ODIAMO I
REGIMI OPPRESSIVI NON LA VERITÀ di Elena Basile
Per ammazzare 300 poliziotti, da parte dei manifestanti, ci vogliono armi, tante. Non ne abbiamo vista una in mano a dimostranti. Chi sparava al posto loro?
Continuo a non rassegnarmi. Rimango
stupita quando mi accorgo che persone dotate di media intelligenza e capacità
di raziocinio possano abbeverarsi a una propaganda demenziale. Nei media
storici, diplomatici, analisti e i cosiddetti esperti e intellettuali, a vario
titolo, ci ripetono da settimane che il governo teocratico iraniano avrebbe
ucciso in pochi giorni 40.000 civili. Paolo Mieli sente il dovere di premettere
che questi dati non sono verificati, esattamente come quelli relativi a 75.000
vittime che circolano in relazione ai palestinesi di Gaza. Sono tentata di
correre via urlando. Mi ricompongo e continuo a sperare in un dialogo
razionale. Il genocidio di Gaza e la cifra di 75.000 morti (approssimata per
difetto, come conferma la rivista scientifica Lancet)
sono confortati da immagini in streaming che hanno documentato bombardamenti a
tappeto, utilizzo di carri armati, intere aree abitative spianate, incendi in
campi profughi. La leadership iraniana, per uccidere 40.000 persone in due o
tre giorni (mentre Israele, per arrivare a 50.000 morti, ha impiegato mesi),
avrebbe dovuto bombardare il proprio popolo, radere al suolo le città, far
crollare palazzi. L’indignazione per questo utilizzo atroce, nei media europei,
della facoltà raziocinante cresce, e piangiamo il gregge indottrinato. Le
autorità iraniane hanno provveduto a stilare una lista di tutti i morti civili,
con nome, cognome e data di nascita: all’incirca 6.000, inclusi 300 poliziotti.
Dov’è la lista delle ONG finanziate da noi che “danno i numeri”? Le morti sono
avvenute in un contesto di regime change, dove - per ammissione occidentale -
agenti della CIA e del Mossad trasformavano manifestazioni pacifiche in
insurrezioni armate contro municipalità, stazioni di polizia, ospedali e
ambulanze. Nelle operazioni di cambiamento di regime (aprite un libro di
storia, per favore!) il rispetto per la vita umana è minimo. L’uccisione di
civili serve alla propaganda e a far sentire il popolo legittimato a insorgere.
In Italia, se viene picchiato un poliziotto, il governo si sente autorizzato a
reprimere le manifestazioni e a stigmatizzare i manifestanti. Come mai
l’uccisione di 300 poliziotti iraniani non viene recepita dai media come un
fattore che non poteva non scatenare una repressione brutale? Stiamo parlando
di scontri tra polizia ed élite addestrate militarmente da servizi stranieri.
Nessun dirigente occidentale - neanche i migliori - ha riportato un dettaglio
che cambia il quadro e giustifica l’uso della forza legittima da parte dello
Stato: l’ABC di una qualsiasi analisi seria.
