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domenica 8 febbraio 2026

COME FOSSE UNA LETTERA
di Zaccaria Gallo


Da sin. Gallo, Gaccione, Langella
Libreria Mondadori a Bisceglie

Lo scrittore Zaccaria Gallo su Una gioiosa fatica di Gaccione

Carissimo Angelo, amico mio, troppo tardi conosciuto e troppo separato, perché diviso da oltre seicento chilometri di distanza geografica, intellettuale finissimo e grande poeta, scrittore e redattore di “Odissea” (immancabile ristoro per chi, come me, vive e crede che, ancora, la cultura abbia il potere di salvare il mondo), compagno, nel senso proprio del “ compagno” di fede nel messaggio di fraternità e lotta per un mondo senza ingiustizie, amante della Pace e nemico della guerra e di chi la alimenta, sodale nell’amore per la Poesia, ti dico subito: mi hai mandato i tuoi versi e chiedi a me che ti scriva, di loro, qualcosa. Ti conosco, e mi conosci: non giriamo attorno alla verità! Non sono un critico letterario, non ho le armi indispensabili per usare parole degne del nome di critica verso quello che leggo. Sono un medico, che vive nei libri e con i libri, e che, nonostante l’età ormai avanzatissima, prova intimo piacere nell’osservare la bellezza che lo circonda, e nel rinvenire nelle parole della Poesia, quella stessa bellezza che c’è a primavera, in un prato senza nome e nell’estate, accanto al suono dolce del mare di Puglia, o fra ulivi e querce in autunno o nel dolce picchiettare delle gocce di pioggia in inverno sulla gronda della mia finestra. È con questo animo che voglio trovare le parole per dirti, come fosse una lettera (sai? come si faceva una volta), quello che ho sentito nella mia anima, leggendo i tuoi versi, e voglio farlo a modo mio: con l’animo del viaggiatore che vuole, appunto, compiere un viaggio nelle tue Poesie, contenute in questo tuo bellissimo libro, specchio esatto del tuo essere al mondo. E, allora, viaggiamo in questo tuo testo che, se ha l’aspetto d’un vero autoritratto (ci sei tu, intero per come sei e per come ho imparato a conoscerti), ha anche una esatta corrispondenza con la totalità delle idee e delle tensioni che fanno parte della mia natura, e il grande valore per i messaggi e i contenuti universali che si incontrano. È vero, sei inquieto, siamo inquieti, eppure sono d’accordo con te: questa inquietudine è il principio da cui poter far nascere la serenità. Tu intimi alla morte di non oltrepassare la soglia della tua casa, almeno fino a quando non ti sia data la possibilità di raccogliere i ricordi e tutto quello che hai scritto e letto, perché tutto possa vivere nella luce, con la gioia e la felicità che hanno gli uccelli del mattino. 


La copertina del libro

Ma non c’è solo la morte e il buio della notte a generare inquietudine. Ti chiedi chi è il fantasma che scende dal quadro appeso alla parete (Bacon? Sì, certamente è lui, con i suoi cardinali), per pugnalare chi tradisce il vero significato della Croce. Vibra il tuo spirito anticlericale (che t’accomuna al mio) intriso dallo sdegno per le colpe della Chiesa. E da poeta-intellettuale impegnato nella lotta per una società diversa, nella quale, oggi viviamo, mediti sul vero significato da dare all’esistenza umana e del rapporto uomo con uomo. Perché sei il poeta che lotta contro i “signori” e “padroni”, quelli che, per intere generazioni, hanno tenuto in schiavitù altri esseri umani. Citi e credi e vivi nella Resistenza, che non deve mai aver fine, che non bisogna dimenticare, che ancora oggi è condizione necessaria per conquistare e mantenere viva la libertà, una libertà gioiosa, condizione di chi crede nella vita e nella Pace e non in quella lugubre di chi dà la morte. Per questo, a lettere chiarissime, nei tuoi versi, dici che non sarai mai dalla parte di chi fabbrica le armi, di chi le commercia e le distribuisce nel mondo, con i portatori di guerre, di tutte le guerre, con il loro immenso terribile carico di distruzione, dolore, morte. E io sono ancora con te quando, nelle tue poesie, dichiari di combattere sempre tutti coloro che erigono barriere tra gli esseri umani. 


Scaffale della libreria
di Anna Rutigliano

Sì, carissimo Angelo, io sono con te, e con i colori della tua giornata, che sono i colori dell’arcobaleno e non del nero simbolo di oppressione, buio della ragione, a favore del profitto e dello sfruttamento. E che commovente immagine evocano, a proposito proprio della libertà, quelle nuvole che passando nel cielo, al di sopra di un carcere, incontrano lo sguardo del carcerato e decidono di posare la loro prua sulle sbarre della finestrella della cella, consentendo di poter vedere, nella sua bellezza, il cielo azzurro, anche lui libero. Continuando il mio viaggio nelle tue poesie, caro Angelo, scopro con te Parigi, città a me diventata cara da quando, per ragioni letterarie personali, sono riuscito a visitare. Quanto mi fai vibrare il pensiero e l’anima quando ci parli della Place Vendome dove, con quel tuo spirito surreale che mi incanta, descrivi Proust e Marx che riconoscono passare Chopin. Ma Parigi, poi, tu la guardi con gli occhi giusti della ragione, che non dimentica, né fa dimenticare, con bellissimi versi, che la capitale francese è paragonabile a un cocktail umano, fatto di cogenti contraddizioni, tra la bellezza dei boulevards e la esplicitata presenza di una scritta su un muro, dove qualcuno, assieme a te, scrive che non si può assolvere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. 


