Già altre volte ho ricordato il detto popolare
inglese “Two wrongs don’t make a right” che in italiano significa: due torti
non fanno una ragione, per rimarcare un’attitudine piuttosto puerile al confronto
polemico delle idee. Tuttavia, in italiano questo detto non è usato con
altrettanta frequenza né ha quel connotato di biasimo ben evidente nella
pragmatica lingua inglese. Probabilmente perché la polemica sterile è più
tollerata nel dibattito italiano che in quello di matrice anglosassone. Anche il 12
marzo, nel dibattito parlamentare che vedeva la nostra Presidente del Consiglio
riferire alle Camere sulla situazione creata dalla guerra scatenata da
Netanyahu e Trump contro il regime teocratico in Iran e le implicazioni per il
nostro Paese, abbiamo dovuto assistere, soprattutto nella replica alle
obiezioni dell’opposizione, ad una sceneggiata piuttosto scomposta e ampiamente
condita con affermazioni e ricordi di posizioni assunte e azioni passate da
parte di governi in cui questa maggioranza si trovava all’opposizione.
Posizioni e azioni che col senno di poi si sono rivelate inopportune e
altrettanto contrarie al diritto internazionale.
Si dirà,
cosa c’è di nuovo? Nulla in verità. Sennonché si è persa un’occasione
importante della quale la Presidente del Consiglio aveva gettato le basi nel
suo primo intervento la mattina, ovvero l’apertura ad una collaborazione, pur
nell’ambito dei rispettivi ruoli, tra maggioranza e opposizione per trovare una
linea comune di fronte all’incalzare degli eventi bellici che prima o poi
coinvolgeranno tutti i cittadini a prescindere dalle convinzioni o appartenenze
politiche. Questa ottima opportunità veniva presto bruciata nella replica alle
critiche e contromosse (lecite e legittime, l’opposizione deve pur fare il suo
mestiere…) mal tollerate dalla Presidente del Consiglio, notoriamente
insofferente alla critica. Peccato. In
pratica, visto da fuori, il dibattito in questa seconda parte sembrava
incentrato sul richiamo agli errori fatti dai precedenti governi in passate
situazioni “simili” (Iraq, Kossovo, Libia, ecc. ecc.) arrogandosi
implicitamente il diritto di poterli ripetere ora in questa occasione di
guerra. Vista così probabilmente si capisce meglio quanta sia la pochezza di
questo ragionamento. Si tratta infatti di una coazione a ripetere che denota
immaturità sociale e soprattutto politica. Non merita certo la fiducia di una
Nazione su cui gravano, come in passato, le responsabilità di scelte che
saranno godute o pagate dai cittadini, non mai dalla classe politica.
Con
questa rinuncia a perseguire un più alto obiettivo di unificazione, per quanto
possibile, della politica attorno a un tema grave e incombente su tutti quale
la guerra, questa maggioranza si è ricacciata da sola nella “ridotta” dei due
condottieri in capo che non le concede alcun margine di manovra per poter
influire sugli eventi ed anzi, rende complice il Paese in condotte esecrande,
in sfregio al diritto internazionale e contrarie agli interessi nazionali (a
proposito della millantata difesa degli interessi nazionali!). Si è
dunque persa un’ulteriore occasione per assumere una postura più vicina agli
interessi della Nazione nell’ambito della sua naturale collocazione in seno
alla UE. Magari cercando di dare un contributo concreto agli sforzi invero piuttosto
fievoli, anche per colpa nostra, per far assumere un ruolo all’altezza dell’enorme
potere economico di cui ancora dispone la UE. Il risultato netto è, ancora una
volta, l’irrilevanza sul piano internazionale e uno scarso peso reale persino
in Europa, dove il ruolo dell’Italia è storicamente ben al di sopra di queste
misere manifestazioni di dibattito tipiche di un’assemblea di liceali in una
scuola di periferia.