IRAN: TRA RIVOLTA POPOLARE
E CRISI DI REGIME di Firat Ak
L’ondata di
proteste che ha attraversato l’Iran tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026
rappresenta una delle mobilitazioni popolari più ampie degli ultimi decenni.
Innescata dal collasso economico, inflazione fuori controllo, impoverimento
diffuso e crollo del rial iraniano ai minimi storici la protesta si è
rapidamente trasformata in una contestazione politica di carattere sistemico.
Secondo numerose fonti locali, nel giro di due settimane le manifestazioni
hanno raggiunto quasi tutte le province del Paese, coinvolgendo città come
Teheran, Mashhad, Isfahan, Shiraz, Ahvaz, Kermanshah e molte altre. Gli slogan
emersi non si limitano più a rivendicazioni economiche, ma mettono in
discussione direttamente la legittimità dell’attuale assetto di potere della Repubblica
Islamica.
La continuità con il movimento
“Donna, Vita, Libertà” Molti osservatori iraniani e
internazionali sottolineano come questa sollevazione rappresenti la
prosecuzione diretta del movimento nato nel 2022 dopo la morte di Mahsa (Jina)
Amini. Le giovani donne restano una componente centrale della
mobilitazione; tuttavia, l’elemento distintivo dell’attuale fase è l’ampiezza
della partecipazione sociale. Studenti, lavoratori, commercianti dei bazar,
contadini, minoranze etniche e religiose prendono parte alle proteste in modo
coordinato. In particolare, il coinvolgimento dei commercianti è considerato un
indicatore significativo. Storicamente, i bazar hanno costituito uno dei
pilastri della stabilità economica e politica dell’Iran. La loro adesione alle
proteste segnala una frattura profonda tra società e Stato, difficilmente
reversibile nel breve periodo.
Repressione e dinamiche di
radicalizzazione La risposta delle autorità è stata
prevalentemente securitaria. Le forze di sicurezza hanno represso le
manifestazioni attraverso arresti di massa, uso di munizioni vere, gas
lacrimogeni e operazioni all’interno dei campus universitari. Secondo stime non
ufficiali, il bilancio delle vittime nelle prime fasi della repressione varia
da alcune decine a oltre trenta persone. Dopo giorni di silenzio, la Guida
Suprema Ali Khamenei ha riconosciuto parzialmente il disagio economico della
popolazione, ribadendo però una linea di fermezza nei confronti dei
manifestanti. Questo doppio messaggio ha contribuito ad accentuare le
tensioni. All’interno dello Stato sembrano emergere approcci divergenti:
mentre alcuni settori istituzionali evocano la necessità di un dialogo,
l’apparato di sicurezza continua a privilegiare una risposta repressiva.
Minoranze, questione curda e aree
periferiche Nelle regioni a maggioranza curda,
così come in quelle abitate da altre minoranze come i beluci, la repressione
appare più intensa. Queste comunità, storicamente soggette a discriminazioni
politiche, culturali ed economiche, rappresentano alcune delle componenti più
organizzate dell’opposizione. Le restrizioni linguistiche, la
militarizzazione dei territori, lacriminalizzazione del dissenso e il ricorso
alla pena capitale hanno alimentato una sfiducia strutturale nei confronti del
potere centrale. Per molti attivisti iraniani e appartenenti alle minoranze,
qualsiasi prospettiva di transizione politica risulterà fragile senza un
riconoscimento sostanziale dei diritti collettivi e un rafforzamento delle
autonomie locali.
Un sistema sotto pressione interna ed
esterna La crisi interna si intreccia con una
fase di indebolimento regionale dell’Iran. Dopo l’uccisione di Qassem Soleimani
e le crescenti difficoltà delle reti alleate di Teheran in Medio Oriente, la
capacità del Paese di proiettare potere all’esterno appare ridotta. Questo
restringe ulteriormente il margine di manovra del regime in una fase di
crescente pressione sociale interna. In tale contesto, emergono interrogativi
sul ruolo degli attori regionali e internazionali. Tuttavia, attribuire la
protesta esclusivamente a interferenze esterne non consente di cogliere la
profondità delle cause economiche, sociali e politiche che alimentano il
malcontento.
Scenari e prospettive Diversi scenari vengono oggi discussi
dagli analisti: 1.- Approfondimento della crisi
economica, con il proseguimento della svalutazione del toman e il blocco delle
capacità di importazione ed esportazione. 2.- Richieste sociali e modelli
alternativi di governance, fondati su maggiore partecipazione democratica,
giustizia sociale, diritti delle donne e tutela ambientale, come proposto da
alcuni movimenti della società civile. 3.- Riposizionamenti regionali, con
il possibile coinvolgimento indiretto di attori come Israele o Azerbaigian,
ipotesi che restano oggetto di dibattito e richiedono verifiche. 4.- Centralità del fattore curdo, che
rappresenta un attore politico rilevante: un’eventuale esclusione dal processo
decisionale aumenterebbe il rischio di ulteriori destabilizzazioni. 5.- Indebolimento militare
progressivo, dovuto alla perdita di figure chiave e alla pressione su alleanze
regionali. 6.- La posizione ambivalente della
Turchia, divisa tra cooperazione tattica con Teheran in Siria e interessi
divergenti nelle regioni curde. 7.- Ridefinizione dei corridoi
commerciali regionali, che potrebbe incidere sugli equilibri geopolitici e
sulle strategie dei Paesi coinvolti. In tutti i casi, appare evidente che
lo status quo risulta difficilmente sostenibile nel medio periodo.
Le proteste in Iran non costituiscono
un episodio isolato né una crisi temporanea. Esse esprimono una domanda diffusa
di dignità, diritti e cambiamento strutturale. La risposta delle
autorità che si orienti verso una maggiore repressione o verso un processo
di trasformazione politica non inciderà soltanto sul futuro dell’Iran, ma avrà
ripercussioni sull’intero equilibrio regionale. Per la comunità internazionale, la
sfida consiste nel riconoscere la natura autenticamente sociale e politica di
questa mobilitazione, evitando letture semplificatrici e sostenendo, attraverso
strumenti politici e diplomatici, il rispetto dei diritti umani fondamentali.