Pagine

mercoledì 24 luglio 2024

IL RITIRO DI BIDEN 
di Luigi Mazzella


 
Sono anni che mi ostino a sostenere la tesi secondo cui  una vera democrazia è incompatibile con la cultura occidentale fondata su un groviglio di assolutismi religiosi e filosofici. So bene che i fautori della tesi opposta (peraltro quasi universalmente condivisa) si richiamano alla democrazia ateniese ritenendola all’origine di quella attuale. Essi sostengono che risulta solo  ampliata la portata  numerica del diritto di scegliere  i propri rappresentanti in Parlamento e i governanti,  estesa a tutti i cittadini di uno Stato (suffragio universale) e non soltanto a una parte di essi. Ritenere il sistema di governo di Atene  legato  da un fil rouge al nostro, è solo un ignobile artificio da rigettare. La democrazia ateniese era figlia di un pensiero monistico empiristico, concreto e razionalista, radicamente annullato e distrutto  dagli autoritarismi  dualistici, assolutistici, astratti, metafisici  congiunti del seguaci del filosofo iperuranico Platone ( e della sua schola, l’Accademia, giunta, con l’obbligo del giuramento  in verba magistri, a bloccare lo sviluppo del pensiero, sino all’idealismo tedesco di fine Ottocento) nonchè dei “fedeli”, seguaci delle tre religioni monoteistiche mediorientali. Gli uni e gli altri hanno consentito, in Occidente per circa due millenni solo un sfliza di monarchie, tirannidi, dispotismi di varie forme (laiche o religiose) e diverse denominazioni che di democratico avevano ben poco.
Solo nel 1893, infatti, la Nuova Zelanda ha introdotto, primo Stato al mondo, in  maniera stabile e solida il suffragio universale (id est: maschile e femminile e indipendente dal censo); e ciò, dopo i vari conati e fallimenti di Pasquale Paoli in Corsica (nel 1755 e nel 1769), dei Rivoluzionari francesi (nel 1792) e dei fautori della Repubblica Romana (nel 1849). Inoltre, negli Stati del mondo Occidentale, e soprattutto negli Stati Uniti d’America, grazie alla riforma della pubblica Amministrazione operata da Colbert per il Re Sole, i meccanismi dell’esercizio del potere di governo della polis risultano, secondo testimonianze sempre più insistenti e diffuse, profondamente alterati dal potere conquistato da pubblici dipendenti di particolare qualificazione (agenti segreti, militari, magistrati, poliziotti e diplomatici) rispetto a quello dei cosiddetti rappresentanti del popolo, eletti nelle pubbliche elezioni. Alcuni fatti storici (il Pentagono che impedisce a Trump il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan negli utili tempi del suo mandato presidenziale, i processi cui è stato sottoposto il medesimo Trump per impedirgli di ripresentarsi alle prossime elezioni) e numerose denunce del cinema statunitense  sul coinvolgimento della CIA e dei servizi segreti Occidentali ad essa strettamente collegati (se non del tutto dipendenti) nel narco traffico con favoritismi, aiuti logistici ai contrabbandieri in cambio di informazioni e finanziamenti occulti e fuori del bilancio pubblico, fanno dubitare molto seriamente che gli strumenti interpretativi tradizionalmente adottati per valutare la democraticità di un Paese conservino ancora un loro residuo valore. Sotto questo profilo, infatti, a parte le ipotesi di utilizzo della droga come strumento per favorire ribelli e sovversivi contro i nemici degli statunitensi (quelli del momento e sono stati tanti a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale) tutti citati con dovizia di particolari in Wikipedia (V. sotto la voce CIA e traffico di Droga: i comunisti in Afghanistan, i guerriglieri nazionalisti in Birmania, e ancora in Bolivia, ad Haiti, in Italia con l’Operazione Blue Moon per fini di destabilizzazione dei movimenti di contestazione giovanile, nel Laos, in Messico, in Nicaragua, a Panama, in Turchia e in Venezuela), lo scambio di accuse tra i servizi segreti americani e russi circa le ultime elezioni presidenziali americane dimostrano che l’intervento degli opposti servizi segreti per il risultato delle elezioni, è tutt’altro che marginale. Questa lunga premesssa per dire a una destinataria intelligente ed acuta delle mie mail (che mi ha chiesto se il ritiro di Biden dalla competizione elettorale non complichi ancora di più l’esito già incerto delle prossime “presidenziali  Statunitensi”) che non mi è facile risponderle. Una volta nelle democrazie occidentali (non ancora definibili “cosiddette”) era possibile capire, nel corso delle manifestazioni della competizione elettorale, da che parte tirasse il vento popolare e azzardare delle previsioni sui risultati. Ora, a parte gli hackeraggi digitali già di per sé di enorme rilievo per lo strapotere di particolari pubblici dipendenti più potenti dei loro committenti (come gli agenti della Cia, dell’FBI del Pentagono), c’è da aggiungere che in quel mastodontico Paese, già caratterizzato da un melting pot etnico e culturale, è straripante, più che in altri Paesi dell’Occidente, la massa di un’aurea mediocritas dei self made men che rende un vero e proprio handicap la presenza di una personalità eventualmente prorompente in un contendente e favorisce, di converso, l’uomo comune di media intelligenza (Truman, Carter, Biden ne sono gli esempi più eclatanti). Et de hoc satis!