Pagine

domenica 25 gennaio 2026

LA PAROLA COME DESTINO
di Francesca Mezzadri


A. Gaccione. Gennaio -2026
(Foto: Azzurra)

Con Una gioiosa fatica 1964-2022 (La Scuola di Pitagora, 2025 pagine 160 € 16), Angelo Gaccione raccoglie sessant’anni di poesia e coscienza civile. A curarla è Giuseppe Langella, con ouverture di Franco Loi, introduzione di Tiziano Rossi e postfazione di Fulvio Papi: un quartetto che già annuncia l’altezza del progetto. Il libro è un poema della condizione umana, costruito come un cammino morale in dodici stazioni - dalla memoria alla ribellione, dalla pietà alla gioia, fino al mistero. Gaccione restituisce alla parola la sua antica funzione: dare voce all’uomo e alla sua coscienza. La lingua è limpida, necessaria, sempre nutrita di pietà. Nelle Ritrovate parla la giovinezza, nelle Illuminate la testimonianza, nelle Milanesi la città ferita e viva. Ogni sezione è un modo di stare nel mondo, un gesto di resistenza poetica. Tra tutte, spiccano Le Sacre, dove la spiritualità si fa terrestre: pane, vino, amicizia, terra. Qui si colloca la poesia “La classe morta”, composta a Parma, che vibra di una forza rara. La città ducale, silenziosa d’agosto, diventa teatro di un gesto di pietà universale: il poeta siede sui gradini del Battistero e, davanti al Cristo di Antelami, parla ai bambini di Beslan. Il marmo rosa del Battistero, il chiarore del cielo emiliano, l’eco del silenzio cittadino: tutto si fa preghiera. Parma, con la sua misura e il suo pudore, sembra offrire al poeta la lingua più adatta alla compassione. Non è un caso che Gaccione scelga qui di unire il dolore del mondo alla bellezza dell’arte: la poesia nasce dalla pietà, ma si eleva nella luce di una città che da secoli accoglie la bellezza come forma di fede.


Parma: Duomo e Battistero

La classe morta
 
Oh, no! Voi non eravate la classe morta di Kantor;
voi eravate il germoglio non la spiga matura.
Quel limpido luminoso settembre
alla Scuola Numero Uno¹
non è apparso nessun dio benigno
ad annunziarvi la lieta novella.
È venuto invece l’uomo nero e ha gridato:
“Io sono il pane della morte²… mangiate!”
Ma voi non volevate di quel pane.
Misere ombre di Beslan, ombre dell’Ossezia del Nord,
ombre di altre ombre… cosa può l’ombra di un poeta
seduto sui gradini del Battistero in una deserta città d’agosto?
Spargo sul sagrato per voi gli ultimi grani di sale
e davanti al Cristo di Antelami³ mi ripeto:
“Non svegliarle, non svegliarle mai più,
fa’ che non vi sia resurrezione.”
 
“La classe morta” è forse il vertice morale dell’opera: un lamento senza retorica, che unisce pietà e misura classica. Parma ne diventa cornice e complice, città di silenzio e luce, dove la poesia trova la sua voce più umana. E, come scrive Gaccione: “Finché lascerete in piedi l’ultima rovina, noi saremo là a ricordarvi che siamo stati dalla parte della vita: voi no”.

 
La copertina del libro

Note
1 Fra l’1 e il 3 settembre 2004 nella Scuola Numero Uno di Beslan nell’Ossezia del Nord, un gruppo armato di separatisti ceceni vi fa irruzione sequestrando tutto il personale compreso gli scolari. L’assalto dei corpi speciali russi si trasforma in una strage: i morti saranno più di 300, oltre 700 i feriti, 186 bambini perderanno la vita.
 
2 Riferimento al Vangelo di Giovanni, discorso di Gesù a Cafarnao (vv. 6,48) “… Io sono il pane della vita…
 
3 Benedetto Antelami: Deposizione dalla croce (1178), rilievo marmoreo nel Duomo di Parma.