L’importanza
costituzionale e politica del referendum. Le destre
hanno presentato alle Camere la loro proposta di legge elettorale, questo chiarisce,
oltre ogni ragionevole dubbio, quale sia il loro intento di imprimere una
svolta profondamente autoritaria al paese. Insomma, le carte sono in tavola.
Poco conta che la fretta ha fatto sì che emergono numerose falle nella proposta
di legge elettorale, che difatti sono evidenziate anche da esponenti e da
figure di riferimento sulle questioni istituzionali facenti parte della stessa
area politica del centro destra. Una valutazione più puntuale la si potrà fare
avendo il testo in mano e non solo la copertina (la velina come si suole dire
nel linguaggio parlamentare) con il numero che registra la avvenuta deposizione
(Atto Camera 2822 e Atto Senato 1822). La sostanza è chiara. Vogliono
impedire che il Parlamento sia un organo di rappresentanza delle opzioni
politiche presenti nel paese, alla ricerca di una governabilità che si fa forza
soltanto di una maggioranza artificialmente costruita. Chi raggiunge il 40% ha
vinto, perché ottiene un premio di maggioranza che lo porta almeno al 55% (ma
che può arrivare al 57 per cento e virgola). Una minoranza rispetto all’intero
corpo elettorale - ancora più ridotta se si considera il crescente tasso di
astensione - avrebbe a quel punto un Parlamento agli ordini dell’Esecutivo, una
opposizione schiacciata dalla forza dei numeri, la possibilità di eleggere
organi di garanzia a proprio piacimento, nonché quella di avere nelle proprie
mani l’elezione del prossimo capo dello Stato, quella dei giudici della Corte
Costituzionale e dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura.
A questo punto la proposta di
premierato, che Meloni ha detto di non volere abbandonare, contrariamente a
consigli che le sono provenuti anche da suoi tradizionali consiglieri
istituzionali, sarebbe un coronamento, o meglio la costituzionalizzazione di un
progetto nella sostanza già conseguito per altre vie. Quelle appunto della
legge elettorale. È esattamente quello che Roberto D’Alimonte, dalle colonne
del Sole 24 Ore, suggeriva di fare,
per evitare le incertezze dell’esito di una riforma costituzionale che, per
mancanza dei due terzi dei voti parlamentari favorevoli, verrebbe sottoposta al
referendum cosiddetto confermativo. In sostanza stiamo assistendo
alla implementazione del patto che ha tenuto insieme la maggioranza e che, per
quanto riguarda gli assetti istituzionali, era ed è fondato su tre gambe:
l’autonomia differenziata, la sottoposizione della magistratura al potere
politico, il premierato. Ognuna delle tre forze che compongono il governo si
identifica particolarmente con uno di questi obiettivi: la Lega nell’autonomia
delle regioni del Nord; Forza Italia nell’attacco alla magistratura predicato
da Licio Gelli - confermato di recente da una illuminante intervista al figlio
- e da Silvio Berlusconi; Fratelli d’Italia nel comando di una/o sola/o. Infatti proprio in questi giorni
il Consiglio dei ministri si è affrettato ad approvare le intese preliminari
firmate dal ministro Calderoli con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. Si
tratta di accordi che aggirano i famosi paletti posti dalla sentenza della 192/2024
della Corte Costituzionale, a dimostrazione di quanto avevano ragione coloro
che sostenevano che le parziali incostituzionalità accertate e gli altri
rilievi mossi al testo governativo non fossero sufficienti a fermare e nemmeno
a imbrigliare l’azione di Calderoli verso quella che è stata giustamente
chiamata la “secessione dei ricchi”. Invece di considerare quella sentenza come
“uno scudo e una lancia” in grado di opporsi validamente a un progetto eversivo
degli assetti istituzionali di uno stato democratico, si sarebbe dovuto
insistere con una nuova raccolta di firme (le precedenti avevano quasi
raggiunto un milione 300mila) - possibile sulla base di un quesito rinnovato -
per giungere a un pronunciamento referendario sull’abrogazione integrale della
legge Calderoli.
Così non si è fatto ed ora le
possibilità di opporsi alla realizzazione dell’autonomia differenziata sono
certamente più ristrette. Ma non del tutto inesistenti. Certamente le leggi che
conterranno le intese con le regioni non sono sottoponibili a un referendum
abrogativo, in quanto leggi “rinforzate”. Per impedirne l’entrata in vigore
rimane una sola strada: quella di un ricorso alla Consulta per via principale
da parte di qualche regione. Nella speranza che la Corte Costituzionale rilevi
l’incostituzionalità della legge tenendo anche conto dell’aggiramento dei
paletti da essa stessa a suo tempo infruttuosamente posti. D’altro canto pensare
di potere fermare il progetto di legge elettorale in Parlamento è del tutto
illusorio. Certamente, e c’è già nel cosiddetto campo largo che si sta
pensando, è possibile concordare qualche aggiustamento e qualche modifica può
arrivare anche dalle stesse file dei proponenti per turare quei buchi già ora
evidenti. Ma si tratterebbe di un’operazione di puro maquillage o peggio di aggiustamenti che permetterebbero alla legge
di essere ancora più performante nella sua negatività. Il principio per il
quale una legge elettorale dovrebbe trovare un consenso ampio, superando i
confini tra maggioranza e opposizione, ricercando il modo migliore per
assicurare la effettiva rappresentanza, unica base solida su cui può poggiare
la governabilità, sono stati travolti da tempo. E non solo dal centro-destra.
