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mercoledì 20 dicembre 2023

MOSTAR
di Pierpaolo Calonaci


 
Quando nel numero di Odissea (https://libertariam.blogspot.com/2023/04/attraverso-i-balcani-da-sarajevo-gramsh.html) iniziai a raccontare il viaggio attraverso la terra e la storia dei Balcani cominciai opponendo al mezzo dello star system turistico tanto in voga (quello di girare i video e poi subito postarli) quello del racconto costruito fidando sulla capacità di osservazione. Credo che una funzione pedagogica che Odissea possa svolgere criticamente nei confronti dello stato attuale del pensiero, ossia il pervertimento della corruptio optimi pessima, sia dare possibilità all'osservatore di relazionarsi all'oggetto osservato, idea e ideato, con cui manifestare quel desiderio dialettico che coglie dalla strada la vita nella propria nuda sofferenza, nella propria poesia umana sempre lacerata, nell'utopia che in quella forza dialettica si possa riconciliare la sofferenza umana, oggi più che mai alienata dalla conoscenza di sé, più che mai in cerca di un oggetto “nemico” su cui vomitare il proprio odio represso. Affinché il pensiero cerchi l'errore, sintomo di umanità, la dialettica soggetto-oggetto, la sua razionalità, sono la via di pace che prepara la pace. Iniziai perciò un resoconto, una specie di fotogramma a parole formatesi lungo il viaggio circa la natura della subalternità e del dominio. La prima parte terminò con l'affermazione che la guerra dei Balcani fu una guerra di religione. Debbo precisare che la categoria “guerra di religione” la utilizzo cum grano salis, solo quindi se funge da rivelatore di determinati interessi economici e politici legati ad una forza egemonica su un'altra ben più fragile. Non uso quella categoria come false flags, che deformano la storia.



Entrare a Mostar suscita quel tipico effetto della familiarità: la piana che la precede, circondata da colline e montagne, è come vuole l'architettura dello spazio sociale dell'area produttiva occidentale, uno spazio “artigianale” che di artigianale non ha ovviamente nulla: l'organizzazione produttiva del lavoro industrializzato ha oramai perso la relazione estetica coll'oggetto prodotto. Infatti, a guisa di consolazione c’è pure il McDonald’s, spazio artigianale per eccellenza! Non è un paradosso in quanto è questo contrasto che cancella il contrasto tra regimi produttivi storicamente diversi e leggi di lavoro e economiche siffatte. Lo schiaffo letteralmente emotivo, fisico arriva lasciata la zona artigianale e i suoi significati eterodossi. Poiché entrare nella piccola Mostar attraverso l'unica direttrice significa piombare nel baratro che la guerra portò con sé: edifici tutt'oggi pericolanti perché allora bombardati vicino a case abitate, palazzi anneriti dalle bombe vicino a negozi, muri tenuti su da vecchi ponteggi e puntelli che tengono ancora vivo il segno che in Mostar la guerra fu fratricida, intestina come in tutti i Balcani. Questa è la zona mussulmana. Avevo fermato la motocicletta a lato della strada per chiedere un'informazione (voglio che mi rimanga sconosciuta l'intelligenza artificiale di Google maps e le sue conseguenze sulla capacità di orientamento...) e il palazzo sovrastante cadeva a pezzi (pareva fossero lasciati lì a monito). Questa direttrice di entrata, che da Ovest punta a Est verso Sarajevo, corre parallela alla strada che è per antonomasia quella dei negozi turistici. La distanza tra le due è di poche decine di metri ma la distanza, qui davvero paradossale e incolmabile, risiede nel fatto che lungo la prima ci sono tutt'oggi evidenti segni di ciò sotto cui la vita dovette cadere, nella seconda regna l'ordine a cui adesso la vita è risorta, respirando un ossigeno non suo. Nella strada del commercio, dei ristoranti, dei bazar, sovrastata dall'imponenza storica del ponte di Mostar (ricostruito), tutto si svolge come se in quel piccolo spazio il ricordo della guerra sia lontanissimo; in realtà all'inizio dei due accesi del ponte sono poste in basso due pietre su cui è scritto: per non dimenticare. 



