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domenica 18 gennaio 2026

SCAFFALI
di Francesca Mezzadri 
 


In equilibrio sulla linea azzurra di Valter Manunza: una corsa esistenziale nel panorama della narrativa italiana contemporanea.
 
Nel panorama della narrativa italiana recente, sempre più orientata verso l’interiorità e la frammentazione dell’esperienza, In equilibrio sulla linea azzurra di Valter Manunza (Arkadia Editore 2025, pagg. 172) si colloca come un romanzo silenzioso ma incisivo, capace di dialogare con alcune tra le voci più significative della letteratura esistenziale contemporanea, senza perdere una propria identità. Il protagonista, Damiano Fortuna, si prepara a correre la maratona di New York. Ma la corsa, fin dalle prime pagine, chiarisce la sua funzione: non è un obiettivo sportivo né un pretesto narrativo, bensì una metafora strutturale della vita, un tempo sospeso in cui il corpo, sotto sforzo, riporta alla luce memorie, ferite, relazioni e domande irrisolte. Manunza e Sandro Veronesi: la sospensione come spazio narrativo. Il confronto più immediato è con Caos calmo di Sandro Veronesi. In entrambi i romanzi, l’azione è ridotta al minimo e la narrazione si concentra su una sospensione: l’attesa davanti a una scuola, la preparazione di una maratona. Tuttavia, se Veronesi affida molto al dialogo e alla dimensione sociale del lutto, Manunza sceglie una strada più intima e lirica. Damiano non verbalizza il dolore, lo attraversa. Il corpo che corre diventa luogo di pensiero, più che oggetto di controllo razionale.
 
Manunza e Paolo Giordano: fragilità e solitudine
Con Paolo Giordano, Manunza condivide l’attenzione per la fragilità dell’individuo e per una certa solitudine esistenziale. Ma mentre Giordano lavora su strutture simboliche fortemente concettuali (la matematica, la scienza, la colpa), Manunza rimane ancorato alla fisicità. In In equilibrio sulla linea azzurra non c’è mai una spiegazione definitiva: il senso emerge dal respiro, dal passo, dalla fatica. È una scrittura meno analitica e più sensoriale, che chiede al lettore di “sentire” prima ancora di comprendere.
 
Il corpo come paesaggio narrativo
A differenza di altri autori contemporanei che utilizzano il paesaggio naturale o urbano come specchio dell’io, Manunza sceglie il corpo in movimento come vero spazio narrativo. La famosa “linea azzurra” tracciata sull’asfalto della maratona non è solo una guida tecnica, ma una soglia simbolica: seguirla significa tentare di restare in equilibrio tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati. La struttura frammentata, con capitoli numerati a ritroso, rafforza questa idea: non si corre verso un traguardo, ma verso un’origine da interrogare. È una scelta narrativa che può spiazzare chi cerca una trama tradizionale, ma che risulta coerente con l’ambizione del romanzo.
Una voce discreta ma riconoscibile
In un’epoca dominata da romanzi ad alta intensità emotiva e da narrazioni spesso gridate, In equilibrio sulla linea azzurra colpisce per la sua discrezione. Manunza non cerca l’effetto, non forza il pathos, non offre soluzioni. La sua è una scrittura che procede per sottrazione, affidandosi alla forza delle immagini e alla continuità del gesto. È un libro che si rivolge a lettori disposti alla lentezza, all’ascolto, alla partecipazione attiva. Non una lettura di consumo, ma di permanenza. Nel dialogo con autori come Veronesi e Giordano, Valter Manunza dimostra che esiste ancora spazio per una narrativa che esplori l’identità senza spettacolarizzarla. In equilibrio sulla linea azzurra è un romanzo che non corre per arrivare primo, ma per capire perché continua a muoversi. Ed è proprio in questo equilibrio precario che trova la sua forza.