LA TERRA, IL CIELO IN
ANGELO GACCIONE di Rinaldo Caddeo
Angelo Gaccione
Questo sul libro Una gioiosa
fatica di Gaccione è l’ultimo scritto del compianto amico e poeta Rinaldo
Caddeo. Come
annota Tiziano Rossi nell’Introduzione, tra ripiegamento introspettivo e
impegno civile, molteplici sono le declinazioni del lavoro poetico di Angelo
Gaccione: l’indignazione, l’incitamento, la confessione, la polemica, la
constatazione, la satira e molte altre.Vorrei soffermarmi su di un pedale
baudelairiano del ricco spartito di Angelo Gaccione. C’è un gesto/immagine che
attraversa i testi di Una gioiosa fatica: il volo. Nella sezione Le
disperse, c’è una poesia paradigmatica, I gabbiani:
Se non vi siete riconciliati del
tutto con la realtà, se non vi siete lasciati
trascinare alla deriva, se dentro di voi è rimasta una
musica pronta a svegliarsi contro chi vuole mortificare la
vita, se vi opponete a quanti alzano
muri troppo alti, se conservate ancora un’ombra di
nostalgia, se non ponete limiti alla libertà
che vogliono negarvi, se possedete come noi una passione
eccessiva, insomma se siete rimasti vivi. Allora non sarete mai mediocri e
potete come noi levarvi in volo verso l’azzurro, verso la luce
che vogliono oscurarci. Lasciatevi contagiare dal nostro
morbo, prendete parte al nostro sogno; vi perderete d’entro un’eco: cosa
importa? L’amore tornerà a bussare alla
porta del vostro cuore se siete in grado di sentirlo; se
aprirete e lo lascerete entrare senza domande, senza chiedere da dove viene e
quanto resterà. Potete correre con noi oltre il
precipizio o l’abisso, là dove una striscia accecante o
invisibile sospesa fra cielo e mare, si fonde in un abbraccio di
azzurro. I gabbiani amano l’azzurro e
muoiono se la luce muore; lasciateci volare, o morire. Ci sono, in tono pacato, alcune
delle declinazioni evidenziate da Tiziano Rossi. L’incitamento, la
confessione, il disagio, la constatazione, divengono formulazioni di una passione
eccessiva, di un amore per la vita che scavalcano i pericoli dei
precipizi e della dissoluzione, riescono ad amalgamarsi, a convergere e salire
verso un lontano, ma invisibile/visibile, abbacinante/accecante, forse
irraggiungibile ma condivisibile, orizzonte sospeso fra cielo e mare. In
questo caso cogliamo una sorta di preghiera o di orazione, in cui echeggiano
parabole evangeliche come quella degli uccelli che possono vivere liberi senza
bisogno di accumulare beni. L’oltranza di questa passione libertaria è come se
trovasse una meta, un confine oltre i devastati confini, i limiti scadenti
della terra, di questa terra. C’è un crescendo, scandito dall’anafora
dei se, tra elegia e prosa, tra impegno morale e impulso lirico, tra
realtà e travisamento prospettico-visionario, che culmina nell’immagine finale
degli ultimi quattro versi, che non è semplicemente un’immagine o
un’allegoresi, piuttosto un correlativo oggettivo, atto a suscitare nel
lettore un’idea di destino e uno stato emotivo, densi, evidenti,
incontrovertibili.
Il volo è un’istanza
baudelairiana diffusa ne LesFleurs du Mal da L’Albatros e
Élévation a Les Plaintes d’un Icare. In Gaccione è Va’ parola
mia: «Ed ora va’ parola mia/ libra le tue ali sul mondo/ e se ti metteranno
in catene/ tu mettiti a cantare.» (pag.69). In molti altri testi di Gaccione
è presente questo slancio salvifico, rappresentato spesso dal volo degli
uccelli/volo della poesia che, per quanto frangibile e vulnerabile, è gioioso e
non è condannato a morte come in Baudelaire. È uno slancio verso l’alto che,
per esempio in Milano, non senza risonanze saviniane (Ascolto il tuo
cuore, città), con l’eco dei suoi cortili, lo porta a immaginare,
oltre le antenne, il mare. Come in Baudelaire la terra è carcere, il cielo
libertà. Ma le nuvole viste da dietro le sbarre sono più belle. Sono grandi
velieri che vengono invitati ad approdare e riposarsi presso la propria
finestra: «Non avevo mai amato il cielo/ così intensamente/ Si guarda sempre in
basso/ nella vita del mondo/ Cielo libero e straordinario/ cielo di tutti/
cielo dei carcerati/ resta azzurro anche stasera.» (pag.30). «Vorrei ali
leggere alle mie catene/ per stringere l’arcobaleno/ Avvicinatevi alla mia
finestra/ nuvole mercanti e straniere/ legate la vostra prua alle sbarre della
mia cella/ riposatevi qui per stasera/ riprenderete la vostra rotta all’alba.»
(pag.31). Del resto, già a tredici anni
Gaccione scriveva: «Ho perso i miei tredici petali/ me li ha rubati la
vita/quando rifioriranno/ avrò le ali.» (pag.18).
Angelo
Gaccione Una
gioiosa fatica (1964-2022) La
Scuola di Pitagora editrice, Napoli 2025 Pagg.
160 € 18