La concomitanza di due episodi, entrambi alquanto
deplorevoli, ha funestato questo inizio dell’anno, un 2026 che -
astrologicamente - dovrebbe portare buone novità: il rapimento del presidente
del Venezuela Nicolas Maduro e l’attentato al capitano Ibrahim Traorè,
presidente ad interim del Burkina Faso. Nel primo
caso, l’uomo tradito da qualche sua fidata guardia del corpo in grado di far
sapere in quale degli otto rifugi notturni avrebbe dormito quella notte;
l’altro difeso con il proprio corpo dal popolo, schierato contro l’assalto dei
militari, altrettanto prezzolati da qualche potenza straniera. Due stati ricchi
di materie prime… che coincidenza! Dice un
vecchio detto “Le cose non sono mai come appaiono” e in effetti qualsiasi
situazione in cui non siamo attori diretti, va sempre letta a più livelli; perché
non c’è mai una sola causa in un avvenimento di contrasto. Una
questione è certa: tutto quel che sta succedendo nel mondo favorisce la
divisione, la partigianeria, la presa di posizione verso l’uno o l’altro
contendente. Ne abbiamo prova ogni giorno. “Divide et impera” è diventato il
motto ricorrente per tenere lontano la Pace che sia duratura e che ci renda
migliori, lontano dall’ingordigia e dalla sopraffazione… parole sante
pronunciate da Leone XIV, un papa che pur venendo dall’Ovest, ha una visione globale
volta al “risveglio delle coscienze e al pensiero critico”. Un’utopia?
Forse, ma pronunciata da chi, essendo il Capo della Chiesa, la impronta con
altra connotazione e spessore. Sicuramente il Pontefice sa che chi costruisce
armi, non investe denaro per abbellire il proprio giardino con tale prodotto: sa
che ci sarà sempre qualcuno a fomentare la guerra e che quando a governare i
nostri Stati sono i guerrafondai provenienti dagli stessi nuclei, è difficile
pensare all’Eden sulla Terra. Leone XIV nella Giornata della Pace ha fatto
sentire la sua voce e non è stato un sussurro.
Che
Nicolas Maduro non avesse gran simpatia per Donald Trump lo si era capito sin
dal primo mandato del presidente USA: come vicepresidente di Hugo Chavez aveva sposato
profondamente la politica anti-americana e difeso le riserve petrolifere già tanto
ambite per l’allora presidente neo-eletto. Bisogna considerare il fatto che
problemi fondamentali del Venezuela sono state la crisi economica e umanitaria,
l’instabilità politica, corruzione e violenza: inoltre da quando Chavez ha
lasciato il corpo (martoriato da un cancro oltremodo aggressivo che ricordava l’avvelenamento
da polonio di altri leader in contrasto con i diktat dei soliti noti) sono
peggiorate in modo esponenziale, provocando una corposa emigrazione (più o meno
8 milioni di venezuelani han lasciato il paese negli ultimi dieci anni, contro i
28 milioni rimasti). Le sanzioni inferte dagli USA non sono state certamente
d’aiuto. Le ultime
dichiarazione di Trump, inoltre, non lasciano dubbi “Riprenderemo il
controllo dell’infrastruttura petrolifera, e rivenderemo noi al mondo il
petrolio del Venezuela”. Una lezione di diritto internazionale rassicurante… C’è però
un altro motivo, un po’ meno vistoso, ma sicuramente più credibile della
presunta guerra al narco-traffico a cui nessuno crede: l’oro venezuelano depositato
nella Banca d’Inghilterra, che dal 2019 Maduro chiede insistentemente.
Trentun
tonnellate in lingotti d’oro (per un totale di più di 4 miliardi di dollari)
non risolvono una crisi come quella venezuelana, ma impediscono l’acquisto di
materie prime provenienti, guarda caso, da Stati come Russia, Cina o Iran. Così
sul concetto di proprietà ultimamente c’è molto da discutere: la situazione nel
Burkina Faso come paragone non è da sottovalutare. Cinquantasette tonnellate di
oro estratte nel 2024 dalla terra dello stato africano non hanno preso il volo verso
l’Europa e l’oculato capitano Traorè, laureato in geologia oltre che esperto in
arte militare, sta conducendo una politica di tutto rispetto, volta a
migliorare le condizioni del suo popolo: non stupisce quindi il tentativo di
rimuoverlo dalla guida del suo paese e sostituirlo con un personaggio più
compiacente con i soliti noti. Ma il popolo è insorto in sua difesa. Tentativo
però riuscito nel gennaio 2019 a Caracas quando si è autoproclamato “presidente
legittimo” Juan Guaidò, un burattino uscito dal nulla, riconosciuto da circa 50
paesi, fra cui - guarda caso - la Gran Bretagna. Grandi sorrisi e applausi,
così la Banca d’Inghilterra si è sentita legittimata a non restituire l’oro. Anzi,
dagli USA è stato emesso un editto che imponeva a banchieri, broker, operatori
di borsa e finanza di non trattare “oro, petrolio o altri beni venezuelani
rubati al popolo dalla mafia Maduro”. Ma con il
de-riconoscimento di Guaidò (2023) è diventato probabile l’esito positivo della
causa intentata da Maduro alla banca britannica per la restituzione dell’oro: quale
miglior mezzo, quindi, per renderlo inoffensivo se non con un rapimento? Certo, 30
tonnellate di oro sono niente, ma se la Banca d’Inghilterra che ne detiene
circa 5.000 tonnellate di proprietà di circa 30 nazioni diverse si vedesse
costretta a restituire i lingotti ai legittimi proprietari, la faccenda
cambierebbe assai! Massimo Mazzucco ha sempre intuizioni illuminanti! Un’unica
immagine mi viene alla memoria: un barbaro di nome Brenno, capo dei Galli
Senoni, che getta la sua spada sulla bilancia mentre i Romani pesano l’oro come
tributo di guerra e grida “Vae victis”. Che sia un messaggio lanciato a tutte
le altre nazioni che detengono l’oro nel Regno Unito? Meglio non provare a
chiederne la restituzione? Siamo davvero dei vinti?