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mercoledì 14 gennaio 2026

ATTI UMANI
di Francesca Mezzadri

Han Kang
 
Etica della testimonianza e scrittura del trauma in Han Kang

Atti umani (Adelphi ed.) occupa un luogo centrale nella produzione di Han Kang e, più in generale, nella letteratura contemporanea sul trauma storico. Il romanzo prende avvio dal massacro di Gwangju del maggio 1980, evento cruciale e a lungo rimosso della storia sudcoreana, per articolare una riflessione radicale sulla violenza di Stato, sulla vulnerabilità dei corpi e sulla possibilità stessa di testimoniare l’orrore. Non si tratta di una semplice rievocazione: Atti umani interroga le forme della narrazione e i suoi limiti, chiedendosi come la memoria collettiva possa essere trasmessa senza tradire l’esperienza delle vittime.
La struttura del romanzo è polifonica e franta. Ogni capitolo assume una prospettiva diversa - un ragazzo ucciso, l’amico sopravvissuto, una redattrice perseguitata dalla censura, un ex prigioniero politico, fino a una voce autoriale che si espone in prima persona - componendo un mosaico di coscienze ferite. Questa scelta formale ha un valore eminentemente etico: rifiutando ogni sguardo onnisciente e pacificante, Han Kang sottrae il trauma alla tentazione della chiusura narrativa. La verità resta parziale, spezzata, incompleta, così come lo è stata per decenni la memoria di Gwangju nella società coreana.
Al centro del romanzo si impone il corpo. I cadaveri accatastati nel palazzetto dello sport, la carne martoriata dalle torture, la lenta decomposizione dei morti diventano il luogo in cui la violenza politica si iscrive in modo irreversibile. Ma il corpo non è solo materia annientata: è anche ciò che continua a parlare quando il linguaggio fallisce, ciò che resiste all’oblio. In questa attenzione radicale alla corporeità, Atti umani dialoga con la grande tradizione della scrittura del trauma - da Primo Levi a Imre Kertész - pur mantenendo una voce profondamente originale.
La lingua di Han Kang è scarnificata, trattenuta fino all’estremo. La prosa rifugge l’enfasi e la spettacolarizzazione del dolore; le scene più atroci sono restituite con una precisione quasi clinica, che obbliga il lettore a guardare senza protezioni. È una scelta che ha il valore di un atto morale: la sofferenza non viene mai trasformata in oggetto estetico, ma restituita nella sua nudità insostenibile. Il lettore è chiamato a diventare testimone, a condividere una responsabilità.
Il romanzo insiste sul nodo irrisolto tra silenzio e parola. I personaggi sono schiacciati non solo dai ricordi, ma dall’impossibilità di raccontarli in una società fondata sulla rimozione. Censura, autocensura e paura si configurano come forme di violenza che prolungano il trauma nel tempo, deformando le vite dei sopravvissuti. La repressione non termina con la morte dei corpi: continua a operare sulle coscienze.
Anche il tempo in Atti umani è ferito. Il passato irrompe costantemente nel presente, negando ogni linearità. Il trauma non si esaurisce nel 1980, ma ritorna sotto forma di incubi, colpa, depressione, rabbia. È un tempo circolare, ossessivo, che riecheggia le teorie dei trauma studies: l’evento estremo non viene mai davvero assimilato, ma resta come una ferita aperta.
Sul piano politico, Atti umani è una denuncia radicale di ogni potere che disumanizza. Il titolo stesso interroga il senso dell’umano in condizioni di violenza estrema. La risposta di Han Kang è priva di consolazione: l’umanità non coincide con l’innocenza, ma con la capacità di riconoscere il dolore dell’altro e di farsene carico. Anche i gesti minimi - lavare un cadavere, trascrivere un nome, custodire una voce - diventano atti etici di resistenza.
Atti umani è un romanzo di rara intensità morale e letteraria. La sua forza risiede nell’equilibrio precario ma potentissimo tra rigore formale e responsabilità etica. Han Kang dimostra che la letteratura può ancora essere un luogo necessario per elaborare il trauma storico, non per sanarlo, ma per mantenerne aperta la ferita, come monito contro la ripetizione della violenza. In questo senso, Atti umani non parla solo della Corea del Sud, ma interroga ciascun lettore sul significato della memoria, della responsabilità e della dignità umana.




Note dell’autore. L’eccidio di Gwangju e il coraggio della testimonianza


Nel maggio del 1980, la città di Gwangju, nel sud della Corea, fu teatro di uno dei più gravi massacri della storia contemporanea del Paese. In seguito al colpo di Stato militare guidato dal generale Chun Doo-hwan, che aveva instaurato un regime autoritario dopo l’assassinio del presidente Park Chung-hee, migliaia di studenti e cittadini scesero in piazza per chiedere elezioni democratiche e la fine della legge marziale. La risposta del potere fu brutale.
Tra il 18 e il 27 maggio, l’esercito sudcoreano - in particolare le unità delle forze speciali - represse la rivolta con una violenza sistematica: pestaggi, torture, fucilazioni indiscriminate. I soldati spararono sulla folla inerme, colpirono adolescenti, donne, anziani. I corpi dei morti vennero ammassati nei palazzetti dello sport e nelle caserme, spesso senza identificazione. Il numero ufficiale delle vittime fu a lungo falsificato; le stime parlano di centinaia, forse migliaia di morti.
Per decenni, l’eccidio di Gwangju fu cancellato dalla narrazione pubblica. Il regime lo presentò come una sommossa violenta istigata da elementi sovversivi; parlarne significava esporsi a persecuzioni, arresti, censura. Anche dopo la democratizzazione della Corea del Sud, il trauma rimase in larga parte sommerso, relegato alla memoria dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime.
È in questo contesto che si colloca il gesto letterario di Han Kang. Nata nel 1970, l’autrice non ha vissuto direttamente i fatti di Gwangju, ma ne ha ereditato il silenzio, la rimozione, il dolore trasmesso come un’ombra. Scrivere Atti umani ha significato per lei affrontare non solo una ferita storica, ma un tabù collettivo ancora pulsante. Il coraggio del romanzo risiede proprio qui: nel dare voce ai morti quando la società aveva scelto di non ascoltarli.
Han Kang non ricostruisce l’eccidio secondo una logica documentaria o celebrativa. Al contrario, ne restituisce la dimensione umana più fragile e insopportabile: i corpi violati, la paura, la vergogna dei sopravvissuti, il peso del silenzio. In un Paese che ha impiegato anni a riconoscere ufficialmente le proprie responsabilità, Atti umani si configura come un atto di testimonianza radicale, capace di restituire dignità alle vittime senza trasformarle in simboli astratti.
Raccontare Gwangju, per Han Kang, non è stato un esercizio di memoria, ma un’assunzione di responsabilità. La sua scrittura non pretende di guarire la ferita, ma di impedirne la cancellazione. In questo senso, il romanzo si colloca tra le opere necessarie: quelle che non permettono al passato di passare, e che ricordano come la letteratura possa ancora opporsi all’oblio quando la storia ufficiale ha fallito.