Etica della testimonianza e scrittura del trauma
in Han Kang
Atti umani (Adelphi
ed.) occupa un luogo centrale nella produzione di Han Kang e, più in generale,
nella letteratura contemporanea sul trauma storico. Il romanzo prende avvio dal
massacro di Gwangju del maggio 1980, evento cruciale e a lungo rimosso della
storia sudcoreana, per articolare una riflessione radicale sulla violenza di
Stato, sulla vulnerabilità dei corpi e sulla possibilità stessa di testimoniare
l’orrore. Non si tratta di una semplice rievocazione: Atti umani interroga le
forme della narrazione e i suoi limiti, chiedendosi come la memoria collettiva
possa essere trasmessa senza tradire l’esperienza delle vittime. La struttura del romanzo è polifonica e franta. Ogni capitolo
assume una prospettiva diversa - un ragazzo ucciso, l’amico sopravvissuto, una
redattrice perseguitata dalla censura, un ex prigioniero politico, fino a una
voce autoriale che si espone in prima persona - componendo un mosaico di
coscienze ferite. Questa scelta formale ha un valore eminentemente etico:
rifiutando ogni sguardo onnisciente e pacificante, Han Kang sottrae il trauma
alla tentazione della chiusura narrativa. La verità resta parziale, spezzata,
incompleta, così come lo è stata per decenni la memoria di Gwangju nella
società coreana. Al centro del romanzo si impone il corpo. I cadaveri
accatastati nel palazzetto dello sport, la carne martoriata dalle torture, la
lenta decomposizione dei morti diventano il luogo in cui la violenza politica
si iscrive in modo irreversibile. Ma il corpo non è solo materia annientata: è
anche ciò che continua a parlare quando il linguaggio fallisce, ciò che resiste
all’oblio. In questa attenzione radicale alla corporeità, Atti umani
dialoga con la grande tradizione della scrittura del trauma - da Primo Levi a
Imre Kertész - pur mantenendo una voce profondamente originale. La lingua di Han Kang è scarnificata, trattenuta fino
all’estremo. La prosa rifugge l’enfasi e la spettacolarizzazione del dolore; le
scene più atroci sono restituite con una precisione quasi clinica, che obbliga
il lettore a guardare senza protezioni. È una scelta che ha il valore di un
atto morale: la sofferenza non viene mai trasformata in oggetto estetico, ma
restituita nella sua nudità insostenibile. Il lettore è chiamato a diventare
testimone, a condividere una responsabilità. Il romanzo insiste sul nodo irrisolto tra silenzio e parola. I
personaggi sono schiacciati non solo dai ricordi, ma dall’impossibilità di
raccontarli in una società fondata sulla rimozione. Censura, autocensura e
paura si configurano come forme di violenza che prolungano il trauma nel tempo,
deformando le vite dei sopravvissuti. La repressione non termina con la morte
dei corpi: continua a operare sulle coscienze. Anche il tempo in Atti umani è ferito. Il passato
irrompe costantemente nel presente, negando ogni linearità. Il trauma non si
esaurisce nel 1980, ma ritorna sotto forma di incubi, colpa, depressione,
rabbia. È un tempo circolare, ossessivo, che riecheggia le teorie dei trauma
studies: l’evento estremo non viene mai davvero assimilato, ma resta come una
ferita aperta. Sul piano politico, Atti umani è una denuncia radicale
di ogni potere che disumanizza. Il titolo stesso interroga il senso dell’umano
in condizioni di violenza estrema. La risposta di Han Kang è priva di
consolazione: l’umanità non coincide con l’innocenza, ma con la capacità di
riconoscere il dolore dell’altro e di farsene carico. Anche i gesti minimi -
lavare un cadavere, trascrivere un nome, custodire una voce - diventano atti
etici di resistenza. Atti umani è un romanzo di rara intensità morale e letteraria.
La sua forza risiede nell’equilibrio precario ma potentissimo tra rigore
formale e responsabilità etica. Han Kang dimostra che la letteratura può ancora
essere un luogo necessario per elaborare il trauma storico, non per sanarlo, ma
per mantenerne aperta la ferita, come monito contro la ripetizione della
violenza. In questo senso, Atti umani non parla solo della Corea del
Sud, ma interroga ciascun lettore sul significato della memoria, della
responsabilità e della dignità umana.
Note dell’autore. L’eccidio di Gwangju e il
coraggio della testimonianza
Nel maggio del 1980, la città di Gwangju, nel sud della Corea,
fu teatro di uno dei più gravi massacri della storia contemporanea del Paese.
In seguito al colpo di Stato militare guidato dal generale Chun Doo-hwan, che
aveva instaurato un regime autoritario dopo l’assassinio del presidente Park
Chung-hee, migliaia di studenti e cittadini scesero in piazza per chiedere
elezioni democratiche e la fine della legge marziale. La risposta del potere fu
brutale. Tra il 18 e il 27 maggio, l’esercito sudcoreano - in
particolare le unità delle forze speciali - represse la rivolta con una
violenza sistematica: pestaggi, torture, fucilazioni indiscriminate. I soldati
spararono sulla folla inerme, colpirono adolescenti, donne, anziani. I corpi
dei morti vennero ammassati nei palazzetti dello sport e nelle caserme, spesso
senza identificazione. Il numero ufficiale delle vittime fu a lungo
falsificato; le stime parlano di centinaia, forse migliaia di morti. Per decenni, l’eccidio di Gwangju fu cancellato dalla
narrazione pubblica. Il regime lo presentò come una sommossa violenta istigata
da elementi sovversivi; parlarne significava esporsi a persecuzioni, arresti,
censura. Anche dopo la democratizzazione della Corea del Sud, il trauma rimase
in larga parte sommerso, relegato alla memoria dei sopravvissuti e dei
familiari delle vittime. È in questo contesto che si colloca il gesto letterario di Han
Kang. Nata nel 1970, l’autrice non ha vissuto direttamente i fatti di Gwangju,
ma ne ha ereditato il silenzio, la rimozione, il dolore trasmesso come
un’ombra. Scrivere Atti umani ha significato per lei affrontare non solo una
ferita storica, ma un tabù collettivo ancora pulsante. Il coraggio del romanzo
risiede proprio qui: nel dare voce ai morti quando la società aveva scelto di
non ascoltarli. Han Kang non ricostruisce l’eccidio secondo una logica
documentaria o celebrativa. Al contrario, ne restituisce la dimensione umana
più fragile e insopportabile: i corpi violati, la paura, la vergogna dei
sopravvissuti, il peso del silenzio. In un Paese che ha impiegato anni a
riconoscere ufficialmente le proprie responsabilità, Atti umani si configura
come un atto di testimonianza radicale, capace di restituire dignità alle
vittime senza trasformarle in simboli astratti. Raccontare Gwangju, per Han Kang, non è stato un esercizio di
memoria, ma un’assunzione di responsabilità. La sua scrittura non pretende di
guarire la ferita, ma di impedirne la cancellazione. In questo senso, il
romanzo si colloca tra le opere necessarie: quelle che non permettono al
passato di passare, e che ricordano come la letteratura possa ancora opporsi
all’oblio quando la storia ufficiale ha fallito.