Canti non identificati di Angelo Airò
Farulla (ChiareVoci edizioni, 2026, pagine 208) è un libro che si presenta come
un attraversamento poetico tra visione cosmica e cronaca terrestre. Mescola
metafisica, lessico scientifico e immaginario ufologico in una struttura
volutamente discontinua. Il testo centrale, Canto
all’equatore, assume la forma di un poema di viaggio che dialoga con la
tradizione epico-visionaria italiana, ma la trasporta in un paesaggio
contaminato: mari di idrocarburi, microplastiche e residui del progresso
convivono con mitologie scientifiche. La lingua alterna registri alti e inserti
tecnico-scientifici. Con la sezione Cronache il tono diventa più
documentario, raccogliendo episodi legati all’immaginario ufologico del
Novecento italiano, trattato come una vera mitologia collettiva. L’ignoto e il
bisogno umano di nominare il mistero diventano strumenti di indagine sulla
realtà. Nelle sezioni successive, tra Addenda e Apocrifi, la
scrittura si moltiplica in registri e maschere con invocazione religiosa,
speculazione cosmologica e riflessione sull’epoca digitale. Il lessico
scientifico convive con elementi liturgici, creando un cortocircuito
linguistico che è la cifra dell’opera. In controluce emerge
una forte componente ecologica e antropologica: il mondo inquinato e i resti
della civiltà diventano tracce di una presenza umana destinata a estinguersi,
ma ancora capace di produrre canto. Il libro si configura
così come un poema-costellazione: un insieme di frammenti che orbitano attorno
a grandi temi offrendo un’esperienza poetica stratificata, sospesa tra
tradizione e nervosismi linguistici contemporanei.