PRIMA DELL’ESTATE E DEL
TUONO di Federico Migliorati
L’esperienza
poetica del torinese Luca Pizzolitto, educatore di professione, curatore di una
collana per Italic Pequod, data da oltre vent’anni e questo tempo, di frequentazione
del mondo culturale e dello studio, gli ha consentito di approcciare il valore
precipuo della parola da colto osservatore dell’esistenza, di sé, dell’uomo. Lo
notiamo dall’ultima raccolta, impreziosita dall’ottima introduzione di un altro
poeta insigne, Gianfranco Lauretano, che già nel titolo (ch’è un omaggio alla
grandezza di Giancarlo Pontiggia) reca gli elementi pregnanti compulsati nei
testi al suo interno. Nelle quattro sezioni in cui si articola il libro si
respirano assenze, si percepiscono ferite, si stagliano immagini accecanti: l’autore
è attento, come pochi scrittori in versi della sua generazione, alla parchezza,
al sapiente dosaggio dei termini, siano essi riconducibili a una realtà di
fatto quanto al gioco, anche questo delicato e preciso, della metafora. Il “pane
spezzato” riporta immediatamente alla mente quel Pierluigi Cappello che, come nel
poeta torinese, ha macinato sguardi profondi senza mai cadere nella retorica
spiccia da social: è il pane caldo spezzato, l’attesa di Dio, ciò che viene
portato all’attenzione, talvolta un dolore sordo e percussivo che si nutre, nonostante
tutto e tutti, di una bellezza semplice, quotidiana, intrisa di senso etico ed
estetico. Nel fuoco, nel tuono, nel riverbero di ogni pur claudicante esistenza
a permanere, vivo e vero è sempre l’amore, un amore che si eterna, che lenisce,
che, ad onta dell’umano travaglio, supera ogni nequizia. E se David Maria
Turoldo lascia aperta la porta del monastero, in attesa che Qualcuno prima o
poi giunga, Pizzolitto si rivolge a un interlocutore indefinito bussi alla porta che non ha nome, vesti d’oriente la materia scura
del mondo e più avanti ecco, insopprimibile, la necessità di infinito Nel fluire del verso ad accendere
l’attenzione è il tema della morte, oggetto costante, oseremmo dire quasi
ossessivo, che tuttavia subisce una sorta di catarsi, di palingenesi, tramite
le quali esorcizzarla come fossimo davanti a un elemento apotropaico. è la bianchezza terribile della morte è la forma inesatta del cielo e purtuttavia anche di fronte al
dramma cerco dimora nel lontano, ciò che è vita dopo il naufragio “Lo sguardo
lanciato ai mondi esteriori e interiori, che si riflettono incessantemente,
intrecciano senza indugio morte e rinascita, voce e silenzio, viandanza e sosta”
scrive Lauretano per il quale “in queste poesie la parola si fa corpo e viceversa,
il deserto scende nel viaggio interiore verso una luce già presente, e la
salvezza, anche se lontana, rimane necessaria e invocata. La poesia, qui, è
spazio sacro di resistenza e ripresa”. E se questo rappresenta la poesia, non v’è
dubbio che dobbiamo rifarci all’ultimo verso della raccolta per cogliere, come
nel Dante che chiude l’Inferno, la necessità primigenia e fondamentale di
uscire a riveder le stelle, qui nell’accezione di un “tempo sacro dell’abbandono”
dove tutto grida, tutto
tende alla luce In diversi passaggi
si percepisce l’eco dei Romantici inglesi, con quell’impasto di spleen, sofferenza,
nostalgia, paesaggi scenografici costellati di antiche rovine, intese tanto in
senso metaforico, quelle dell’anima, quanto nella loro accezione concreta Spoglio il sepolcro
nell’aurora dissacrata dal buio, si
torcono le pareti, l’erba tagliata con cura, l’abito a
lutto del cielo – stringi al petto l’eco vuota d’abisso lo spazio risorto del padre qui dove tutto tace
e splende, tra le rovine. E pure, in una
poesia ricchissima di immagini e di icone come quella di Pizzolitto a spiccare
sono due colori: il bianco e il rosso. Il primo è simbolo della purezza, della
neve che rappresenta l’inganno, il grido
rubato ma anche la
virginale parola che muta, ma mai muore, la luce abbagliante che dà vita; il
secondo rimanda inevitabilmente al fuoco, termine che torna sovente quale elemento
di rinnovamento e di sacrificio insieme il fuoco sacro
della gioia e ancora ecco la fiamma che
spinge e divora ecco la notte del
tempo sospeso la bianca veste di
Cristo così come la polvere rossa
delle ringhiere Infine l’abbacinante
persistenza della divinità, chiamata a gran voce, una voce tuttavia laica,
deferente e compassionevole insieme, che chiede “pietà Signore”, che scorge il velo sacro del mattino in attesa, come l’Argo
di Ulisse, di un ritorno che sia nuovamente felicità e passato da riprendere.
Luca Pizzolitto Prima
dell’estate e del tuono
PeQuod, Ancona 2025
Pagg. 71 € 15