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domenica 18 gennaio 2026

LA TERRA, IL CIELO IN ANGELO GACCIONE
di Rinaldo Caddeo


Angelo Gaccione
 
Questo sul libro Una gioiosa fatica di Gaccione è l’ultimo scritto del compianto amico e poeta Rinaldo Caddeo.
  
Come annota Tiziano Rossi nell’Introduzione, tra ripiegamento introspettivo e impegno civile, molteplici sono le declinazioni del lavoro poetico di Angelo Gaccione: l’indignazione, l’incitamento, la confessione, la polemica, la constatazione, la satira e molte altre. Vorrei soffermarmi su di un pedale baudelairiano del ricco spartito di Angelo Gaccione. C’è un gesto/immagine che attraversa i testi di Una gioiosa fatica: il volo. Nella sezione Le disperse, c’è una poesia paradigmatica, I gabbiani:


 
Se non vi siete riconciliati del tutto con la realtà,
se non vi siete lasciati trascinare alla deriva,
se dentro di voi è rimasta una musica pronta a svegliarsi
contro chi vuole mortificare la vita,
se vi opponete a quanti alzano muri troppo alti,
se conservate ancora un’ombra di nostalgia,
se non ponete limiti alla libertà che vogliono negarvi,
se possedete come noi una passione eccessiva,
insomma se siete rimasti vivi.
Allora non sarete mai mediocri e potete come noi levarvi in volo
verso l’azzurro, verso la luce che vogliono oscurarci.
Lasciatevi contagiare dal nostro morbo, prendete parte al nostro sogno;
vi perderete d’entro un’eco: cosa importa?
L’amore tornerà a bussare alla porta del vostro cuore
se siete in grado di sentirlo; se aprirete e lo lascerete entrare senza domande,
senza chiedere da dove viene e quanto resterà.
Potete correre con noi oltre il precipizio o l’abisso,
là dove una striscia accecante o invisibile sospesa fra cielo e mare,
si fonde in un abbraccio di azzurro.
I gabbiani amano l’azzurro e muoiono se la luce muore;
lasciateci volare, o morire.
 
Ci sono, in tono pacato, alcune delle declinazioni evidenziate da Tiziano Rossi. L’incitamento, la confessione, il disagio, la constatazione, divengono formulazioni di una passione eccessiva, di un amore per la vita che scavalcano i pericoli dei precipizi e della dissoluzione, riescono ad amalgamarsi, a convergere e salire verso un lontano, ma invisibile/visibile, abbacinante/accecante, forse irraggiungibile ma condivisibile, orizzonte sospeso fra cielo e mare. In questo caso cogliamo una sorta di preghiera o di orazione, in cui echeggiano parabole evangeliche come quella degli uccelli che possono vivere liberi senza bisogno di accumulare beni. L’oltranza di questa passione libertaria è come se trovasse una meta, un confine oltre i devastati confini, i limiti scadenti della terra, di questa terra. C’è un crescendo, scandito dall’anafora dei se, tra elegia e prosa, tra impegno morale e impulso lirico, tra realtà e travisamento prospettico-visionario, che culmina nell’immagine finale degli ultimi quattro versi, che non è semplicemente un’immagine o un’allegoresi, piuttosto un correlativo oggettivo, atto a suscitare nel lettore un’idea di destino e uno stato emotivo, densi, evidenti, incontrovertibili.



Il volo è un’istanza baudelairiana diffusa ne Les Fleurs du Mal da L’Albatros e Élévation a Les Plaintes d’un Icare. In Gaccione è Va’ parola mia: «Ed ora va’ parola mia/ libra le tue ali sul mondo/ e se ti metteranno in catene/ tu mettiti a cantare.» (pag.69).
In molti altri testi di Gaccione è presente questo slancio salvifico, rappresentato spesso dal volo degli uccelli/volo della poesia che, per quanto frangibile e vulnerabile, è gioioso e non è condannato a morte come in Baudelaire. È uno slancio verso l’alto che, per esempio in Milano, non senza risonanze saviniane (Ascolto il tuo cuore, città), con l’eco dei suoi cortili, lo porta a immaginare, oltre le antenne, il mare. Come in Baudelaire la terra è carcere, il cielo libertà. Ma le nuvole viste da dietro le sbarre sono più belle. Sono grandi velieri che vengono invitati ad approdare e riposarsi presso la propria finestra: «Non avevo mai amato il cielo/ così intensamente/ Si guarda sempre in basso/ nella vita del mondo/ Cielo libero e straordinario/ cielo di tutti/ cielo dei carcerati/ resta azzurro anche stasera.» (pag.30). «Vorrei ali leggere alle mie catene/ per stringere l’arcobaleno/ Avvicinatevi alla mia finestra/ nuvole mercanti e straniere/ legate la vostra prua alle sbarre della mia cella/ riposatevi qui per stasera/ riprenderete la vostra rotta all’alba.» (pag.31).
Del resto, già a tredici anni Gaccione scriveva: «Ho perso i miei tredici petali/ me li ha rubati la vita/quando rifioriranno/ avrò le ali.» (pag.18).


 

Angelo Gaccione
Una gioiosa fatica (1964-2022)
La Scuola di Pitagora editrice, Napoli 2025
Pagg. 160 € 18