Non avevo alcun motivo per seguire il messaggio di Mattarella
alla nazione: sono stufo di sentire di morti sul lavoro e poi non vedere
muovere un dito concretamente. Non mi ricordo un solo presidente che sia andato
a fare una visita su un cantiere dove si muore, o presso qualche struttura
lavorativa dove la gente è tenuta schiava e riceve un trattamento da negriero,
né che abbia nominato cavaliere del lavoro uno di questi lavoratori: sono loro
che con il loro sangue e la loro fatica tengono in piedi la nazione. Cavalieri
del lavoro diventano coloro che il lavoro non sanno nemmeno che cos’è; lo
diventano molti di quegli evasori che poi ci ritroviamo nelle cronache
giudiziarie, ma che la fanno sempre franca. E tanto meno volevo sentire parole sul
riarmo europeo, come se non fosse stata questa idea idiota e criminale del
riarmo a precipitare l’Europa in due devastanti guerre mondiali; come se non
fossero state proprie le alleanze militari a far degenerare in conflitti generali, contrasti locali. Ma due evidentemente non sono bastate, vanno in cerca
della terza e definitiva: quella atomica-nucleare che ci cancellerà tutti. E
come se non fosse opera di chi siede ai vertici del potere della nazione la
politica di morte che viene perseguita in tempo di pace armandosi fino ai
denti, spendendo miliardi per armamenti, facendo prosperare l’industria delle
fabbriche di morte che lucra grassamente sulla distruzione e sui massacri. Come
se non fosse loro la responsabilità di coinvolgere il nostro Paese in politiche
ed alleanze pericolose, invece di ribadire neutralità e ripudio della guerra
come prescrive la nostra Costituzione.
Perché la presidenza della Repubblica, dato che sostiene di
avere a cuore la pace, non ha intrapreso nessuna iniziativa diplomatica ai
massimi livelli sulla guerra russo-ucraina? Perché non ha accolto l’appello di
migliaia di persone di mettere a disposizione Assisi, città mondiale della
pace, per un negoziato serio e fattivo? Perché non ha lavorato in questo senso
con le alte gerarchie vaticane? Da un presidente credente e praticante ce lo
saremmo aspettato. Ce lo saremmo aspettato dal docente che ha insegnato Diritto
parlamentare e ricevuto un
discreto numero di lauree honoris causa da prestigiose università. Ce lo
saremmo aspettato dall’ammiratore di Don Milani, La Pira e di altre prestigiose
visionarie figure del cattolicesimo sociale. Perché ha perso l’occasione di far diventare il nostro Paese
un faro di diplomazia “disarmata e disarmante” e un punto di riferimento
mondiale per la pace? Chi glielo ha impedito? Chi ha fatto pressione su dui
lui? Ho preferito leggermi per intero il Messaggio di Leone XIV
per la LIX Giornata Mondiale per la Pace e in cui ho trovato molto più
consapevolezza e buon senso. Ne voglio riportare qui alcuni brani, sperando che
Mattarella, in quanto cattolico e credente, li abbia a sua volta letti e soprattutto meditati.
“[…] Ebbene, nel corso del 2024 le
spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno
precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo
la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per di
più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme
sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative:
invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate
nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne
di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come
nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono
una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza. Tuttavia, «chi ama
veramente la pace ama anche i nemici della pace». Così Sant’Agostino
raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del
rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile,
dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II
si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo
contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava
l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico
della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a
coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti
e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli
uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere
questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti,
in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler
continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme
peso della loro responsabilità».
Nel ribadire l’appello dei Padri
conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello,
constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito
militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei
conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione
dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine
decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale
distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia
e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi
concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno
sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se
contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del
pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tuttipresenta San Francesco
d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di
guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie
potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là
Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di
dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con
tutti». È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire
gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce
dall’apertura e dall’umiltà evangelica”.