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venerdì 6 marzo 2026

SÌ E NO
di Marcello Campisani

 

Ebbene sì, potrebbe vincere il Sì. Tutta la propaganda meloniana, che dispone del 90% dell'informazione, si è scatenata in questa campagna elettorale. Non altrettanto certa opposizione, inconfessabilmente favorevole a che Nordio e compagnia portino a termine il lavoro sporco, del quale potrebbero beneficiare, ove mai approdassero al governo. Diversamente, saremmo andati ai materassi, alle barricate, contro la stura al dilagante spreco del pubblico denaro, mediante il ridimensionamento prima e l'annichilimento poi della magistratura contabile. Questa al momento la soffice situazione della casta: non più rischio di incarcerazione e tanto meno di condanne (Cartabia docet), essendosi garantita, attraverso una ripugnante legislazione, l'impunità penale e la sicurezza patrimoniale. Penalmente, su sollecitazione della malavita organizzata che domina il voto nelle ragioni ad alta densità criminale, si sono trasformati in diritti quelli che, pur imperante Mussolini, erano invece delitti, vale a dire il favoreggiamento personale e quello reale, oltre alla già perpetrata soppressione del reato di abuso innominato d’ufficio. Non si può più arrestare nessuno, se non con preavviso di 5 giorni, tempo minimo per organizzare una comoda latitanza; né tanto meno perquisire, senza dar tempo di far sparire la refurtiva. Altrimenti che garantismo sarebbe! Le unghie agli inquirenti erano peraltro già state mozzate, mediante la strozzatura delle intercettazioni telefoniche, lecite solo alle forze occulte governative ed accompagnate dal nordiano sprezzo del ridicolo, per cui le corruzioni si scoprirebbero meglio col pedinamento, che non con trojan e microspie. Sopravviveva la possibilità di arresto in flagranza. 



Ma anche questa, per i delitti di lor signori, è stata scongiurata, escludendo la possibilità della carcerazione preventiva, per i reati di corruzione, concussione, nonché, forse in omaggio al fratello di Donzelli, alla Santanchè e ad altri intimi, per la bancarotta fraudolenta. Economicamente, riducendo a spiccioli la rifusione per gli sprechi, non dovendone più rispondere, come un qualunque debitore, con tutti i propri beni presenti e futuri. Fino a ricorrere allo stratagemma di un super Procuratore Generale della Corte dei Conti - espresso dal Presidente del Consiglio - e dotato del singolare potere di vita e di morte su qualunque indagine, fino a ridurre tutti gli altri P. M. a suoi segretari. Ciò contro ogni principio e contro l’art. 101 della Costituzione che sottopone il giudice solo alla legge e non già ad un capo ufficio. Allora perché tanto adoperarsi per questa schiforma, questa pantomima di separazioni di carriere et similia?
Elementare Watson! Per pararsi dal solo sopravvivente rischio: lo sputtanamento, postrema nonché ormai unica condanna! Occorreva perciò imbozzolare il magistrato che osasse procedere contro il politico, immediatamente infangandolo con un sanzionamento. Dunque, dicevo, possono vincere il referendum. Ma sarebbe comunque una vittoria di Pirro, perché il progetto non potrà che abortire, avendo fatto carne di porco di fondamentali principi di diritto. Viola specificamente gli articoli 103, 104 e 111 della Costituzione.



La creazione dell’Alta Corte, in veste di giudice speciale, è in netto contrasto con l’articolo 102, che ne vieta espressamente l’istituzione. Viola inoltre, e ripetutamente, il 111 in quanto il trust di cervelli che ne è autore si è inventato addirittura che, contro i provvedimenti dell’Alta Corte, si può ricorrere esclusivamente alla stessa Alta Corte, escludendone la Cassazione, che è giudice ecumenico di legittimità. Viola inoltra l’articolo 104 che testualmente recita: La Magistratura è un ordine indipendente da ogni altro potere...
Norma talmente odiata che, con l’articolo 3 dell’originaria Proposta di riforma, si era ricorsi allo stratagemma di far scomparire l’aggettivo indefinito altro, di modo che la Magistratura non fosse più nemmeno un potere, bensì una bocciofila o al più un Rotary, un Soroptimist club. Sventato tale tentativo, il 104 rivive in tutto il suo significato, che non si limita a fare della Magistratura uno dei tre poteri dello Stato, ma lo esalta di autonomia ed indipendenza, attribuendogli perciò una aristocrazia ed una rispettabilità, meritevoli in quanto tali di particolare tutela, anche a compensazione di altre fragilità, quale quella di non poter direttamente sopperire alle proprie esigenze di materiali e di personale, di cui viene sistematicamente deprivata.
Suggerisce in altri termini al legislatore ordinario di prevedere un annetto di reclusione a chi osasse, per esempio, parlare di sentenze ad orologeria.
Colui che deve fare giustizia non può e non deve distinguere fra principe e povero e necessita pertanto di una particolare potenziata autorità.



L’autorevolezza invece deve guadagnarsela da sé. E quest'ultima dipende molto dagli avvocati che, pur con tutto il rispetto, non devono concedere sconti né alla pigrizia, né alla superficialità.
Dulcis in fundo
abbiamo l'insultante riforma dell'art. 105, che ne viola uno stock, e che è un vero e proprio insulto a tutti coloro che fanno di mestiere il magistrato, giudicante o requirente che sia. Nessuno di loro potrà infatti giammai aspirare alla più alta carica della Magistratura, a diventare cioè presidente della neo-istituita Alta Corte. Quel vertice potrà esclusivamente venire ricoperto da un politico, e potrebbe anche essere un... competentissimo pluripregiudicato. Consoliamoci: mezzo secolo addietro, teorici e progettisti di questa e consimili riforme ricorrevano al terrorismo, per impedire la progressiva attuazione della Costituzione. Oggi vogliono sbarazzarsene del tutto. Per fortuna, per ora, senza violenza.