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domenica 1 febbraio 2026

PRIMA DELL’ESTATE E DEL TUONO
di Federico Migliorati



L’esperienza poetica del torinese Luca Pizzolitto, educatore di professione, curatore di una collana per Italic Pequod, data da oltre vent’anni e questo tempo, di frequentazione del mondo culturale e dello studio, gli ha consentito di approcciare il valore precipuo della parola da colto osservatore dell’esistenza, di sé, dell’uomo. Lo notiamo dall’ultima raccolta, impreziosita dall’ottima introduzione di un altro poeta insigne, Gianfranco Lauretano, che già nel titolo (ch’è un omaggio alla grandezza di Giancarlo Pontiggia) reca gli elementi pregnanti compulsati nei testi al suo interno. Nelle quattro sezioni in cui si articola il libro si respirano assenze, si percepiscono ferite, si stagliano immagini accecanti: l’autore è attento, come pochi scrittori in versi della sua generazione, alla parchezza, al sapiente dosaggio dei termini, siano essi riconducibili a una realtà di fatto quanto al gioco, anche questo delicato e preciso, della metafora. Il “pane spezzato” riporta immediatamente alla mente quel Pierluigi Cappello che, come nel poeta torinese, ha macinato sguardi profondi senza mai cadere nella retorica spiccia da social: è il pane caldo spezzato, l’attesa di Dio, ciò che viene portato all’attenzione, talvolta un dolore sordo e percussivo che si nutre, nonostante tutto e tutti, di una bellezza semplice, quotidiana, intrisa di senso etico ed estetico. Nel fuoco, nel tuono, nel riverbero di ogni pur claudicante esistenza a permanere, vivo e vero è sempre l’amore, un amore che si eterna, che lenisce, che, ad onta dell’umano travaglio, supera ogni nequizia. E se David Maria Turoldo lascia aperta la porta del monastero, in attesa che Qualcuno prima o poi giunga, Pizzolitto si rivolge a un interlocutore indefinito
 
bussi alla porta che non ha nome,
vesti d’oriente la materia scura del mondo
 
e più avanti ecco, insopprimibile,
 
la necessità di infinito
 
Nel fluire del verso ad accendere l’attenzione è il tema della morte, oggetto costante, oseremmo dire quasi ossessivo, che tuttavia subisce una sorta di catarsi, di palingenesi, tramite le quali esorcizzarla come fossimo davanti a un elemento apotropaico.
 
è la bianchezza terribile della morte
è la forma inesatta del cielo
 
e purtuttavia anche di fronte al dramma
 
cerco dimora nel lontano,
ciò che è vita dopo il naufragio
  
“Lo sguardo lanciato ai mondi esteriori e interiori, che si riflettono incessantemente, intrecciano senza indugio morte e rinascita, voce e silenzio, viandanza e sosta” scrive Lauretano per il quale “in queste poesie la parola si fa corpo e viceversa, il deserto scende nel viaggio interiore verso una luce già presente, e la salvezza, anche se lontana, rimane necessaria e invocata. La poesia, qui, è spazio sacro di resistenza e ripresa”. E se questo rappresenta la poesia, non v’è dubbio che dobbiamo rifarci all’ultimo verso della raccolta per cogliere, come nel Dante che chiude l’Inferno, la necessità primigenia e fondamentale di uscire a riveder le stelle, qui nell’accezione di un “tempo sacro dell’abbandono” dove
tutto grida, tutto tende alla luce
In diversi passaggi si percepisce l’eco dei Romantici inglesi, con quell’impasto di spleen, sofferenza, nostalgia, paesaggi scenografici costellati di antiche rovine, intese tanto in senso metaforico, quelle dell’anima, quanto nella loro accezione concreta
Spoglio il sepolcro nell’aurora dissacrata
dal buio, si torcono le pareti, l’erba tagliata
con cura, l’abito a lutto del cielo – stringi al petto
 l’eco vuota d’abisso lo spazio risorto del padre
qui dove tutto tace e splende, tra le rovine.
E pure, in una poesia ricchissima di immagini e di icone come quella di Pizzolitto a spiccare sono due colori: il bianco e il rosso. Il primo è simbolo della purezza, della neve che rappresenta
l’inganno, il grido rubato
ma anche la virginale parola che muta, ma mai muore, la luce abbagliante che dà vita; il secondo rimanda inevitabilmente al fuoco, termine che torna sovente quale elemento di rinnovamento e di sacrificio insieme
il fuoco sacro della gioia
e ancora
ecco la fiamma che spinge e divora
ecco la notte del tempo sospeso
la bianca veste di Cristo
così come
la polvere rossa delle ringhiere
 
Infine l’abbacinante persistenza della divinità, chiamata a gran voce, una voce tuttavia laica, deferente e compassionevole insieme, che chiede “pietà Signore”, che scorge
il velo sacro del mattino
in attesa, come l’Argo di Ulisse, di un ritorno che sia nuovamente felicità e passato da riprendere.


 
Luca Pizzolitto
Prima dell’estate e del tuono
PeQuod, Ancona 2025
Pagg. 71 € 15