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sabato 3 gennaio 2026

PAPI E PRESIDENTI
di Angelo Gaccione


 
Non avevo alcun motivo per seguire il messaggio di Mattarella alla nazione: sono stufo di sentire di morti sul lavoro e poi non vedere muovere un dito concretamente. Non mi ricordo un solo presidente che sia andato a fare una visita su un cantiere dove si muore, o presso qualche struttura lavorativa dove la gente è tenuta schiava e riceve un trattamento da negriero, né che abbia nominato cavaliere del lavoro uno di questi lavoratori: sono loro che con il loro sangue e la loro fatica tengono in piedi la nazione. Cavalieri del lavoro diventano coloro che il lavoro non sanno nemmeno che cos’è; lo diventano molti di quegli evasori che poi ci ritroviamo nelle cronache giudiziarie, ma che la fanno sempre franca. E tanto meno volevo sentire parole sul riarmo europeo, come se non fosse stata questa idea idiota e criminale del riarmo a precipitare l’Europa in due devastanti guerre mondiali; come se non fossero state proprie le alleanze militari a far degenerare in conflitti generali, contrasti locali. Ma due evidentemente non sono bastate, vanno in cerca della terza e definitiva: quella atomica-nucleare che ci cancellerà tutti. E come se non fosse opera di chi siede ai vertici del potere della nazione la politica di morte che viene perseguita in tempo di pace armandosi fino ai denti, spendendo miliardi per armamenti, facendo prosperare l’industria delle fabbriche di morte che lucra grassamente sulla distruzione e sui massacri. Come se non fosse loro la responsabilità di coinvolgere il nostro Paese in politiche ed alleanze pericolose, invece di ribadire neutralità e ripudio della guerra come prescrive la nostra Costituzione.



Perché la presidenza della Repubblica, dato che sostiene di avere a cuore la pace, non ha intrapreso nessuna iniziativa diplomatica ai massimi livelli sulla guerra russo-ucraina? Perché non ha accolto l’appello di migliaia di persone di mettere a disposizione Assisi, città mondiale della pace, per un negoziato serio e fattivo? Perché non ha lavorato in questo senso con le alte gerarchie vaticane? Da un presidente credente e praticante ce lo saremmo aspettato. Ce lo saremmo aspettato dal docente che ha insegnato Diritto parlamentare e ricevuto un discreto numero di lauree honoris causa da prestigiose università. Ce lo saremmo aspettato dall’ammiratore di Don Milani, La Pira e di altre prestigiose visionarie figure del cattolicesimo sociale.
Perché ha perso l’occasione di far diventare il nostro Paese un faro di diplomazia “disarmata e disarmante” e un punto di riferimento mondiale per la pace? Chi glielo ha impedito? Chi ha fatto pressione su dui lui?   
Ho preferito leggermi per intero il Messaggio di Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale per la Pace e in cui ho trovato molto più consapevolezza e buon senso. Ne voglio riportare qui alcuni brani, sperando che Mattarella, in quanto cattolico e credente, li abbia a sua volta letti e soprattutto meditati.



“[…] Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza. Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità». 


Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli tutti 
presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica”.