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mercoledì 6 dicembre 2023

PALAZZO VECCHIO VERBOTEN
Girolamo Dell’Olio


 
Diario Civile.
 
Uggia. Tempo uggioso. Quel freddo piovoso che ti passa nelle ossa. Ne sono uscito intirizzito mezz’ora prima delle quattro che camminavo come un papero: le articolazioni della coscia indurite, l’ombrellino lasciato a casa, strisciando rasente i palazzi, sotto le tettoie, fino alla mesticheria adorata in Borgo Santi Apostoli: e via uno di quegli stupidi sottilissimi impermeabili che fanno tanto yankee-Europe-5-dollars-a-day. Non c’è stato il tempo di fare uno scatto in qualche modo rappresentativo, con questo tempaccio. Ma arrivando a piedi dal ponte Santa Trinita avevo scorto in via Porta Rossa questa vetrina: un buon surrogato, mi pare, tragicamente in tema con questi turpi giorni di guerra in Terrasanta.
Stazionando poi lì davanti alla Porta della Dogana, da ben quattro vigili - anzi tre vigili e una vigilessa – ho ricevuto simpatica prova della straordinaria varietà con cui in divisa si interpretano le norme. Siccome ha cominciato subito a pioviscolare, ho osato ripararmi all’interno del Palazzo, dove tanti altri visitatori imprudenti come me aspettavano che Giove diventasse un po’ più… inclusivo. E invece no. E allora, appunto, ho varcato la soglia di via dei Gondi. Poco dopo un primo vigile mi si avvicina e, garbatamente: ‘Bisognerebbe che stesse fuori…’
‘È che…piove!’
‘Ho capito, però…!’
Il senso è chiaro: torno sulla soglia.
Dopo un po’, anche perché aumentano i rifugiati, ci riprovo, a spingermi dentro. E anzi, visto che siccome tira un vento freddo birbone perché questa porta fa riscontro con quella opposta di via della Ninna… mi sono spinto più dentro.
Arriva un secondo vigile: ‘Salve!’
‘Gliel’ho dato a lei questo?’, e provo col volantino.
Lui, cordiale: ‘Sì, sì, sì, ce l’ho’
Lo anticipo: ‘Sto un attimino qui dentro che piove…’
‘Sì, ha ragione, però… non è perché la voglia tener fuori, ma magari… stia un po’ più in là, sulla porta.’
‘È che c’è una… ventilazione!’
E lui, caldo paterno: ‘Si metta più da questa parte’, e mi indica un angolo più riparato.


 
Intanto ho fatto conoscenza di queste due belle giovani pugliesi. Di Barletta. Non lontano dalla cittadina delle mie vacanze estive da bambino, dai nonni paterni, Bisceglie. Sono in visita di piacere a Firenze.
‘Cosa studiate?’
‘Lavoriamo.’
‘Ah! E cosa?’
‘Io nella musica’, dice una.
‘Ah, bello! Di che tipo?’
‘Mixo vinili’. Mi ci vuole un po’ a capire, confesso. Però va benissimo: ‘Bello! e tu?’
‘Estetista.’
Insomma, c’è tempo di spiegare in cosa consiste invece l’estetica politica della contemporanea culla del Rinascimento e della Pace, e di condividere che, se anche la fanno, questa alta velocità, a rimetterci sono sempre e solo i pendolari!
‘Speriamo bene…’, salutano.
 
Poi incontro due persone che qui dentro, nel Palazzo, ci lavorano. Non hanno peli sula lingua. Ma proprio per questo non le chiamerò col loro nome.
‘Ah, guardi, non c’è bisogno, mi blocca subito Giuditta. ‘Io sono perfettamente d’accordo a non bucare Firenze. Si possono fare le stesse cose in superficie spendendo molto meno. Me l’hanno detto amici ingegneri.’
‘Purtroppo il problema è proprio quello: girano meno soldi.’
‘E bucando per terra non si sa che cosa succede: ci può capitare di tutto. Speriamo bene… fate bene a dare informazione. Questi volantini li porto a casa, me li conservo tutti!’
‘E adesso sa anche dove trovarci!’
 
‘Qui dentro che delusione!’, confessa triste Silvia. ‘Quando arrivano lì… i Cinque Stelle insegnano! La politica è diventata il mestiere più redditizio. Quelli giovani, poi, anche peggio: loro pensano veramente solo al tornaconto. Una volta inseriti, scalano l’Europa: adesso è quello il traguardo!’
La saluto con un bacio. Lo prende forse come un ‘Buon Natale’, e risponde con un ‘Auguri! ma… c’è poca speranza’.
 
