Nota
critica su Autoritratto di Édouard Levé Da
adolescente pensavo che La vita, istruzioni per l’uso mi avrebbe aiutato
a vivere e Suicidio, istruzioni per l’uso a morire. Ho trascorso tre
anni e tre mesi all’estero. Preferisco guardare a sinistra. Ho un amico che
gode nel tradire. La fine di un viaggio mi lascia lo stesso amaro in bocca
della fine di un romanzo. Dimentico ciò che non mi piace. Forse, senza saperlo,
ho parlato con qualcuno che ha ucciso qualcuno. Guardo sempre nei vicoli
ciechi. Quel che c’è alla fine della vita non mi spaventa. Non ascolto mai
davvero ciò che mi dicono. (Autoritratto,
E. Levé, Quodlibet, Macerata, 2025, p. 5) Indagine
del fenomeno Édouard
Levé è nato nel 1965 ed è morto suicida, appena dopo aver dato alle stampe Suicidio,
nel 2007. Autoritratto, (Quodlibet, Macerata) è uscito in Italia nel
2025. Il significato di “scoperta” non pertiene tanto alla filosofia quanto
alla scienza, e va da sé. Nondimeno, si può parlare di evoluzione? È una
domanda. Levé dà risposta affermativa perché propone, con Autoritratto,
una forma di autobiografia che si fa carico del pensiero novecentesco in fatto
di scrittura, di possibilità e impossibilità della stessa. Vedremo come Levé
performa le idee di Jacques Derrida, Maurice Blanchot e Roland Barthes. Non
sono bello. Non sono brutto. Sotto certe angolature, abbronzato e con una
camicia scura, a volte mi trovo bello. Mi vedo più spesso brutto che bello. I
momenti in cui mi vedo bello non coincidono con quelli in cui vorrei esserlo.
Mi vedo più brutto di profilo che di faccia. Mi piacciono i miei occhi, le mie
mani, la mia fronte, il mio culo, le mie braccia, la mia pelle, non mi
piacciono le mie cosce, i miei polpacci, il mio mento, le mie orecchie, la
curva della mia nuca, le mie narici viste da sotto, non so cosa pensare del mio
pene. Ho la faccia storta. La parte sinistra del mio viso non somiglia alla
destra. Amo la mia voce al risveglio dopo una serata alcolica o quando ho
l’influenza. Non ho bisogno di niente. (Autoritratto,
E. Levé, Quodlibet, Macerata, 2025, p. 8)
Autoritratto
si
presenta come un quadro impressionista. Pochi tratti, poche pennellate, accenni
e mai una volta che un dato sia esaustivo, mai che un dato si faccia carico di
una spiegazione che renda conto del tutto. Nell’estratto sopra riportato,
notiamo come la brevissima (auto)indagine estetica sia un’asettica elencazione
di “mi piace” e “non mi piace”. La narrazione è abolita. Non c’è una narrazione
che il lettore è chiamato a ricostruire, Levé dissemina indizi che un lettore
furbo può mettere in fila. Autoritratto è un modello di autobiografia
diverso da quello di gran parte della buona e della cattiva letteratura. Céline
- genio del Novecento - proponeva un itinerario; oggi lo fanno Ernaux, Carrère,
Knausgard, oltre a coloro che del trauma fanno merce e si impegnano in una
successione storytellare che possa neutralizzare ogni forma di domanda
proveniente dal o posta al libro. Levé
si muove in un territorio diverso, che avvicina il testo non diremo alla
“dimostrazione di una tesi”, ma quantomeno alla sua incarnazione. E
così, analogamente ai due brani qui presentati, procede il testo. Elenco di
osservazioni quantistiche, che non sfociano mai in qualcosa che ecceda
l’abbozzo. La trama è quindi assente, e risulta assente anche un protagonista
che muova, un narratore che faccia da cicerone tra tutti questi dati. Autoritratto,
così facendo, ha la crudeltà di una cartella clinica. Mera elencazione. L’unica
speranza del lettore è questa: che Levé affermi o, insomma, alluda
all’impossibilità gestaltica di ridurre il Tutto alla somma delle parti. Ma
tale speranza viene delusa, perché Levé condivide con i grandi narratori
dell’autofinzione (non con quelli che riescono a mercificare financo lo stupro)
il principio etico della domanda. I libri non hanno la risposta a niente. Né,
tantomeno, consolano. La consolazione, sembra dire Levé, è ben più inutile
