada al Partito Comunista Italiano. Se è vero che il disordine può essere scatenato dal basso è altrettanto vero che l’ordine può essere ristabilito solo dall’alto, da coloro che detengono il potere e gli strumenti esecutivi dello stesso: forze armate e di polizia, servizi segreti, magistratura.


 
In tutti questi anni, con i suoi discussi e reiterati interventi è stata la Cassazione a costruire la verità storica. Un compito che spettava agli storici, ma lo Stato non ha consentito e non consente tuttora il completo riversamento all’Archivio centrale di tutti i documenti classificati, promesso, allo stato dei fatti, solo a parole, dal decreto Prodi e dalla Direttiva Renzi dell’aprile 2014. Non sono tra quelli che cercano le condanne a tutti i costi. In uno Stato di diritto, la verità processuale, è determinata dalle prove esibite durante il processo. Si può e si deve accettare la sconfitta nel processo, ma per Piazza Fontana il fallimento della giustizia è principalmente colpa dello Stato che non ha saputo, potuto, voluto processare sé stesso. Alla magistratura spetta il compito dell’accertamento della verità giudiziaria consapevole che i delitti per stragi sono imperscrittibili, l’azione penale è obbligatoria e l’impegno a continuare a cercare la verità deve essere incessante fino a quando esiste un frammento di verità inesplorata. Se il sangue della storia asciuga in fretta la sete di verità, è inestinguibile.