Questa coppia di visitatrici viene una dal Colorado e l’altra dalla Carinzia.
Del Colorado non saprei che dire. Ma della Carinzia, Klagenfurt! Gustav Mahler!
‘E Ingeborg Bachmann’, mi suggerisce l’amica austriaca. ‘Grande poetessa, morta a Roma nel 1973. È importante conoscerla!’
Me lo faccio ripetere, il nome: andrò a cercarla.
Loro intanto muoiono dalla voglia di visitare il Salone dei Cinquecento: proprio quello che sta nella nostra proposta per la riconciliazione in Terrasanta. Se mai qualcuno la prenderà in considerazione.


 
Ma siamo arrivati ai due vigili che ancora mancavano.
Confortato dalla cortesia del collega precedente, son rimasto dentro, ma molto vicino al portone. Il primo è carino: saluta. Risaluto. Tutto a posto!
Anzi no, perché adesso arriva lei, la mia passione. Ho avuto la fortuna di apprezzarne le maniere ai tempi dei dialoghi di strada sulla ‘tessera verde’. Quanto tempo ci fece graziosamente passare bloccati in via Tornabuoni, in quella fredda serata di gennaio dell’anno scorso, arrivando a scomodare i ragazzi della Digos: dovettero venire apposta lì a confermarle che sì, era proprio vero, noi eravamo autorizzati a quella tranquilla civilissima manifestazione. E non costituiva reato proporre ai passanti la metafora di Einstein e la bomba atomica, e alcuni estratti della Carta costituzionale del 1948. Ecco: mi vede e…
‘Lui? Fòri, fòri! No!’
‘Piove!’, imploro.
‘Eh! Vada a casa! Qui dentro no davvero!’
‘Lei come al solito è sempre molto molto gentile!’
‘Io son sempre gentile… son proprio…’
‘Me la ricordo bene...’
‘Ma lei fa bene a ricordarsene. Però, qui dentro Palazzo Vecchio, no! Lei ci ha Via dei Gondi… si mette sotto quell’altra tettoia là di fronte, dove non viene l’acqua…’
È vero, c’è un angolo protetto. Fuori mano, fuori visibilità, ma che importa? Per la Patria, questo e altro!
‘Ha ragione, ha ragione…’, la conforto.
‘Certo ci ho ragione!’, chiude.
 
Però, dai, non prendertela. Sta per arrivare il meglio.
‘Assessore Funaro, lei conosce questo documento?’, e le porgo la nota firmata Marisa Cesario. Questa volta il passo non è abbastanza frettoloso. Sarebbe una grave scortesia rifiutarlo. E infatti, sì, lo accetta, e senza fermarsi replica:
‘Conosco!’, e fila via.
‘Bene!’
Dunque, nel Palazzo, ai piani alti, si sa! Adesso ci sono persino le prove!
Chissà se se ne è parlato, in queste ore, all’assemblea di partito che stasera aveva da decidere la prossima candidatura a sindaco di Firenze, dove lei, l’assessore Sara Funaro, veniva data favorita. O l’avrà spuntata la concorrente Cecilia Del Re, che invoca le primarie in ossequio a quel metodo partecipativo a cui - con tutta la giunta Nardella - tanto affezionata si è mostrata al tempo della vexata quaestio della ghiotta trasformazione urbanistica accordata a ridosso del giardino di Boboli? La Del Re era assessore a praticamente tutto (urbanistica, ambiente, agricoltura urbana, turismo, fiere e congressi, innovazione tecnologica, sistemi informativi, coordinamento progetti Recovery Plan, smart city, piano gestione Unesco).


 
Il finale è comico.
Mi è venuto diretto davanti.
‘Buongiorno. Vuol soldi?’
‘No. Offro informazione e basta. Fra l’altro, un bel documento, se lei è di Firenze’ e gli porgo la lettera del Comando dei Vigili del Fuoco. Lo squadra ben bene, lo volta e legge anche tutta la tiritera scritta dietro, mentre io cerco di dare qualche notizia in più di contorno. Se lo gira e se lo rigira più volte fra le mani, fa domande anche pertinenti.
‘E Nardella lo sa?’
‘Sì, lo sanno tutti. Anche il prefetto, e fanno finta di niente… Il prefetto non  ci riceve. Abbiamo chiesto un colloquio da mesi: niente. Domani mi metto sotto la prefettura. Reciterò…
‘Col megafono?’
‘No, a voce. Reciterò quel pezzo di Kafka, ‘Davanti alla legge’, che inquadra un certo tipo di rapporto fra potere e cittadini’.
Ecco. A questo punto uno tutto si poteva aspettare meno che… vederlo fare tranquillamente una bella pallina del volantino e scaricarla nel bidone della nettezza qua accanto.
Ma è educato: ‘Lo saluto e arrivederci!’
Il mondo è bello perché è davvero molto vario!