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domenica 22 febbraio 2026

RACCONTI
di Francesca Mezzadri 


Johann Lerchenwald
 
Il sole sanguina di Lodovica San Guedoro
 
Il sole sanguina”, dedicato alla memoria di Johann Lerchenwald, si colloca in una zona liminare tra confessione, elegia e riflessione meta-letteraria. Un racconto del lutto ma anche la messa in scena di una coscienza che tenta di ricomporsi attraverso l’atto stesso della scrittura. In questo senso, il testo appare come un documento interiore prima ancora che narrativo.
La voce narrante si presenta immediatamente con una dichiarazione identitaria forte: “Ero una maga”. La metafora della magia non è vezzo lirico, ma chiave strutturale dell’opera. La scrittura viene concepita come atto alchemico: mescolare sentimento e pensiero, attimo ed eterno, passato e futuro. L’autrice tematizza così la propria poetica mentre ne denuncia l’apparente smarrimento. La magia è perduta, la formula dimenticata; e tuttavia l’intero testo dimostra che quella formula continua ad agire. Il paradosso è fecondo: la scrittrice che si dice paralizzata produce una prosa densissima, controllata, coerente nella sua tensione.
Il racconto è un attraversamento delle fasi del lutto senza mai ridursi a schema clinico. Non c’è linearità, ma onde successive di memoria, rimpianto, senso di colpa, esaltazione del passato e paura del presente. Il tempo è frantumato. “Le mie nozioni sono imprecise, la mia cognizione del tempo è confusa”: la dichiarazione esplicita coincide con l’organizzazione del discorso. Il passato irrompe con vividezza sensoriale - Roma, i capelli lunghi, i volti bagnati di lacrime - mentre il presente è una zona opaca, quasi anestetizzata. Si delinea una dissociazione sottile tra l’io che ricorda e l’io che sopravvive.


Lo scrittore bambino

Particolarmente significativa è la dinamica della colpa. L’episodio dell’infermiera e delle visite mancate non è narrato come fatto esterno, ma come ferita ancora aperta. La protagonista si difende, ma nello stesso tempo si autoaccusa. L’espressione “io io” segnala uno sdoppiamento: un io che soffre e un io che si osserva soffrire. È qui che il testo raggiunge una delle sue punte più intense: il lutto non è solo perdita dell’altro, ma collasso dell’identità condivisa. “Più preciso sarebbe dire di me stessa tutta.” L’amato non è complemento, ma metà ontologica. La morte dell’altro coincide con un’esperienza di disintegrazione del sé.
Eppure, accanto alla disperazione, permane una tensione eroica. L’alleanza giovanile - “In due contro il mondo” - assume toni quasi mitici. Draghi trafitti, vie smarrite e ritrovate: il lessico è epico, ma non retorico. È la mitologia privata di una coppia che ha costruito la propria identità nell’opposizione e nella fedeltà reciproca. Il ricordo non è idealizzazione ingenua; è riaffermazione di un patto. La memoria diventa spazio sacro in cui l’altro continua a esistere.
La scrittura di San Guedoro si muove su un registro alto, volutamente inattuale. Non c’è compiacimento minimalista né ironia difensiva. L’autrice assume il rischio dell’enfasi e lo governa con una lingua ritmica, scandita da ripetizioni (“profondo, profondo, profondo”), da accumulazioni e da immagini cosmiche (cielo, oceano, abisso). Tale scelta stilistica rispecchia la psicologia della narratrice: una personalità assoluta, incapace di mezze misure. L’intensità non è ornamento, ma struttura caratteriale.


Il matrimonio

La paura del mondo contemporaneo - “la gentilezza se ne è andata” - è la percezione di un impoverimento relazionale dopo la perdita dell’unico interlocutore totale. La realtà esterna appare immiserita perché non più filtrata dallo sguardo condiviso. In termini psicologici, potremmo parlare di una crisi dell’oggetto interno: l’amato interiorizzato fatica a stabilizzarsi come presenza consolatoria. Da qui l’angoscia, la sensazione di non-esistenza, la tentazione dell’abisso. 
E tuttavia il testo non cede al nichilismo. Il verbo modale “devo” - ripetuto con forza - introduce una dimensione etica. Scrivere diventa necessità salvifica, non scelta estetica. La scrittura come atto di resistenza alla dissoluzione. È qui che la metafora della magia si chiarisce: l’irrazionale non è fuga dalla realtà, ma tentativo di ricomporla su un piano simbolico. Se la vita biologica ha imposto una frattura irreparabile, la parola tenta una sutura.


L'autrice del racconto

In questo senso Il sole sanguina si configura come elegia attiva. Non si limita a piangere; costruisce. Trasforma la memoria in architettura verbale. Il sole che sanguina è immagine di un cosmo ferito, ma ancora luminoso. La sofferenza non annulla la grandezza dell’esperienza vissuta; la rende, anzi, più nitida.
Dal punto di vista accademico, il testo può essere letto come esempio di autobiografismo trasfigurato: la dimensione privata è elevata a paradigma universale del lutto amoroso. Ma ciò che lo distingue è la radicalità emotiva non mediata da distacco ironico. San Guedoro si espone senza protezioni, e proprio questa esposizione costituisce la forza del brano.
In conclusione, Il sole sanguina è un atto di fedeltà: alla memoria dell’amato, alla propria vocazione di “maga”, alla convinzione che la scrittura possa ancora operare una trasformazione. È un testo che abita la ferita e, nel farlo, restituisce dignità al dolore. La malinconia che lo attraversa è energia trattenuta, in attesa di nuova forma.