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venerdì 13 marzo 2026

IL TORTO E LA RAGIONE
di Romano Rinaldi



Già altre volte ho ricordato il detto popolare inglese “Two wrongs don’t make a right” che in italiano significa: due torti non fanno una ragione, per rimarcare un’attitudine piuttosto puerile al confronto polemico delle idee. Tuttavia, in italiano questo detto non è usato con altrettanta frequenza né ha quel connotato di biasimo ben evidente nella pragmatica lingua inglese. Probabilmente perché la polemica sterile è più tollerata nel dibattito italiano che in quello di matrice anglosassone.
Anche il 12 marzo, nel dibattito parlamentare che vedeva la nostra Presidente del Consiglio riferire alle Camere sulla situazione creata dalla guerra scatenata da Netanyahu e Trump contro il regime teocratico in Iran e le implicazioni per il nostro Paese, abbiamo dovuto assistere, soprattutto nella replica alle obiezioni dell’opposizione, ad una sceneggiata piuttosto scomposta e ampiamente condita con affermazioni e ricordi di posizioni assunte e azioni passate da parte di governi in cui questa maggioranza si trovava all’opposizione. Posizioni e azioni che col senno di poi si sono rivelate inopportune e altrettanto contrarie al diritto internazionale.



Si dirà, cosa c’è di nuovo? Nulla in verità. Sennonché si è persa un’occasione importante della quale la Presidente del Consiglio aveva gettato le basi nel suo primo intervento la mattina, ovvero l’apertura ad una collaborazione, pur nell’ambito dei rispettivi ruoli, tra maggioranza e opposizione per trovare una linea comune di fronte all’incalzare degli eventi bellici che prima o poi coinvolgeranno tutti i cittadini a prescindere dalle convinzioni o appartenenze politiche. Questa ottima opportunità veniva presto bruciata nella replica alle critiche e contromosse (lecite e legittime, l’opposizione deve pur fare il suo mestiere…) mal tollerate dalla Presidente del Consiglio, notoriamente insofferente alla critica. Peccato.
In pratica, visto da fuori, il dibattito in questa seconda parte sembrava incentrato sul richiamo agli errori fatti dai precedenti governi in passate situazioni “simili” (Iraq, Kossovo, Libia, ecc. ecc.) arrogandosi implicitamente il diritto di poterli ripetere ora in questa occasione di guerra. Vista così probabilmente si capisce meglio quanta sia la pochezza di questo ragionamento. Si tratta infatti di una coazione a ripetere che denota immaturità sociale e soprattutto politica. Non merita certo la fiducia di una Nazione su cui gravano, come in passato, le responsabilità di scelte che saranno godute o pagate dai cittadini, non mai dalla classe politica.



Con questa rinuncia a perseguire un più alto obiettivo di unificazione, per quanto possibile, della politica attorno a un tema grave e incombente su tutti quale la guerra, questa maggioranza si è ricacciata da sola nella “ridotta” dei due condottieri in capo che non le concede alcun margine di manovra per poter influire sugli eventi ed anzi, rende complice il Paese in condotte esecrande, in sfregio al diritto internazionale e contrarie agli interessi nazionali (a proposito della millantata difesa degli interessi nazionali!).
Si è dunque persa un’ulteriore occasione per assumere una postura più vicina agli interessi della Nazione nell’ambito della sua naturale collocazione in seno alla UE. Magari cercando di dare un contributo concreto agli sforzi invero piuttosto fievoli, anche per colpa nostra, per far assumere un ruolo all’altezza dell’enorme potere economico di cui ancora dispone la UE. Il risultato netto è, ancora una volta, l’irrilevanza sul piano internazionale e uno scarso peso reale persino in Europa, dove il ruolo dell’Italia è storicamente ben al di sopra di queste misere manifestazioni di dibattito tipiche di un’assemblea di liceali in una scuola di periferia.