Che cosa
definisce la bellezza del luogo in cui viviamo, e in che modo questo luogo
influisce sulla nostra idea di estetica?Siamo abitatori di spazi e luoghi, sia se ce ne rendiamo conto, sia se
sono nei nostri pensieri e ricordi. Il nostro benessere, nello spazio pubblico,
nello spazio aperto, dipende, però, da quello che ci circonda, da quello che
sentiamo, vediamo, percepiamo, che ci minaccia, che ci sovrasta o, invece, che
ci accomoda, che ci accoglie, e tutto quello che facciamo, pensiamo, diciamo,
nello spazio aperto, ha a che fare con questa percezione profonda. Noi siamo
abitatori del mondo, e siamo abitanti per natura, e questo abitare ha a che
fare, per relazione primigenia, con le cose che ci circondano, prima ancora che
con le persone. Sempre, quando ci svegliamo, al mattino, la prima cosa che
sappiamo di noi stessi ce la dice la stanza che ci accoglie. Quello spazio ci
restituisce il senso dell’essere gettati nel mondo, piantati nel mondo: stessa
cosa accade per la città che, in qualche modo, ci dà un’idea della bellezza.
Cresciamo,
spesso, in un luogo che non ha un’oggettiva bellezza, ma ha tutto quello che
noi abbiamo visto, attraversato, sperimentato nella nostra infanzia, visto con
gli occhi e sedimentato poi nella memoria. Salvo rarissime eccezioni, ci
facciamo un’idea di bellezza del mondo, attraverso i luoghi in cui abbiamo
vissuto. Però attenzione! La bellezza non è un canone astratto, non è un canone
che possiamo apparentare, necessariamente, al lusso, all’ordinato, al ben
organizzato e raffinato. La bellezza è una dimensione profonda, spirituale,
intima e quindi ci sono possono essere luoghi assolutamente poetici che non
corrispondono a un’idea classica di bellezza. E questo rende molto democratico
il concetto di bellezza. Certo, se noi guardiamo le città europee, e poi le
città italiane, ci rendiamo conto che siamo stati grandi quando abbiamo saputo
tenere insieme l’elemento del paesaggio in collegamento con lo spazio urbano.
La
capacità di organizzare lo spazio pubblico, ha creato una bellezza misurata,
equilibrata, civile, che è quella che noi abbiamo elaborato culturalmente nei
secoli ed è quella che oggi stiamo un po’ perdendo. Il tema del decoro entra in
conflitto con la libertà e con una forma di vita più naturale e spontanea. E,
allora, che immagine emerge da una città che si basa su questa tensione tra
decoro e libertà? Che la bellezza non ha a che fare necessariamente col decoro.
Le città medievali, le città organiche, ma anche le città dell’Umanesimo o
anche le città ottocentesche, tutta la genealogia delle città, che sono nel
nostro patrimonio genetico, hanno a che fare con un certo grado di disordine,
di biodiversità, se si può dir così. E questo crea un problema.
Oggi, siamo
tentati di sterilizzare gli spazi, tanto da renderli tutti uguali, più simili a
dei centri commerciali, che non alle città storiche che abbiamo conosciuto,
perché la città, per essere accogliente, deve essere un po’ caotica: è l’esperienza
che noi facciamo nelle piazze italiane, nei mercati, viaggiando lungo le coste.
Questa accidentalità della città, solo negli ultimi venti anni, è stata
sottoposta a una sorta di “decoro controllato”, che è anche un controllo
politico e che ha prodotto una contrazione dello spazio di libertà. Nell’opinione
pubblica, si è inserita l’idea che uno spazio, per essere bello, deve essere lindo,
pulito, controllato, sorvegliato dalle telecamere, sterilizzato, impoverito di
quella vita che fa di quello spazio uno spazio civile pubblico e questo anche
perché abbiamo guardato ad altri modelli urbani, abbiamo guardato ad Oriente,
alle città asiatiche e al modello americano, in cui la dimensione dello spazio
pubblico è come quello di un centro commerciale. Ha soppiantato la piazza, come
idea di spazio pubblico, civile, di bellezza. Gli spazi pubblici moderni si
assomigliano tutti, hanno gli stessi brand, hanno gli stessi negozi, mangi lo
stesso cibo, entri negli stessi bar, togliendo quella dimensione di autenticità,
che è quella che ci faceva respirare, e per la quale, arrivando in certe città
italiane, ti veniva la voglia di dire: “Questa è la vera Italia”. Con il
paradosso che poi, quando andiamo in vacanza, cerchiamo luoghi che invece siano
autentici. Li troviamo ancora nei centri storici, spesso abbandonati, o nei
piccoli paesi di provincia, certamente non in quei luoghi in cui, il modello
turistico, in realtà, reitera modelli che sono uguali in Grecia, in Spagna, in
Italia. Questo è un elemento paradossale, perché noi vogliamo avere un’idea di
autenticità, ci crediamo ma, alla fine, nella nostra città siamo insofferenti
rispetto allo spirito dei luoghi, al Genius loci. Come se volessimo cancellarlo,
nel nome di spazi che diventano tutti uguali. Pensiamo alle stazioni ferroviarie:
sempre più hanno gli stessi elementi, la stessa spazialità, gli stessi negozi,
gli stessi punti vendita e, magari, non troviamo più quella possibilità di
mangiare il piatto tipico locale.
L’osteria non la troviamo più, se non in
forme simulate. Siamo bravissimi a farci del male da soli, a cancellare quella
ospitalità dei luoghi, che è stato il codice genetico della città europea,
della città italiana. Pensiamo alle panchine, a quello che fa sì perché si crei
un piccolo fastidio alle persone nel sedersi, con l’obiettivo non dichiarato di
evitare che le persone vi dormano sopra o che siano abitate magari da persone non
gradite: scelta che ha una forte connotazione politica. Ci stiamo abituando all’idea
dell’ordine e del controllo. Ancora però, per fortuna, nelle piccole e medie
città, è ancora possibile vedere anziani e giovani, la sera, seduti sui gradini
delle chiese o dei palazzi pubblici: sono le gradinate della sosta e della
contemplazione, del piacere di guardare gli altri che passano, e questo non è
solo intrattenimento e compagnia, è confidenza e convivialità. E osservare il
volo folle delle rondini che vanno ad imbucarsi nelle “ferite” bellissime e non
restaurate dei tetti o delle facciate dei palazzi. O restare in un silenzio,
pieno di poesia e bellezza, in luoghi in cui il chiasso non riesce a coprire il
canto dei rami degli alberi baciati dal vento.