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giovedì 5 febbraio 2026

SULLE VIOLENZE A TORINO



Ci è stato chiesto di ospitare e far girare questo scritto e così facciamo. La verità dei fatti è sempre preferibile a qualunque altra ragione ed ogni apporto in tal senso è benvenuto. Chi conosce la storia di questo giornale sa che da sempre siamo nemici di ogni ferocia, di ogni efferatezza, di ogni violenza: la guerra in primis, che rappresenta la violenza alla massima potenza, la distruzione di ogni umanità e di ogni ragione. E tale violenza si incarna negli Stati armati: tutti, senza distinzione e senza giustificazioni. Non è ora il caso di fare un elenco smisurato di violenza che ogni giorno siamo costretti a subire da parte di chi governa ed esercita il potere, ognuno può facilmente farsi la lista in proprio: dalla impossibilità di farsi curare per condizioni economiche misere a quella dell’assenza di lavoro o di precarietà. Alla violenza dei privilegi che un pugno ristretto di una casta di intoccabili esibisce, a quella di politici sfrontati che si ritengono al di sopra delle leggi e le calpestano impunemente. Ma siamo fermamente convinti che la storia dell’emancipazione ci ha consegnato strumenti di dissenso e di lotta diversi da quelli della violenza. Questo strumento si chiama resistenza passiva, si chiama non collaborazione attiva generalizzata, si chiama sciopero generale, si chiama disubbidienza nonviolenta, si chiama difesa di un luogo con la presenza disarmata dei nostri corpi, si chiama ripudio, si chiama diserzione. Tutto questo fa paura agli oppressori ed ai guerrafondai più di qualsiasi arma e genera simpatia tra la gente semplice, umiliata, oppressa. Genera simpatia perché non genera sangue, non genera morte e conserva integro il nostro senso di umanità. Disprezziamo profondamente chi spara ordigni ad altezza d’uomo contro un corteo pacifico di lavoratori e di oppositori alla guerra; chi massacra popolazioni inermi, chi produce armi e si arricchisce sulla morte, chi spende miliardi in armi e poi ci viene a dire che non ci sono i soldi per la sanità, per la cura del territorio, per la casa, per le pensioni. Questi uomini e queste donne infami siedono nei Parlamenti e sui banchi dei Governi, occupano alte cariche e sono ai vertici delle istituzioni; sono loro i generatori peggiori della violenza. Ma disprezziamo profondamente anche chi si accanisce contro un uomo caduto a terra, e non ne prova pietà, solo perché ha indosso una divisa.   


 

La violenza che si mostra e quella che si cancella

In un dibattito tossico, polarizzato e banalizzato, soprattutto dalle forze di governo, ci siamo prese qualche giorno prima di commentare quello che è successo il 31 gennaio a Torino. Una cosa la diciamo subito con chiarezza: noi c’eravamo e facciamo parte di quell’opposizione reale, costruita dal basso, che era in piazza per chiedere un altro mondo possibile, di solidarietà e uguaglianza. Prima ancora che iniziasse il corteo, la città era blindata, con intere zone presidiate e militarizzate, controlli ai caselli autostradali e alle stazioni ferroviarie. Abbiamo iniziato a respirare la violenza che pervade il quartiere Vanchiglia dallo sgombero di Askatasuna.

Ma quale violenza?

Il dibattito istituzionale è inquinato e il racconto è già scritto. Circolano quasi solamente i video dell’agente pestato da alcuni manifestanti, ma dove sono i video dei due poliziotti che lasciano sul ciglio della strada un uomo con la testa spaccata? Dove sono i video delle 50 mila persone che hanno manifestato pacificamente per le strade di Torino? Dove sono i numerosi video di agenti che pestano giovani e lanciano lacrimogeni ad altezza uomo, delle cariche sulla folla, delle manganellate su chi capitava a tiro? E allora diventa chiarissimo il punto: c’è una violenza che deve stare in vetrina e una violenza che deve sparire. Questa è propaganda, e serve a un obiettivo preciso: strumentalizzare ciò che è accaduto per legittimare il nuovo decreto sicurezza (già calendarizzato prima degli scontri di piazza) e nuove misure di repressione del dissenso. Se vuoi aiutare a diffondere una contro-narrazione dei fatti, provare a condividere una visione complessa e opporti alla strumentalizzazioneinteragisci (mettendo like e commentando) e condividi i nostri post sui social. Ci impongono di indignarci per un pezzo solo della storia, e intanto fanno scomparire dal racconto le cariche indiscriminate sulla folla e la gestione muscolare della piazza. Intorno alle forze dell’ordine cresce uno spettro di sacralità: solo loro sono intoccabili e tutelabili a prescindere. E così, a forza di immagini selezionate, ci dimentichiamo dei decreti sicurezza, della criminalizzazione dell’altro, del modo barbaro con cui questo governo tratta le persone migranti, del peggioramento delle condizioni di lavoro, delle morti sul lavoro, dei tagli all'Università, della privatizzazione degli spazi pubblici. Allora, da che parte stare? Dalla parte delle persone che hanno manifestato o delle forze dell’ordine? Noi non cadiamo nella trappola della polarizzazione. Condanniamo la violenza pura, fine a sé stessa. Però sappiamo anche che la postura pacifista può essere un privilegio e non la eleviamo moralmente come unica forma legittima di conflitto. Soprattutto non accettiamo che venga banalizzato ciò che è successo: 50mila persone in piazza per sostenere Askatasuna e gli spazi sociali, per continuare a esprimere solidarietà al popolo palestinese, per urlare contro repressione, riarmo e militarizzazione, sono un fatto politico enorme in un tempo di frammentazione e solitudine. Noi vorremmo una società senza violenza in tutte le sue forme: violenza fisica, abuso, sfruttamento, disuguaglianza, discriminazione, precarietà. Qui sta un punto che non vogliamo più lasciare sullo sfondo: non tutte le violenze sono uguali. La violenza dello Stato non è uguale alla violenza della protesta ed è il più grande fallimento che possa produrre un’istituzione. E se non ci si indigna di fronte a un’istituzione pubblica che premedita e agisce deliberatamente violenza contro persone, in qualsiasi contesto, allora è difficile contribuire a rendere il mondo un posto migliore. La questione non riguarda "solo Torino”. È quotidiana. È la normalizzazione dell’idea che la gestione dei conflitti debba passare per armi, intimidazione, repressione. È la retorica della “sicurezza” fatta di pistole, laser, punizione, controllo. Ed è proprio questa narrazione che stiamo provando a smontare anche a Genova. Con la nostra campagna chiediamo di non normalizzare la dotazione di armi, a partire dalla polizia locale. Perché per noi la sicurezza non è questo: sono le persone in strada, le relazioni sociali, la comunità, la cura. Proprio quella comunità che a Torino abbiamo ritrovato, camminando insieme. Se sei d'accordo con noi, aiutaci a far leggere alle persone questo pensiero e condividi i nostri post sui social.

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