La terribile attualità del
viaggio di Polissena «La passerella ondeggiò. Mi
fermai per ristabilire l’equilibrio. […] C’era spazio sufficiente sulla cengia
o avrei dovuto stringermi alla parete e avanzare strisciandoci contro la
schiena? Un tremore mi risaliva le gambe, l’inizio della vertigine». Ènel movimento incerto
verso una meta ignota che la voce narrante dà inizio ai suoi ricordi.La Grande Guerra «scoppiata un anno prima,
mi aveva risucchiata e poi deposta in un luogo sconosciuto, come fossi il
guscio vuoto di un mollusco sulla spiaggia». Eppure, benché il dolce “mondo
di ieri” sia ormai irrimediabilmente alle spalle, l’internamento della giovane
farmacista triestina Polissena Das nella cava piemontese a nord del lago
Maggiore si accende fin dalle prime pagine con i vividi colori di un intenso
Bildungsroman. Accolta autorevolmente da Leon, «il vecchio che ascolta
la radio» e che genialmente trattiene ogni sera i bambini della cava con le
storie del favoloso zio Ulli, Polissena, da giovane colta e tenace qual è, può
osservare e agire oltre le dure regole della convivenza tra profughi. In
unabile intreccio di voci, idiomi e
registri (merito dell’autrice far vivere anche linguisticamente la varietà sociale
degli internati),e se pur nel breve
tempo concesso loro dall’incalzante memoir, nello scorrere dei cinque
mesi trascorsi nella cava, il lettore va incontro apersonaggi indimenticabili: l’irriverente
Giulio, ex professore di filosofia di dichiarata fede socialista, «la bambina
alta» (nonindicata altrimenti che con
questoattributo), la Polesana,
la giovane prostituta che si rosicchia le unghie fino allo stremo e che sarà
curata da Polissena conun flacone
d’aloe conservato provvidenzialmente nella sua borsa di farmacista. Nella
solidarietà femminile scevra da moralismi espressa in questa circostanza si
riconosce una volta di più la natura coraggiosa della giovane triestina, che
fin dalle prime pagine del memoir rivela le profonde ragioni del suo
pensare e del suo agire. Se pur costretta a una lunga sosta nella cava
piemontese, Polissena mai si discosterà da un imprescindibile imperativo
morale: ricongiungersi con la nipote Giustina, orfana della sorella Aurelia e
affidata a balia a una famiglia trentina trasferita chissà dove. «Siamo tutti quanti da qualche
parte ormai e nessuno è più dove dovrebbe essere» le dirà l’amica di scuola
Ersilia durante un fortunoso incontro alla Croce Rossa austriaca di Rovereto.
Dalla notte di Natale del 1915,
infatti, grazie a un evento inaspettato, Polissena sarà sospinta verso nuove
peregrinazioni. Con gli abiti imbottiti dai ciuffi di lana che il passaggio di
un gregge ha lasciato tra i rovi di un vallone sotto la cava (occasione che fa
nascere prove di solidarietà tra i profughi, la polesana e la madre della
bambina alta si passano «la lana dalla latta al graticcio» perché, come
commenta il professore socialista Giulio, «bisogna lavorare insieme per
capirsi»), la giovane farmacista triestina vivrà le incertezze e i pericoli
di un percorso al limite della clandestinità.Lascio ai lettori l’avventuroso compito di seguirla nell’accidentata
mappa dei suoi spostamenti (il confine svizzero, Ascona, la frontiera con
l’Austria e ancora, a ritroso, il ritorno a Trento e alla Valle dell’Adige),
per infine soffermarmi su un luogo cruciale non tanto sul versante dei fatti
(l’avvicinamento o il ritrovamento della nipote) quanto sull’inquieto crinale
della conoscenza di sé. In un’atmosfera non troppo dissimile dal Doppio
sogno dello scrittore austriaco Arthur Schnitzler, Polissena vivrà per
qualche tempo in una magione padronale nei pressi di Trento. Affidata dai