Poesia del libro affissa nella
cella di un Istituto di pena

E questo non solo in Francia. Divorati dalla nostalgia, turchi, greci, slavi, neri, e italiani vivono e mangiano la loro malinconia nella Germania del dopoguerra e, chi non ha problemi con le bevande alcoliche, si consola con enormi boccali di birra. Si muore sul lavoro, per un pezzo di pane, per un mutuo da pagare per la casa, per riempire il portafogli del datore di lavoro. E fatalmente o, forse… naturalmente… poi con le “milanesi”, eccoci, caro Angelo, assieme, nella tua Milano, e anche un po’ la mia, da tempo. Avvolta nel grigio del suo cielo (che gioia quando si apre al sole), con i tuoi versi m’inviti a percorrere le sue strade e le sue piazze, come spesso ho fatto a piedi, alla ricerca di una bellezza che c’è, e che si nasconde per donare gioia a occhi e anima una volta trovata. “Labirinto borghesiano nel suo disordine”, dici, certo, non perfetta, ma da amare, proprio per la sua imperfezione e per alcuni momenti che non si possono dimenticare. 



Poesia scritta su un tovagliolo
incorniciata e affissa al ristorante
milanese New Tentacoli

Che meraviglia quei tuoi versi che, improvvisamente, in una pagina, ce la mostri, Milano, come una donna che “si toglie i suoi tacchi a spillo” e indossa il mantello del silenzio. A sera, sotto quel mantello, dopo le diciannove, tante volte, prima di tornare alla mia abitazione, mi ci sono ritrovato immerso in quel silenzio, di domenica, con tutti i negozi e i caffè chiusi. E lì, proprio a Porta Romana, senza esseri umani, si accarezza, con lo sguardo del cuore, quell’albero che con amore (sì, Angelo, perché gli alberi sono capaci d’amare) dà asilo agli uccelli che ogni giorno lottano per sopravvivere in questa nostra città. Che meraviglia quella luce solare quando illumina e riscalda i palazzi eleganti di Porta Romana, golosa fetta di quartiere. Mi rammenti la Rotonda della Besana, dove anche io, in passato, non ho mai tralasciato di entrare, come anche nel Parco della Villa Reale già Belgioioso: due luoghi in cui, come dici tu giustamente, la ferocia non ha posto.



Intervista sul quotidiano "Il Giorno"
 

Pace e serenità invece che riconciliano il tuo animo di poeta con la realtà, perché è possibile ascoltare la musica che si ha nell’anima e sentirsi liberi di alzarsi in volo, come gabbiani per lasciarsi trasportare dal vento e non dalla deriva, alla quale vogliono condurci quelli che ci negano la libertà. E si leva la tua voce, forte, nei versi in cui agli italiani, figli della Magna Grecia, gridi di non dimenticare il valore che nella vita degli uomini ha l’amicizia e l’ospitalità e la salvaguardia della Bellezza. Come non amare quei versi in cui tu, con aspetto tipicamente baudelariano, sanamente anarchico, scendi con leggerezza per strada, vestito di bianco, leggero come una libellula e, volentieri, vorresti regalare una rosa per ogni sorriso di ragazza incontrata per caso. Strade e personaggi: indimenticabile quel Donato Buongiorno che, amava camminare di notte per le vie deserte, non si saprà mai alla ricerca di cosa, e che, nel giorno del suo funerale, ha radunato una folla imponente a rendere omaggio proprio a lui, così schivo e solitario, tanto da non avere un amico. Ma poi, in altri versi, ricompari, amico mio, amico del vino, della memoria, della Poesia, degli alberi (sacra la tua indignazione verso gli “scorticatori”). In mirabili liriche, poni delle domande, che, una volta poste, non sono più solo tue, sul futuro del nostro pianeta, che rischia di veder scomparire le nuvole, i campi di grano, quella nostra aria e quella nostra acqua, che dovremmo sempre francescanamente ringraziare per la sua esistenza casta e pura. Perdere tutto questo, significherà portare l’umanità a livelli talmente intollerabili dell’esistenza, da desiderare l’autoannullamento. 



Presentazione del libro alla
Biblioteca Ostinata 

E, infine, torna con l’amore per i libri, il senso vero dell’esistenza di Angelo Gaccione, poeta e vivo amante delle parole e delle pagine scritte e stampate, quando nel testamento che vuole lasciarci chiede di posare le sue ceneri, (che accada il più lontano possibile!), sul ripiano di una biblioteca: per continuare ad essere ancora, e sempre, accanto a chi non gli è mai stato nemico in vita: ogni libro, infatti, ha donato a lui la sua amicizia, anche quello che apparentemente non valeva granché. La vita, ci dici, gioca con noi, fino alla fine: si fa beffe del nostro essere e, solo quando da vecchi ci avviciniamo alle soglie dell’infinito silenzio, la riconosciamo davvero per quello che ha contato, conta e potrebbe contare: la vista e i sensi, infatti, si son fatti più acuti rispetto a quando eravamo giovani. Terrò così il tuo libro accanto a libri più cari sulla mia scrivania al termine di questo primo viaggio, caro Angelo, perché mi piacerà ancora, di tanto in tanto, riprendere a viaggiare, per risentire dai tuoi versi, l’invito ad amare la vita con le parole “illuminose” della tua Poesia.

[Bisceglie, febbraio 2026]