della spietatezza di un catalogo. Catalogo
qual è in effetti Autoritratto. Di
seguito, un altro estratto: Ho
amici asiatici. Non mangio gelati. Non riempio la casa di cianfrusaglie. Nei
ristoranti poco frequentati conto i clienti e mi dispero sul destino dei
ristoratori. Non sopporto lo slang inglese tradotto in francese, le trovate
stilistiche, spesso improprie, provengono dalla lontana giovinezza del
traduttore o dalla sua idea di parlata del popolo. Apprezzo la semplicità dei
templi protestanti. Ammiro le cerimonie religiose americane con i pastori che
si lanciano in prediche simili al canto e alla trance, è come se finalmente la
vita entrasse in quell’evento morboso e privo di desiderio che è la messa. (Autoritratto,
E. Levé, Quodlibet, Macerata, 2025, p. 63)
Teoria
incarnata Chiusa
la pur breve nota fenomenologica “pura”, possiamo notare i nessi con la
filosofia (post)strutturalista. Cosa
fa Levé? Non dà forma a un Io ma accumula tracce. Tale è l’Io, e non altro. Non
esiste una verità predeterminata sul soggetto ma, così Derrida, esso si
determina gradualmente, scrivendosi, nel processo di accumulazione di tracce. L’Io,
in questo magma senza teleologia, non si dà mai davvero. Lo abbiamo (ci
vorrebbero decine di virgolette) “dimostrato” poc’anzi: se l’Io di Levé fosse
costituito, esso darebbe necessariamente vita non fosse altro che a un accenno
di narrazione. Levé non accede al suo Io. Levé ha impressioni sparse. Una mente
franta che cerca di costituirsi ma non ha un’origine e non percorre un
sentiero. L’autobiografia, che dovrebbe essere, tra i generi, il più
confortante per l’autore, è in realtà - secondo il pensiero di Blanchot - la
dimostrazione che non si può pervenire al “vero” Io. Che resta un insieme di
frammenti a cui sì, si può dare un ordine a posteriori, come in Autoritratto,
ma in modo del tutto arbitrario. In modo del tutto bugiardo. Schegge,
perché l’Io stabile è un’illusione e, soprattutto, non precede le tracce che lo
compongono, bensì le segue. Questa
è una tesi di Roland Barthes, che ha compiuto - ben prima di Levé -
un’operazione analoga con Barthes di Roland Barthes. L’Io originario
come depositario del senso è una bugia che anche la letteratura, grazie a Joyce
e Beckett, ha smascherato. Il soggetto si costituisce a posteriori. Il
linguaggio, le relazioni tra segni, e solo retroattivamente quello che
chiamiamo Io. La posizione di Barthes si integra a quanto abbiamo detto di Levé.
Se Levé credesse nella stabilità dell’Io, ma diciamola grezza, se Levé credesse
in un’anima, Autoritratto non avrebbe la forma che ha. Chi è Io? Non di
sicuro una sorta di ectoplasma che precede la prima parola e segue l’ultima. La
concezione di Io che Levé performa è quella di un Io costituito dal linguaggio,
un essere che non parla ma subisce i significanti. E cos’è Autoritratto se
non proprio una lista di significanti alla fine della quale, forse, se si vuole
(e non è necessario) si può estrapolare quello che solo per comodità diciamo
Io? Saturo
di consapevolezza teorica e anticonformista, Autoritratto, nella
paratassi, nell’elencazione da referto medico, è una lista della spesa. Forse
Levé aspirava proprio a quel grado di (apparente) insignificanza. Il pessimismo
che emerge dalla lettura delle sue opere può farci pensare che non ritenesse
troppo distanti per “importanza” una lista della spesa e una lista di
impressioni su di sé. Pessimista,
sì, ma infine non solo preso da forze retroattive, perché Autoritratto riesce
come un invito ad abbandonare, nella scrittura di sé, il narcisismo che
inquina, consola e vende.
Bibliografia
utile (I
paragrafi teorici inerenti a Derrida, Blanchot e Barthes sono sintesi che
risultano da letture varie dell’autore e non citano testi specifici) La
scrittura e la differenza, J. Derrida, Einaudi, Torino, 2002 Lo
spazio letterario,
M. Blanchot, Il Saggiatore, Milano, 2018 Saggi
critici R.
Barthes, Einaudi, Torino, 2002