I Fotogrammi
di Mariacristina Pianta. Maria Cristina Pianta aggiunge alle sue
numerose pubblicazioni questa nuova raccolta che, soprattutto nella sezione
intitolata Balerna, si presenta in
continuità con i temi da lei prediletti e tra loro strettamente connessi: la
memoria del passato e l'azione devastante del tempo sui ricordi. Sul piano
formale la poetessa prosegue nella ricerca di una estrema sintesi grazie a un
linguaggio che sempre più si sforza di eliminare il superfluo (in ciò è più che
mai presente la lezione dell'amico Giampiero Neri).Il rarefarsi della sua scrittura nel tentativo di
fissare l'istante in pochi e brevi versi, sembra ispirarsi in modo libero e
personale, come già avveniva nei suoi ultimi scritti (v. Villa Belloni), al modello dell’haiku. Sul piano dei contenuti, gli
episodi del passato sono solamente accennati, i fotogrammi che danno il titolo
alla raccolta mettono in evidenza suoni e silenzi all’interno di scenografie
essenziali, e ciò li fa assomigliare più alla colonna sonora di un film
minimalista che non ad immagini ricche di dettagli scattate con una macchina
fotografica. Ecco qualche specimen di
quanto detto: nella poesia iniziale che introduce il libro “scivolano le parole
/ su desolate campagne”; nella poesia successiva “Leggeri sulla soglia / i
passi e la voce di Olga”; in La nipote ecco
apparire “Tra rauchi suoni / di piatti e posate / il ricordo / di musica e
danza”; poi la donna che “con un breve suono / si annuncia... Un tempo
ballerina / in silenzio segue / la nuova famiglia” (In visita); infine, in Epilogo,
“(....) quella / casa, custode / di parole e silenzi”. Nella bella poesia che apre la raccolta Maria
Cristina Pianta ci parla implicitamente del processo che porta al recupero dei
“giorni lontani”, grazie all’arrivo di “parole nuove”.Non si tratta infatti di rievocare il passato in
modo semplicemente descrittivo, attraverso quella che Proust chiama “memoria
volontaria”. È il passato che s’incarica di irrompere nel presente, che a sua
volta lo condiziona e lo trasfigura. Diceva Bachelard che i nostri ricordi sono
intessuti anche dai nostri sogni attuali. La poetessa, attraverso il mistero
della scrittura, trattiene allora qualche sfuggente lembo del suo passato, lo
ricuce e, in un certo senso, lo reinventa, attribuendogli così una vita che
prima non aveva: “Torna la luce di nuove
parole. Più non temono il corso del sole” (Parole). La memoria è però destinata
fisiologicamente alla dissoluzione: “I giorni lontani (...) si schierano tutti
/ tra nebbie autunnali” (che richiamano “la mia nebbia di sempre” di Montale).
Il fallimento finale è inevitabile. Pianta ne è più che mai consapevole, e
contro il trascorrere implacabile del tempo si affiderà nelle pagine successive
all’immagine del faro, come simbolo di una resistenza che comunque deve essere
messa in atto finché possibile: “Immobile il faro / domina il tempo” (anche se
i venti e i marosi solo temporaneamente sospendono la loro azione
disgregatrice). L’affievolirsi dei ricordi produce però inevitabilmente una
perdita di senso: “Riprende il ricamo
dimenticato, invano cerca un senso nell’intreccio dei fili” (In visita). Ne derivano una
sensazione di smarrimento e di chiusura degli orizzonti spaziali e temporali,
presenti anche nelle due sezioni successive, Percorsi, e La scuola.Per esempio in Percorsi:
“Bloccata l’uscita” (Il labirinto della
Masone); “Scomparso il sentiero / non si scorge / la via del ritorno” (...)
“Inquietante il percorso / senza vie d’uscita” (Ombra); “(...) nell’informe groviglio del tempo” (In viaggio); “Inutile sembra l’attesa” (Attesa). Perfino il cielo azzurro, nel
quasi haiku L’airone, assume tonalità
più malinconiche perché in esso è svanito il bellissimo uccello. Nella sezione La scuola un insegnante “Traccia oscuri
segni / sulla lavagna (...)più non scorge / un percorso oltre / formule note”.
(Lezione di matematica).Questa inquietudine percorre anche le precedenti
pubblicazioni della poetessa ed è riassunta in modo esemplare nel titolo di un libro
curato nel 2003 con il suo amico Alessandro Quasimodo: O forse tutto non è stato. Nell’ultima sezione Maria Cristina
Pianta affronta argomenti un po’ più rasserenanti e delinea, con brevi ma
sicuri tocchi, i ritratti di persone care e di amici, imponendo alla propria
scrittura il rispetto dell’acrostico dei loro nomi. In quello intitolato Giorgio appare però nuovamente una nota
malinconica: “Ma chiuse le imposte, / incolto il giardino, / più non si apre il
cancello”. I Ritratti sono dedicati
senza soluzione di continuità (solo uno dei disegni che illustrano il libro li
separa dai precedenti) anche agli amici non umani che Pianta ha sempre amato e
frequentato, i gatti, cioè alla specie animale più misteriosa e più filosofica
(Baudelaire li definì “Immense sfingi”). Avvolti nella corazza della loro
impenetrabile solitudine, rappresentano per l’autrice, proprio come il faro, un
simbolo della resistenza contro l’azione del tempo: “Scorre tranquilla / la
vita, senza scosse / tra i soliti riti (Mafalda).