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domenica 25 gennaio 2026

IL RACCONTO
di Francesca Mezzadri 


 
Diecimila lire
 
Ai vetri della cabina telefonica cominciarono a bussare con nocche impazienti, poi con qualcosa di più duro, forse un anello. Il rumore arrivava ovattato, come se fosse già sott’acqua. Un vecchio col cappello inzuppato aprì la porticina senza chiedere permesso e infilò la testa tra i fili appiccicosi.
«Scusi, signorina… è un quarto d’ora che telefona.»
Lei sollevò gli occhi arrossati, gli regalò un sorriso stanco, tutto sbagliato, un sorriso che non chiedeva scusa ma tregua. Lo supplicò piano, con un cenno. Il vecchio borbottò qualcosa e si ritrasse, lasciando entrare una folata d’aria fredda che sapeva di pioggia e benzina.
«Ti prego,» disse nel ricevitore, stringendolo come fosse caldo. «Non so dove andare a dormire.»
Dall’altra parte c’era già il vuoto. Il clic secco della cornetta posata in fretta. Sua sorella aveva sempre avuto quel modo lì di chiudere le conversazioni: deciso, pulito, come una porta sbattuta alle spalle. Prima di lei era stata la patronessa, voce piatta, senza rabbia: quattro posti di lavoro, quattro licenziamenti. Come se fosse un conto fatto a matita su un quaderno di scuola. E prima ancora il padrone dell’alberghetto, gentile come si è gentili con chi non conta: o paga stasera o niente camera.
Don Michele non aveva voluto parlarle. Forse domani. Forse. Diecimila lire le avrebbe anche potute dare, ma non bastavano. Ne servivano almeno centomila per non finire di nuovo in strada, per restare invisibile almeno una notte.
Uscì dalla cabina. Il viale era una ferita lunga e scura. Le luci del luna park, più in là, tremavano nella pioggia come luci malate: giostre ferme, cavalli di legno col muso abbassato, la ruota panoramica immobile contro il cielo basso di Milano. Quella zona era terra di nessuno, un confine tra il divertimento stanco e i palazzi che crescevano senza anima.
La pioggia le incollava i capelli biondi alla fronte. Stringeva il paltoncino rosso, troppo allegro per quella notte, e la borsa nera, vuota come le sue bugie. Dette troppe volte. Camminò qualche passo, poi si fermò. Nessuno aveva diecimila lire da darle. Nessuno aveva nemmeno il tempo di guardarla davvero.
Ogni tanto passavano macchine che rallentavano alla svolta. I fari la misuravano, la soppesavano, poi scivolavano via. Milano faceva così: guardava e dimenticava nello stesso istante.
Si rosicchiò l’unghia del mignolo. Era un gesto piccolo, preciso. Poteva farlo senza sporcarsi le dita. Da tempo non aveva più rossetto. In tutto il giorno aveva bevuto due caffè, entrambi annacquati, entrambi bevuti in piedi. Lo stomaco le faceva male ma non osava chiamarla fame.
Una macchina si fermò. Motore acceso, tergicristalli lenti. Un uomo abbassò il finestrino.
«Passaggio?»
Per un attimo pensò di no. Pensò a come aveva giurato di smettere. A come ci aveva creduto, per qualche settimana. Poi sentì la pioggia infilarsi nel colletto e il freddo salire dalle scarpe.
«Sì», disse.
Salì accanto a lui. Il sedile era caldo. Troppo. Guardò avanti, non l’uomo. Milano scorreva fuori, nera e indifferente. Non ci riusciva, pensò. Non ancora. Forse con quelle diecimila lire… forse. Ma i forse, a Milano, non pagavano mai una stanza.