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martedì 5 dicembre 2023

NON È MAI MORTO
di Silvano Piccardi
 

Il neofascismo si prende la rivincita.


Il 7 luglio del 1945, Ernesto Rossi, l’antifascista dirigente di Giustizia e liberà condannato al confino di Ventotene con Altiero Spinelli e braccio destro di Parri, in una lettera al compagno di tante battaglie Riccardo Bauer, scriveva preoccupato: “L’Italia è più fascista oggi di quando siamo andati in carcere. L’amnistia non è stata una prova di forza della repubblica, ma una prova di idiozia dei repubblicani.  Se penso alle qualità dei nostri governanti, alla loro malafede ed alla loro vigliaccheria, non mi pare ci sia da farci illusioni sull’avvenire del nostro paese”. Questo, nel luglio del 1945!  In realtà sul piano sociale le forze antifasciste, grazie alle lotte operaie e contadine e alla determinazione dei settori democratici e culturalmente consapevoli, seppero battersi anche con grandi risultati. Al punto che negli anni Sessanta si crearono i presupposti di un movimento di portata enorme: non solo il 68 studentesco e intellettuale, ma quello ancor più potente del 69 operaio. Sembrava che si preparasse una svolta definitiva, contro le forze reazionarie, eredi del fascismo strisciante e della mentalità mafiosa; che si potesse creare una saldatura unitaria a livello delle lotte di massa e degli strati sociali più attivi. Ma… ci fu l’esplosione della bomba alla Banca dell’Agricoltura quel terribile 12 dicembre del 69! E poi un’altra, un’altra e un’altra ancora (sui treni, a Brescia a Bologna e via via via…).


 
In realtà quell’Italia “più fascista oggi di quando siamo andati in carcere”, non era sparita: si era semplicemente radicata dentro le istituzioni del potere e, lì acquattata, lavorava alla propria rivincita. Al punto che, nel 70, provò a realizzare un vero colpo di stato, il “golpe Borghese”, che misteriosamente, venne sospeso proprio mentre si stava attuando, e ancora non si sa esattamente né come né perché. Come non si sa esattamente e definitivamente nulla di tutte le stragi e i delitti compiuti da allora in poi con il diretto coinvolgimento delle più importanti istituzioni repubblicane. E non sarà certo con i governi Berlusconi e gli altri che si sono succeduti fino a giungere all’attuale governo neo-fascista, che si arriverà a chiarire alcunché. No, la strategia delle stragi “di Stato” (altro che opposti estremismi), è stata una strategia che alla lunga, alimentata dal trionfante qualunquismo berlusconiano e dalla sempre più diffusa mentalità mafiosa (che va ben al di là delle specifiche mafie e camorre, per così dire, “professionali”), ha saputo dare i suoi frutti. E continua a darne, di sempre più velenosi. Al punto che i cittadini hanno perso addirittura fiducia nel senso e nell’utilità dello stesso sistema elettorale. E una democrazia in cui la gente non crede più nemmeno al diritto di voto, che futuro può avere?