proprietari ai Finfer, una generosa coppia di contadini custodi, Villa
Freude è presto scelta come residenza da un colonnello austriaco e dai suoi
uomini. Una imprevista contiguità abitativa che induce l’Oberst, quasi in veste
di nuovo padrone di casa, a meglio conoscere la giovane «ospite di Frau
Finfer». Abile nel non cedere alla tentazione del mélo, l’autrice
illumina per la prima volta Polissena con la luce di un pudico turbamento
erotico simile forse alla trasparenza degli occhi di giada del ‘gatto’ del
manico in avorio del suo ombrello, prezioso regalo materno da cui mai si
separa. Nei brevi incontri con l’Oberst, tra i ceppi del camino della grande
sala da pranzo e le carte da gioco su cui ogni sera il colonnello «passa(o)
un po’ di tempo a fare solitari, […] come fosse l’unica cosa che avesse
(i) da fare nella vita», Fräulein Doktor rivela con fiducia e semplicità qual è «il suo
scopo preciso», la ricerca della nipote «scomparsa durante il viaggio di
trasferimento da Rovereto al campo di Mittendorf». Separati
bruscamente dalle oscure ragioni della guerra (“domani mi trasferiscono a est”
le dirà l’Oberst chiudendole la mano tra le sue), Polissena continuerà la sua quête in
dolorosa solitudine. Né varrà il suo servizio presso la Croce Rossa austriaca
per venire a capo dell’intricata vicenda (così come viene delusa la speranza di
avere notizie del colonnello di Villa Freude). La fine del conflitto è
anche la fine di un tanto agognato ricongiungimento familiare? Polissena, e
l’autrice con lei, ci riservano un coup de thêatre che
travalica lo scioglimento di un semplice nodo narrativo: fortunosamente
ritrovata nel 1924, la nipote Giustina - abbandonata agli inizi della guerra
nella stazione di Rovereto - è ora Adelia Cattoi, accolta affettuosamente da
una solida famiglia contadina sulle Alpi di Trento.
Venuta correttamente a conoscenza della sua
origine di borghese triestina, dopo qualche giorno trascorso in solitudine
nella sua stanza, Giustina/Adelia, «una mattina si presentò in cucina
e disse semplicemente: siete voi la me mama, che questa gente de Trieste la
conosco miga». Nella tragedia della guerra, purtroppo ancora di atroce
attualità, le parole di Adelia trafiggono l’oscurità del mondo con la nitida
luce della solidarietà e dell’amore. Ma se nel 1926 il bildungsroman di
Polissena si conclude con la serenità affettuosa di Giustina/ Adelia, ben
differente sarà il timbro del secondo, breve memoir. Nell’incipit,
una data e un luogo: 1944. Trieste. Una sera di gennaio. Nella apoteca dove Polissena sta preparando un
elettuario di bacche di ginepro giunge all’improvviso Ersilia, l’antica compagna
di scuola fugacemente incontrata durante la Grande Guerra. L’incontro tra
amiche si tinge subito con i tragici colori del presente: per Ersilia c’è lo
sgomento per la sorte del marito quasi certamente internato in un “campo di
lavoro” nazista, per Polissena/ Lissi (questo il suo nome familiare) c’è
l’amara consapevolezza - non scevra da rimorsi - di quanto ha sofferto e
perduto negli anni della giovinezza segnati anch’essi dalla follia bellica.
Tuttavia, a conclusione, la tenacia della farmacista triestina, la sua
indomabile volontà di dignità e verità riemergono nitide nella semplicità di
una scelta: «Scelsi uno dei vecchi registri dei tempi dell’Impero rimasto in
bianco perché dopo l’annessione all’Italia era cambiato tutto. Sedetti alla
scrivania, lo aprii e cominciai a scrivere sulla prima riga in altro: “Estate
1915. Arrivo in Piemonte».
Anna
Lina Molteni Polissena
Das. In viaggio verso il golem Ronzani
editore 2025. Euro 19,00