Un No riformista
non conservatore La prossima scadenza referendaria prevista per il 22-23 marzo 2026
non riguarderà semplicemente il titolo dei provvedimenti di carattere
costituzionale riguardanti l'ordinamento della Giustizia assunti dal governo e
al riguardo dei quali elettrici ed elettori dovranno esprimere consenso o
dissenso.Il tema politico riguarderà infatti
il principio dello Stato diritto. Sarà necessario
analizzare le declinazioni ed evoluzioni di questo principio: di conseguenza il
sistema politico, quello giudiziario, quello della libertà dei media e altre
questioni istituzionali relative al bilanciamento dei poteri, dovranno trovarsi
al centro del dibattito elettorale.Al di
là delle considerazioni più strettamente tecniche sarà necessario far
comprendere fino in fondo come i temi dell'efficienza, della qualità,
dell'indipendenza dei sistemi giudiziari risultino fattori fondamentali per le
prestazioni delle imprese e le decisioni di investimento mentre un ambiente
mediatico basato su norme chiare ed aperte favorirebbe l’interesse commerciale
dei fornitori di servizi di media.Una seria
analisi della situazione dello Stato di diritto in Italia ci fa notare i
principali punti critici riguardanti il ruolo dell'informazione affrontato,
della magistratura (compresa quella contabile), la condizione di libertà
associativa e politica (decreto sicurezza), il quadro anticorruzione (con
specifico riferimento al reato di abuso d’ufficio), il bilanciamento dei
poteri. Questo insieme di valutazioni ci indicano, sostanzialmente, un
arretramento dello Stato di diritto disegnato dalla nostra Costituzione. Sarà
questo il punto nevralgico da affrontare con il referendum. Un referendum da non
ridurre semplicemente a fatto tecnico e neppure da trasferire interamente sul
piano politico immediato con una idea plebiscitaria sia da parte del governo,
sia da parte dell’opposizione. Per questi motivi il
nostro No dovrà essere un No riformista e non certo conservatore. Si tratterà dunque di
porre per intero il tema dell'affermazione costituzionale, portando avanti
anche un progetto rivolto in questa direzione. Ad esempio: 1)
completare il sistema digitale di gestione delle cause nelle sedi penali e nelle
procure; adottare la proposta legislativa pendente in materia di conflitti di
interessi 2) intensificare l'impegno per adottare norme complessive sul
lobbying per l'istituzione di un registro operativo delle attività dei
rappresentanti di interessi, compresa un'impronta legislativa; 3) intensificare
l'impegno per affrontare efficacemente e rapidamente la pratica di incanalare
le donazioni attraverso fondazioni e associazioni politiche e introdurre un
registro elettronico unico perle informazioni sul finanziamento dei partiti e
delle campagne; 4) portare avanti l'attività legislativa in corso affinché
siano in vigore disposizioni o meccanismi che assicurino un finanziamento dei
media del servizio pubblico adeguato all’adempimento della loro missione di servizio
pubblico e per garantirne l’indipendenza; 5) portare avanti il processo
legislativo in corso del progetto di riforma sulla diffamazione e sulla
protezione del segreto professionale e delle fonti giornalistiche, evitando
ogni rischio di incidenza negativa sulla libertà di stampa e tenendo conto
delle norme europee in materia di protezione dei giornalisti; 6) intensificare
le iniziative per costituire un’istituzione nazionale per i diritti umani
tenendo conto dei principi di Parigi delle Nazioni Unite.
Il tema più delicato
che sarà necessario affrontare riguarda il bilanciamento dei poteri e lo
spostamento verso il concetto di governabilità degli assi di riferimento del
sistema politico. Il tema della
governabilità ha attraversato il dibattito politico, in particolare in Italia,
per quasi trent’anni partendo dall’invocazione al “decisionismo” e l’avanzarsi,
all’epoca, di una proposta di “Grande Riforma” incentrata, sul piano
istituzionale, sulla preminenza della figura del Presidente del Consiglio (si è
parlato a lungo di “cancellierato”). Un dibattito poi
approdato con l’ascesa della destra di governo al discorso sul premierato.Un dibattito scivolato poi, pericolosamente,
considerato il peso assunto dal fenomeno della personalizzazione della
politica, sul nodo del “premierato” cavallo di battaglia della destra di
governo. L’occasione
referendaria ci è utile per tenere assieme il discorso sulla ripartizione dei
poteri e sulla governabilità.Sorge così anche
un discorso riguardante la ricerca di nuove forme - autoritative - di governo e
sorge anche una distinzione tra “governance”, espressione di un potere
articolato sul territorio per rispondere, spezzettando le diverse
problematiche, in maniera sostanzialmente neo-corporativa ai bisogni espressi
dai ceti sociali più forti e “governement” utilizzato per normalizzare le
dinamiche sociali più fortemente conflittuali, attraverso l’espressione di un
potere centrale fortemente concentrato e posto, attraverso opportuni tecnicismi
che dovrebbero includere anche la legge elettorale, al riparo da dibattiti
giudicati inopportuni. Nessuna risposta,
insomma, in termini di allargamento democratico, di ruolo delle istituzioni
rappresentative, di presenza dei soggetti intermedi (partiti, sindacati), la
cui funzione nel frattempo è stata ridotta al solo rango di selezionatori del
personale di governo, provvisti di denaro ed elargitori di “incentivi
selettivi” e non certo di soggetti propositori della rappresentanza politica e
sociale. Si sono così smarrite
le coordinate di fondo dell’appartenenza sociale e del legame diretto tra
questa e l’appartenenza politica, si è perso il ruolo di sede di confronto
dialettico da parte del Parlamento e l’idea di “governo” come esecutivo è via,
via evaporata fino a ricomparire il fantasma della stabilità: una sorta di “Pax
romana” della politica. trasformando le contese elettorali in semplici
plebisciti di consenso.