Ma è tale l'ordine economico che adesso fa funzionare quello spazio che spesso si vedono turisti che si fanno foto sorridenti vicino a quelle pietre che, anche se fossero d'inciampo, quell'ordine ne ha reso così naturale il messaggio (che avrebbe dovuto essere di rompere definitivamente con la logica della legge del taglione) tanto da cancellare il suo monito in futuro. Il ponte di Mostar fu tirato giù non da eserciti stranieri ma dai combattimenti delle due etnie contendenti il controllo della città (quella croata e quella mussulmana); che si esplodevano colpi da un muro ad un altro, da una casa verso l'altra, da una sponda del fiume verso quella opposta. A pensarci bene all'inizio della guerra il nemico comune di quelle due etnie era l'esercito regolare di Serbia, che puntava alla grande Serbia quale erede dell'Urss appena caduto; una volta che quel progetto anacronistico fu sconfitto il seme della divisione e del nazionalismo che da decenni dominava nel cuore della gente di Mostar “fiorì”, e la sponda destra (quella a tutt'oggi croata, per inciso quella più ordinata, più benestante...ops cristiana) s'incapricciò contro la rivale sinistra (a tutt'oggi quella di cui sopra ne ho descritto lo stato... ahi, mussulmana). Qui si potrebbe cadere vittima della false flag. Francamente la tentazione di cedere a questa semplificazione di come i fatti si svolsero è forte; e la perplessità tanto quanto il disgusto crescono davanti a quella enorme croce (come se il contenuto metafisico di questa stesse nella potenza, detto digrignando i denti...) eretta sul fianco di una collina che sovrasta il quartiere croato. La parte mussulmana è disseminata di moschee. Se uno volesse esser cattivo, apologeta del marcio dappertutto, le costruzioni religiose sembra siano orientate l'una contro l'altra ostilmente, toponimi di una guerra che non si è affatto spenta.


O
ccorre quindi non cedere a questa lettura ideologica dei fatti. Ricordare invece, questo è il punto dirimente, il ruolo della comunità internazionale (Usa in testa) e dei suoi interessi egemonici - Fondo monetario internazionale, banche, indebitamento dei paesi poveri grazie alla guerra, risorse da sfruttare, modelli culturali alloctoni da implementare rispetto ad un'organizzazione della cultura storicamente impregnata da polisemia religiosa e politica, commercio sempiterno di armi e tecnologie correlate, sistemi di produzione del lavoro omologhi al modello imperante, sistema educativo da irregimentare al regime di verità occidentale, turismo - quando, nella prima fase di attacco dell'esercito regolare di Serbia, invece di sanzionarne il tentativo di occupazione di Mostar come di tutta la Bosnia, ne convalidò l'oppressione. Niente di nuovo: fare si che che il popolo si spacchi e si odi con una lotta armata e nel frattempo preparare la base per il dominio futuro (“pace” di Dayton). La classica ipocrisia dell'equazione esportata dai sedicenti piani di pace occidentali; che poggiava (poggia) quindi sul denominatore, la pace, che deve essere frazionato in svariati numeratori in cui la storia di ogni popolo divenga aliena da questo, affinché questo non possa rivendicare nessuna autodeterminazione. Laddove la storia è frazionata a suon di colpi di pace (imposta) dal dominio occidentale, che tutto rappresenta meno che unità e identità (è quello che succede tutt'oggi in Bosnia Erzegovina), la vita reale è dissanguata dal di dentro. La pulizia etnica che subì la popolazione bosniaca fu il precursore della subalternità alla politica Usa di tutta l'Europa dell'Est.



Al di fuori di questa strada turistica c'è la vita vera, fatta da palazzi con alcuni grandi disegni colorati che cercano di dare armonia; sono dipinti dei fiori, dei volti, dei segni di amore che evocano, forse, il senso di legame umano reciso dalla guerra. Fatta da caffè dove i bosniaci ti guardano incuriositi e forse ancora in modo spaesato. Lungo queste strade non c'è ombra di turisti, non hanno nessun souvenir da offrire ma percorrendole mostrano quanta enorme difficoltà Mostar abbia tutt'oggi a ridefinire un senso di appartenenza con sé e col mondo, che allora l'abbandonò.
Due giorni dopo il nostro arrivo lasciammo Mostar e il suo ponte affollato dallo sradicamento che l'industria turistica sa compiere. Da quella cittadina a Sarajevo si percorre una strada che s'incunea tra le montagne e che costeggia sempre la Neretva. Una strada sinuosa accompagnata dalle acque fredde di un blu intenso. Sarajevo è la, in mezzo alle montagne, in una piana a 550 metri sul livello del mare.