Avevo scritto nel mio reportage sull’Iran che
molti ragazzi - studenti e giovani che si abbeverano alla CNN e odiano i
precetti islamici imposti dal potere politico - hanno ingenuamente partecipato
alle manifestazioni senza rendersi conto del carattere eversivo e terrorista
delle stesse, essendo guidate da servizi stranieri. I migliori di loro, vedendo
le loro città bombardate dal terrorismo di Stato israelo-americano, si stanno
ravvedendo. 165 bambine trucidate in una scuola e nessuno si è scusato, mentre
i giornali occidentali si soffermano sulle sei vittime americane. Avranno
compreso gli studenti occidentalizzati che un genocida come Netanyahu e un
suprematista bianco come Trump tengono soltanto ai loro interessi e non alla
libertà del popolo iraniano. La balcanizzazione dell’Iran comporta che i civili
iraniani siano sacrificabili. Poco mi aspetto dalla diaspora iraniana: una
borghesia piccina piccina che si affida al figlio del dittatore, lo shah Reza
Pahlavi, il cui regime terrorizzava il popolo con una sorta di Gestapo, la
polizia segreta Savak, e che ha soltanto un obiettivo: ritornare al potere
economico che deteneva e liberarsi del declassamento sociale subito come
migranti. Sarebbero complici di un nuovo dittatore al quale svendere il Paese
pur di tornare classe dirigente, esattamente come i loro genitori e nonni,
entourage complice dello shah, fuggito dal Paese dopo la rivoluzione
khomeinista. Direi ai giovani iraniani di costruire un’alternativa riformista
nel Paese, possibile se l’assedio militare ed economico occidentale - in piedi
da quarant’anni - cessa. Manifestate contro Israele e l’Occidente che strangola
volutamente l’economia del Paese e semina morti. Solo in questo modo potrete
concorrere alla costruzione di un’opposizione che non può essere rappresentata
dallo shah, oppure dai terroristi mujaheddin del popolo (MEK), che combatterono
a fianco degli iracheni e degli occidentali contro l’Iran nella guerra del
1980. Né un movimento alternativo alla Repubblica islamica può essere costruito
da etnie insurrezionali come i curdi o i beluci. La sirianizzazione del Paese,
la guerra civile - strano che gli iraniani non lo capiscano - farebbe
rimpiangere il governo teocratico.
L’Occidente è dalla parte sbagliata della
storia. L’oligarchia che si esprime nei Democratici USA o in Trump, e nei loro
accoliti europei - la maggioranza Ursula - sta distruggendo il multilateralismo
creato alla fine della Seconda guerra mondiale. Sta sostituendo il diritto con
la forza, normalizzando guerre coloniali, genocidio, discriminazioni razziali e
suprematismo bianco. Che anche il riflesso dei Democratici USA, dei liberali e
dei socialisti europei sia complice del nuovo fascismo del XXI secolo ha avuto
una rappresentazione plastica nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU tenutosi
subito dopo l’attacco israelo-americano del 28 febbraio. Durante quella seduta
non solo gli Stati Uniti, ma uno ad uno tutti i vassalli europei non hanno
condannato l’attacco israelo-americano, mentre hanno condannato le rappresaglie
dell’Iran, che invece sono legittime ai sensi dell’articolo 51 della Carta ONU
sul diritto di autodifesa. La razionalità e il diritto sono stati sostenuti
dalla Russia, dalla Cina e da altri rappresentanti del cosiddetto “resto del
mondo”. Saremo dunque complici politici di una guerra di aggressione, questo è
certo. Ma lo saremo anche dal punto di vista militare. Inviare navi e armi per
difendere alleati che si macchiano di un attacco illegale, non provocato e non
giustificato (questo sì, non certo l’invasione russa dell’Ucraina), significa
essere complici di una guerra illegale e passibili di sanzioni da parte della
Corte Penale Internazionale dell’Aia. La dichiarazione burlesca del ministro
Crosetto, secondo la quale gli Stati Uniti non avrebbero richiesto l’utilizzo
delle basi americane in Italia, va smentita ricordando che gli americani hanno
a Napoli il coordinamento delle forze armate statunitensi e che da Sigonella
sono già partiti aerei di ricognizione per la guerra in Medio Oriente e che,
per decollo e atterraggio, gli americani non chiedono autorizzazioni.
Di fatto
l’Italia sta violando l’articolo 11 della Costituzione sia con il rifornimento
di armi all’Ucraina sia ora nella guerra all’Iran. La neutralità nei confronti
dei belligeranti è l’unica opzione costituzionale, in quanto la guerra non può
essere riconosciuta come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali.
Spiace che persino il socialista Sánchez, il più lungimirante tra i leader
europei, abbia voluto partecipare alla missione difensiva di Cipro e che
sull’Ucraina sia affetto dalla medesima russofobia diffusa tra i suoi colleghi
europei e basata su una propaganda schizofrenica: descrivere Putin come un
criminale e poi fare affidamento su di lui per il non uso delle armi nucleari;
oppure considerare la Russia una “stazione di gas nel deserto”, incapace di
avanzare in Ucraina, per poi dipingerla come una minaccia per i Paesi NATO.