È
dal 1993 che si succedono diverse leggi elettorali, ognuna fatta dalla
maggioranza del momento nella speranza di conservarsi al governo una volta
chiuse le urne, per lo più bocciate o sottoposte a critica dalla Corte Costituzionale
in alcune parti (malgrado che le griglie dei giudizi della Consulta si siano
pericolosamente allargate negli ultimi tempi). Difficile pensare che proprio
ora, con una maggioranza di destra così aggressiva, si possa sperare di
arrivare ad una fruttifera contrattazione. Dovrebbe quindi apparire del tutto
chiaro che la possibilità di fermare il progetto reazionario di rottura
costituzionale delle destre sta fuori dalle aule parlamentari e risiede
principalmente nella combattività e nella partecipazione popolare. L’occasione più prossima per
dimostrarlo è proprio il referendum del 22 e del 23 di marzo. L’esito dello
stesso è contendibile. Anche nei sondaggi si è delineata una linea di tendenza
che ha visto il No, partendo da posizioni
molto sfavorevoli, avvicinarsi sempre di più alla maggioranza dei consensi. La
sua vittoria potrebbe spezzare il disegno della destra. Qui sta il suo alto
significato non solo costituzionale, ma anche politico. In queste ultime tre
settimane scarse che ci separano dal voto è possibile conquistare nuovi
consensi all’abrogazione della legge Meloni-Nordio.
Il suo nocciolo non sta
nella separazione delle carriere, già avvenuta di fatto (meno dell’1% dei
magistrati attualmente passa da pubblico ministero a giudice o viceversa), ma
nell’attacco alla indipendenza e alla autonomia della magistratura, attraverso
la moltiplicazione dei suoi organi di governo (due Csm più un’Alta corte
disciplinare) che in questo modo verrebbero indeboliti. Il metodo di elezione,
l’impresentabile sorteggio - che avverrebbe, per la parte togata, sulla
totalità dei magistrati, mentre, per la parte laica, sulla base di una platea
di sorteggiabili determinata a maggioranza semplice dall’attuale parlamento - è
quello che scardina ogni principio costituzionale in materia di elezione di
organi di governo e che permette così un controllo politico dell’esecutivo
sugli stessi, visto che la parte laica passerebbe comunque in prima istanza
attraverso un filtro che dipende dai rapporti di forza interni al Parlamento.
Ma non si tratta solo di
sottolineare gli elementi di testo e di contesto in cui si colloca la legge
Meloni-Nordio, bisogna anche sottolineare che l’attuale magistratura è spesso
intervenuta a sostegno dei diritti dei più deboli. Lo si è visto e lo si vede
nel caso dei migranti, lo abbiamo sotto gli occhi grazie alla iniziativa della
Procura di Milano nel caso della difesa dei riders
e contro le potenti multinazionali delle consegne a domicilio (come Glovo e
Deliveroo). Solo una magistratura autonoma e indipendente ha la possibilità di
opporsi ai grandi colossi economici e fare da contrappeso a decisioni ingiuste
da parte dell’Esecutivo Se vincesse il Sì seguiranno altre leggi già annunciate
in varie dichiarazioni del ministro della Giustizia e di altri membri di
governo, come, ad esempio, la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, che
limiterebbero ulteriormente l’autonomia della magistratura. Ora il contesto politico e
sociale in cui si colloca il voto del 22-23 marzo si è appesantito di un nuovo
drammatico evento: l’aggressione degli Usa e di Israele nei confronti dell’Iran
che si preannuncia come una guerra senza confini, allargata a tutto il Medio
Oriente e non solo. Già si sentono le richieste di compartecipazione a diversi
livelli della Unione europea in questa folle avventura. E il governo del nostro
paese non ha alcuna intenzione di chiamarsi fuori, schiacciato come è tra un
acritico filoatlantismo e una complicità con la Commissione europea. Come è
noto le basi militari Usa abbondano in Italia e già sono state usate nelle
guerre balcaniche. Impedirlo, sulla base dell’articolo 11 della nostra
Costituzione, è dunque soprattutto compito delle mobilitazioni popolari e delle
forze della ragione intellettuale. Ma esse saranno inevitabilmente sottoposte a
una pesante repressione. I decreti sicurezza servono a questo. La
moltiplicazione delle fattispecie di reato è stata concepita proprio per
stringere le maglie della repressione. Per praticare il rifiuto della guerra
scritto tra i Principi fondamentali della nostra Carta costituzionale, abbiamo
bisogno del contributo di una magistratura, libera, indipendente e autonoma. Per
questo il referendum del 22-23 marzo assume un ‘enorme valenza costituzionale e
un grande significato politico. Quindi un grande No. P S: Per approfondire e scaricare
materiale di propaganda vai su