Riflettevo, giorni fa, sul fatto che non ci è possibile, a noi
costretti a vivere in ambienti così affollati, rumorosi ed antropizzati, quali
sono diventate le grandi e medie città, fare una passeggiata quotidiana in
piena tranquillità e raccolti in noi stessi, in un luogo di silenzio. Il luogo
del pensiero è necessariamente un luogo del silenzio. Meditare presuppone
silenzio, sentire profondamente presuppone silenzio, interrogare il proprio
cuore presuppone silenzio. “Ti condurrò in un luogo solitario e parlerò al
tuo cuore”. Questa frase, liberamente adattata da due versetti del profeta
Osea (vv. 2,16), è incisa su una pietra ai piedi della Sacra di San Michele,
stupenda abbazia romano-gotica della fine del Decimo secolo, che si erge
imperiosa sul monte Pirchiriano all’imbocco della Val di Susa, avvolta in un
silenzio maestoso e solenne. È lì che l’ho letta, ed è stato in questa abbazia
dove alcuni anni fa avevo potuto pernottare in occasione di un importante
convegno. Quel silenzio e quella quiete mi sono ritornati alla mente mentre di
recente seguivo un programma televisivo. I colori struggenti di un incipiente
stupendo autunno, la luce rada che rami e foglie filtravano e attutivano
rendendola ancora più calda e avvolgente, gli impasti della terra, il frusciare
del vento, i morbidi passi di un uomo solo che procedeva lento e in silenzio
nell’intrico di vegetazione lungo uno stretto passaggio delimitato da possenti
filari di alberi dai tronchi giganteschi… era un bosco. Era un bosco e gli
unici echi che si potevano udire erano i suoi passi, il leggerissimo toc
di una pigna ormai secca che staccatasi cadeva sul tappeto di foglie, il frullo
di un volatile ogni tanto, nient’altro. Ragazzino, avevo potuto sentire anch’io
tutta la vastità di quel silenzio e riempirmene l’anima; in quel bosco
meraviglioso della Sila, con Bosco,nostro cane fedele che mi
accompagnava e mi proteggeva. Dove a Milano mi sarei potuto fondere con tutto
questo? Dove avrei potuto interrogare il mio cuore? E in questi parallelepipedi
in cui siamo costretti a vivere inscatolati, come proteggerci da televisori
sempre accesi, lavatrici che centrifugano notte e giorno, clacson sul corso,
vibrazioni della Metropolitana che fendono le viscere della città, motori che
digrignano come tigri, stridori di tram sui binari, sbattere di porte,
ascensori perennemente attivi, mentre tu cerchi di dar vita a un verso, un
verso silente di poesia che non eguaglierà mai quello di una cinciallegra.