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domenica 8 febbraio 2026

IN RICORDO DI WALDENFELS
di Roberta Guccinelli


B. Waldenfels
 
La scomparsa del filosofo
 
Per chi abbia rappresentato, nei suoi lavori, una fonte costante di ispirazione filosofico-artistica e una mente aperta alle scienze umane e alle pratiche di cura; per chi potrà scoprirne un giorno la forza e il rigore del pensiero, la sottigliezza dei ragionamenti Bernhard Waldenfels, ovunque sia, rimarrà un “pungolo” che non lascia indifferenti. Il pungolo della libertà, dove la libertà è relazionale, contestuale, partecipata, o non è, perché non la si gioca mai in solitaria. Lo sapeva bene lui che era nato a Essen nel 1934 quando il potere industriale, bellico, cresceva con quello nazista. Lo sapeva e ne faceva tesoro, questo maestro di libertà condivisa. È un energico invito, il suo, a indagare non solo “tra” le varie discipline, ma anche «nelle crepe e ai margini del quotidiano», in ogni terra liminare o luogo soglia in cui possano sorgere fenomeni che per loro natura, come lo straniero, l’esule, l’eccentrico, lo strano, il rifugiato, ad esempio, sono dentro e fuori i confini. È un “appello”, sobrio, ma fermo, cui occorre rispondere con il proprio nome nella grande rete della storia (all’appello si risponde con il proprio nome e, prima ancora, con la propria presenza corporea), ognuno nella sua stessa singolarità, nessuno da solo, senza gli altri; un appello a tenere desta l’attenzione primaria nei confronti di ogni realtà, natura inclusa, «che gridi in silenzio», con le parole di Simone Weil, «per essere letto altrimenti». Di questa attenzione, che è una sorta di percezione approfondita, suscettibile di essere attratta da quanto ci accade insieme ad altri, si nutre come alla propria fonte originaria un’etica che non teme di confrontarsi, come la sua, con le proprie ombre e la propria amoralità che le impediscono l’arroganza dell’autofondazione.


Il saggio di Waldenfels
curato dalla Guccinelli

Ogni sua opera esige in fondo che l’interlocutore rimanga esploratore  nellesperienza, che si faccia un po’ fenomenologo evitando, nelle sue avventure cognitive nell’ambito dell’umano, di ridursi a un semplice epigone, che viene solo dopo l’esperienza e si limita, di conseguenza, a registrarla come un dato, a giustificarla come un fatto. L’esperienza che non cessa di stupire e non lascia in pace, alla quale ci richiama con una fedeltà quasi socratico-platonica, è per lui la “scena primaria” su cui ognuno di noi si forma con altri. Una ricerca del genere, che occorre svolgere dall’interno, dal basso, dai «bassifondi» della stessa «esperienza», che non è possibile condurre da soli, appunto, ma “insieme” ad altri, questa indagine in grado di smentire ogni possibile forma di solipsismo, non muove dalla mera soggettività, da mere inclinazioni o idiosincrasie e nemmeno dal proprio volere, ma da un altrove radicalmente inteso: da un “altro” avvertito, accolto, patito, talvolta subito a livello innanzitutto sensorio-corporeo, nella sua più profonda e selvatica “estraneità”. Si tratta di una proposta fenomenologico-responsiva che trova i propri Grundmotive nelle forze che spingono a rispondere a chi all’improvviso ci interpella rimanendo tuttavia ignoto, inappropriabile. Quei motivi così poco ortodossi nel lessico anche fenomenologico, che non forniscono alcuna ragione sufficiente per un estraneo che si presenta in termini di pathos, li trova in quanto suscita determinate reazioni o risposte reattive, sul piano espressivo, alle altrui richieste, prima ancora che l’eventuale risposta in senso proprio possa assumere una forma verbale e caricarsi di responsabilità. 



Il pungolo dell’estraneo (Der Stachel des Fremden) è precisamente il titolo del volume con il quale Waldenfels, nel 1990, rende esplicito anche per sé stesso un cammino filosofico sempre in divenire, iniziato di fatto molti anni prima con la sua dissertazione dottorale, incentrato sulla figura dell’estraneo, del senza-luogo, un itinerario in cui conta più che l’obiettivo da raggiungere, in una ricerca che venisse declinata in termini teleologici, il processo del domandare e rispondere, ciò che accade “tra” quanti ne sono coinvolti. Il pungolo di Waldenfels, che sollecita per sua natura, incalza, pone domande, è uno sprone a rispondere (una spina, un pungiglione) nel linguaggio in primis responsivo del corpo, una spinta benevola che può nondimeno scuotere, inchiodare, mettere con le spalle al muro, favorire trasformazioni, generare inquietudine, angoscia o stupore, come lo procurava all’interlocutore, nelle vertigini, l’interrogare di Socrate, cui il filosofo tedesco dedica, non a caso, la tesi di dottorato, Das sokratische Fragen. Aporie, Elenchos, Anamnesis [La domanda socratica. Aporia, elenchos, anamnesi], pubblicata nel 1961.

 

Waldenfels non era propriamente uno scheleriano, essendo piuttosto waldenfelsiano. Mi ha accolto molti anni fa, dopo una mostruosa fatica scheleriana, nella sua propria casa fenomenologica dove, sebbene provenga da altrove, “comincia l’estraneo” e ha compreso, anche quando lo ha sottoposto a severa critica, il mio “ordine del cuore” scheleriano come nessun scheleriano ha mai fatto o avrebbe potuto fare. “I filosofi ti piantano in asso”, pensa a ragione un altro grande Bernhard, Thomas. No, non sempre lo fanno. Talvolta nemmeno quando scompaiono all’improvviso.