SULLE VIOLENZE A TORINO
Ci è stato chiesto di ospitare e far
girare questo scritto e così facciamo. La verità dei fatti è sempre preferibile
a qualunque altra ragione ed ogni apporto in tal senso è benvenuto. Chi conosce
la storia di questo giornale sa che da sempre siamo nemici di ogni ferocia, di
ogni efferatezza, di ogni violenza: la guerra in primis, che rappresenta la
violenza alla massima potenza, la distruzione di ogni umanità e di ogni
ragione. E tale violenza si incarna negli Stati armati: tutti, senza
distinzione e senza giustificazioni. Non è ora il caso di fare un elenco
smisurato di violenza che ogni giorno siamo costretti a subire da parte di chi
governa ed esercita il potere, ognuno può facilmente farsi la lista in proprio:
dalla impossibilità di farsi curare per condizioni economiche misere a quella
dell’assenza di lavoro o di precarietà. Alla violenza dei privilegi che un
pugno ristretto di una casta di intoccabili esibisce, a quella di politici sfrontati
che si ritengono al di sopra delle leggi e le calpestano impunemente. Ma siamo
fermamente convinti che la storia dell’emancipazione ci ha consegnato strumenti
di dissenso e di lotta diversi da quelli della violenza. Questo strumento si
chiama resistenza passiva, si chiama non collaborazione attiva generalizzata,
si chiama sciopero generale, si chiama disubbidienza nonviolenta, si chiama difesa
di un luogo con la presenza disarmata dei nostri corpi, si chiama ripudio, si
chiama diserzione. Tutto questo fa paura agli oppressori ed ai guerrafondai più
di qualsiasi arma e genera simpatia tra la gente semplice, umiliata, oppressa. Genera
simpatia perché non genera sangue, non genera morte e conserva integro il
nostro senso di umanità. Disprezziamo profondamente chi spara ordigni ad
altezza d’uomo contro un corteo pacifico di lavoratori e di oppositori alla
guerra; chi massacra popolazioni inermi, chi produce armi e si arricchisce
sulla morte, chi spende miliardi in armi e poi ci viene a dire che non ci sono
i soldi per la sanità, per la cura del territorio, per la casa, per le
pensioni. Questi uomini e queste donne infami siedono nei Parlamenti e sui
banchi dei Governi, occupano alte cariche e sono ai vertici delle istituzioni;
sono loro i generatori peggiori della violenza. Ma disprezziamo profondamente anche
chi si accanisce contro un uomo caduto a terra, e non ne prova pietà, solo
perché ha indosso una divisa.
La violenza che si mostra e quella che si
cancella
In un
dibattito tossico, polarizzato e banalizzato, soprattutto dalle forze di
governo, ci siamo prese qualche giorno prima
di commentare quello che è successo il 31 gennaio a
Torino. Una cosa la diciamo subito con chiarezza: noi c’eravamo
e facciamo parte di quell’opposizione reale,
costruita dal basso, che era in piazza per chiedere un
altro mondo possibile, di solidarietà e
uguaglianza. Prima ancora che iniziasse il corteo, la città
era blindata, con intere zone presidiate e militarizzate,
controlli ai caselli autostradali e alle stazioni ferroviarie. Abbiamo
iniziato a respirare la violenza che pervade il quartiere
Vanchiglia dallo sgombero di Askatasuna.
Ma quale violenza?
Il dibattito istituzionale è inquinato e
il racconto è già scritto. Circolano quasi solamente i video dell’agente
pestato da alcuni manifestanti, ma dove sono i video dei due poliziotti
che lasciano sul ciglio della strada un uomo con la testa spaccata? Dove sono
i video delle 50 mila persone che
hanno manifestato pacificamente per le strade di Torino? Dove sono i numerosi
video di agenti che pestano giovani e lanciano lacrimogeni ad altezza uomo,
delle cariche sulla folla, delle manganellate su chi capitava a tiro? E
allora diventa chiarissimo il punto: c’è una violenza
che deve stare in vetrina e una violenza
che deve sparire. Questa è propaganda, e serve a un obiettivo
preciso: strumentalizzare ciò che è
accaduto per legittimare il nuovo decreto sicurezza (già
calendarizzato prima degli scontri di piazza) e nuove misure di repressione del
dissenso. Se vuoi aiutare a diffondere una contro-narrazione
dei fatti, provare a condividere una visione
complessa e opporti
alla strumentalizzazione, interagisci (mettendo
like e commentando) e condividi i nostri post sui
social. Ci impongono di indignarci per un pezzo
solo della storia, e intanto fanno scomparire dal racconto le cariche
indiscriminate sulla folla e la gestione muscolare della piazza. Intorno
alle forze dell’ordine cresce uno spettro di sacralità: solo loro sono
intoccabili e tutelabili a prescindere. E così, a forza
di immagini selezionate, ci dimentichiamo dei decreti sicurezza,
della criminalizzazione dell’altro, del modo barbaro con cui questo
governo tratta le persone migranti, del peggioramento delle condizioni di
lavoro, delle morti sul lavoro, dei tagli
all'Università, della privatizzazione degli spazi pubblici. Allora, da
che parte stare? Dalla parte delle persone che hanno manifestato o delle
forze dell’ordine? Noi non cadiamo nella trappola della
polarizzazione. Condanniamo la violenza pura, fine a sé stessa. Però
sappiamo anche che la postura pacifista può essere un privilegio e non la
eleviamo moralmente come unica forma legittima di conflitto.
Soprattutto non accettiamo che venga banalizzato ciò che è
successo: 50mila persone in piazza per sostenere Askatasuna e gli
spazi sociali, per continuare a esprimere solidarietà al popolo palestinese,
per urlare contro repressione, riarmo e militarizzazione, sono un fatto
politico enorme in un tempo di frammentazione e solitudine. Noi vorremmo una società senza violenza in tutte le
sue forme: violenza fisica, abuso, sfruttamento, disuguaglianza,
discriminazione, precarietà. Qui sta un punto che non vogliamo più lasciare
sullo sfondo: non tutte le violenze sono uguali. La violenza dello
Stato non è uguale alla violenza della protesta ed è il più grande
fallimento che possa produrre un’istituzione. E se non ci si indigna di fronte
a un’istituzione pubblica che premedita e agisce deliberatamente violenza
contro persone, in qualsiasi contesto, allora è difficile contribuire a rendere
il mondo un posto migliore. La questione non riguarda "solo
Torino”. È quotidiana. È la normalizzazione dell’idea
che la gestione dei conflitti debba passare per armi, intimidazione,
repressione. È la retorica della “sicurezza” fatta di pistole, laser,
punizione, controllo. Ed è proprio questa narrazione che stiamo provando a
smontare anche a Genova. Con la nostra campagna chiediamo di non
normalizzare la dotazione di armi, a partire dalla polizia locale. Perché per
noi la sicurezza non è questo: sono le persone in strada, le relazioni sociali,
la comunità, la cura. Proprio quella comunità che a Torino abbiamo ritrovato,
camminando insieme. Se sei d'accordo con noi, aiutaci a far leggere alle
persone questo pensiero e condividi i nostri post sui social.
Organizzazione Studio Agitazione

