Ebbene sì, potrebbe vincere il Sì. Tutta la propaganda
meloniana, che dispone del 90% dell'informazione, si è scatenata in questa
campagna elettorale. Non altrettanto certa opposizione, inconfessabilmente
favorevole a che Nordio e compagnia portino a termine il lavoro sporco, del
quale potrebbero beneficiare, ove mai approdassero al governo. Diversamente,
saremmo andati ai materassi, alle barricate, contro la stura al dilagante
spreco del pubblico denaro, mediante il ridimensionamento prima e l'annichilimento
poi della magistratura contabile. Questa al momento la soffice situazione della
casta: non più rischio di incarcerazione e tanto meno di condanne (Cartabia
docet), essendosi garantita, attraverso una ripugnante legislazione, l'impunità
penale e la sicurezza patrimoniale. Penalmente, su sollecitazione della
malavita organizzata che domina il voto nelle ragioni ad alta densità
criminale, si sono trasformati in diritti quelli che, pur imperante
Mussolini, erano invece delitti, vale a dire il favoreggiamento personale e
quello reale, oltre alla già perpetrata soppressione del reato di abuso
innominato d’ufficio. Non si può più arrestare nessuno, se non con preavviso di
5 giorni, tempo minimo per organizzare una comoda latitanza; né tanto meno perquisire,
senza dar tempo di far sparire la refurtiva. Altrimenti che garantismo sarebbe!
Le unghie agli inquirenti erano peraltro già state mozzate, mediante la
strozzatura delle intercettazioni telefoniche, lecite solo alle forze occulte
governative ed accompagnate dal nordiano sprezzo del ridicolo, per cui le
corruzioni si scoprirebbero meglio col pedinamento, che non con trojan e
microspie. Sopravviveva la possibilità di arresto in flagranza.
Ma anche
questa, per i delitti di lor signori, è stata scongiurata, escludendo la
possibilità della carcerazione preventiva, per i reati di corruzione,
concussione, nonché, forse in omaggio al fratello di Donzelli, alla Santanchè e
ad altri intimi, per la bancarotta fraudolenta. Economicamente, riducendo a
spiccioli la rifusione per gli sprechi, non dovendone più rispondere, come un
qualunque debitore, con tutti i propri beni presenti e futuri. Fino a ricorrere
allo stratagemma di un super Procuratore Generale della Corte dei Conti -
espresso dal Presidente del Consiglio - e dotato del singolare potere di vita e
di morte su qualunque indagine, fino a ridurre tutti gli altri P. M. a suoi
segretari. Ciò contro ogni principio e contro l’art. 101 della Costituzione che
sottopone il giudice solo alla legge e non già ad un capo ufficio. Allora
perché tanto adoperarsi per questa schiforma, questa pantomima di
separazioni di carriere etsimilia? Elementare Watson! Per pararsi dal solo sopravvivente
rischio: lo sputtanamento, postrema nonché ormai unica condanna! Occorreva
perciò imbozzolare il magistrato che osasse procedere contro il politico, immediatamente
infangandolo con un sanzionamento. Dunque, dicevo, possono vincere il
referendum. Ma sarebbe comunque una vittoria di Pirro, perché il progetto non
potrà che abortire, avendo fatto carne di porco di fondamentali principi di
diritto. Viola specificamente gli articoli 103, 104 e 111 della Costituzione.
La creazione dell’Alta Corte, in veste di giudice
speciale, è in netto contrasto con l’articolo 102, che ne vieta espressamente l’istituzione.
Viola inoltre, e ripetutamente, il 111 in quanto il trust di cervelli che ne è
autore si è inventato addirittura che, contro i provvedimenti dell’Alta Corte,
si può ricorrere esclusivamente alla stessa Alta Corte, escludendone la
Cassazione, che è giudice ecumenico di legittimità. Viola inoltra l’articolo
104 che testualmente recita: La Magistratura è un ordine indipendente da
ogni altro potere... Norma talmente odiata che, con l’articolo 3 dell’originaria
Proposta diriforma, si era ricorsi allo stratagemma di far
scomparire l’aggettivo indefinito altro, di modo che la Magistratura non
fosse più nemmeno un potere, bensì una bocciofila o al più un Rotary, un
Soroptimist club. Sventato tale tentativo, il 104 rivive in tutto il suo
significato, che non si limita a fare della Magistratura uno dei tre poteri
dello Stato, ma lo esalta di autonomia ed indipendenza, attribuendogli perciò
una aristocrazia ed una rispettabilità, meritevoli in quanto tali di
particolare tutela, anche a compensazione di altre fragilità, quale quella di
non poter direttamente sopperire alle proprie esigenze di materiali e di
personale, di cui viene sistematicamente deprivata. Suggerisce in altri termini al legislatore ordinario di
prevedere un annetto di reclusione a chi osasse, per esempio, parlare di sentenze
ad orologeria. Colui che deve fare giustizia non può e non deve distinguere
fra principe e povero e necessita pertanto di una particolare potenziata
autorità.
L’autorevolezza invece deve guadagnarsela da sé. E
quest'ultima dipende molto dagli avvocati che, pur con tutto il rispetto, non
devono concedere sconti né alla pigrizia, né alla superficialità. Dulcis in fundo abbiamo l'insultante riforma dell'art. 105, che ne viola
uno stock, e che è un vero e proprio insulto a tutti coloro che fanno di
mestiere il magistrato, giudicante o requirente che sia. Nessuno di loro potrà
infatti giammai aspirare alla più alta carica della Magistratura, a diventare
cioè presidente della neo-istituita Alta Corte. Quel vertice potrà
esclusivamente venire ricoperto da un politico, e potrebbe anche essere un... competentissimo
pluripregiudicato. Consoliamoci: mezzo secolo addietro, teorici e progettisti
di questa e consimili riforme ricorrevano al terrorismo, per impedire la
progressiva attuazione della Costituzione. Oggi vogliono sbarazzarsene del
tutto. Per fortuna, per ora, senza violenza.