Il governo
italiano trasformato improvvisamente il Paese in "frugale" ha formato
un Asse con la Germania allo scopo di rifiutare la proposta francese di
eurobond (messa a comune del debito europeo). Un rifiuto (ovviamente la
posizione italiana è "articolata") pronunciato in nome della
"produttività". Esiste una ragione molto semplice
per giustificare questa scelta: il riarmo della Germania. Svanita anche
soltanto la più pallida idea di "esercito europeo" non esistendo al
proposito alcun presupposto politico l'applicazione del piano Von der Leyen (do
you remember?) non assumerà altro significato che quello - appunto - della
riconversione di parte dell'industria automobilistica tedesca (quella che
adesso si chiama automotive) in fabbriche di carri armati, blindati, semoventi
e quant'altro: tutti attrezzi finalizzati alla guerra da esportare non solo
come aiuto all'Ucraina ma quale avamposto armato di Trump sul suolo del Vecchio
Continente. Il tutto nel quadro di una liquidazione del già agonizzante
progetto europeo (anche se si fanno proclamazioni di nuovo mercato comune e si
ricevono Draghi e Letta in pompa magna: in realtà il dato è politico,
interamente politico rispetto a un quadro globale in rapidissima evoluzione). Le
armi sono il grande affare del momento: l'ISPRI di Stoccolma ci fa sapere che
nel 2024 la cifra complessiva spesa in armi è ammontata a 2.718 miliardi di
dollari con un aumento del 9,4% rispetto al 2023 (consultare www.ispri,org). I dati del 2025, attesi
nei prossimi mesi, dovrebbero confermare la tendenza: il mondo si sta riarmando
a grande velocità, soprattutto su impulso USA e del relativo mercato verso
Paesi della penisola arabica e del medio oriente (Medio visto nell'ottica
europea). Il governo italiano intende partecipare a questa grande abbuffata che
avrà anche una consistente fetta da tagliare al centro del continente europeo:
laddove, come scrive "Le Monde Diplomatique" difebbraio,potrebbero davvero crearsi gli elementi concreti per un conflitto
globale.
Del resto governo e maggioranza
in Italia sono rette in buona parte dalla lobby delle armi (che dispone di
autorevoli esponenti nel Ministero) e tiene ottime relazioni con paesi
notoriamente pacifici, benevoli con le opposizioni e considerati
"sicuri" come l'Egitto di Al Sisi e la Turchia di Erdogan
(quest'ultima recente acquisitrice, attraverso l'azienda di famiglia, della
nostra Piaggio). Nel 2023 l'Egitto ha destinato alla spesa militare 3,16
miliardi di dollari mentre la Turchia nel 2024 è salita a 6,43 miliardi di
dollari rispetto ai 19 miliardi del 2023. La partecipazione al riarmo della
Germania e di conseguenza alla costante crescita dell'aggressività USA (
spaccando il già inesistente fronte europeo) sembra essere la "cifra"
più importante dell'esecutivo di destra che governa l'Italia a partire dalle
elezioni del 2022: un Paese, tra l'altro, dal bassissimolivello di produzione industriale calata ancora
dello 0,2% nel 2025, dopo il -4% del 2024 e il -2% del 2023. che dispone però,
rispetto al "militare", un alto livello di tecnologia.
L'ulteriore spostamento verso la
logica delle armi della residua produzione industriale italiana (che
avverrebbecomunque in forma subalterna
rispetto alla Germania, vista la funzione sussidiaria svolta in quella
direzione, dall'industria lombarda) richiama anche un altro dato posto
direttamente sul piano politico: una operazione di partecipazione al riarmo
richiede oggettivamente un conduzione più autoritaria del governo riducendo
ancora i margini per opposizioni, controlli, richiami di legalità e
costituzionalità, anche e soprattutto rispetto a eventuali partecipazioni
belliche. Non è una forzatura accostare logica bellica e autoritarismo
all'esito del prossimo referendum del 22/23 marzo. Crescono le ragioni di un
"No" che sconfigga la logica dell'indebolimento della democrazia,
obiettivo primario della deforma che è necessario respingere.