“La vita è
una malattia dalla quale si guarisce con la morte…” Questo, Tina, pensavi nel duro inverno staliniano quando sui vetri striati di
ghiaccio disegnavi con le dita gelate il volto dei taglienti soli di Mexico City e le indie di Oaxaca che tenevano il tuo grande cuore nelle mani screpolate, stremate da sangui di fatica? Tina dagli occhi neri come un cielo notturno di vento e nuvole (ma astri d'amore anche nelle
tenebre), come il sangue di Julio Antonio: tu sapevi della sua condanna? e della tua? Nel tuo corpo... un sogno di luce, ardite armonie, le infinite lingue delle tue
città e fotografie di pure linee, il botto astratto di uno sparo
rivoluzionario, l'assurdità della Storia e il gioco del divenire, l’arte della dimenticanza, il perdono, la passione. Quante volte hai cessato d’essere quando in Spagna sparavano nella schiena dei compagni, Tina? Allora il cuore ti moriva, rosa d’oscuro plasma? Non generasti... dalla tua
malinconia sarebbero nati splendidi fiori di nuova umanità, Tina, morta in un taxi sopra le rovine azteche già morte e quelle del mondo che sognasti e non nacque, Tina.