1)
Obiettivo di una possibile iniziativa quello del rafforzamento dell'opposizione
in Parlamento e nel Paese (nel Paese livello di contrasto basso alla condizione
derivante dal pericolo di guerra e dall'evidente restringimento dei margini di
agibilità democratica all'interno anche nella prospettiva (pensiamo allo
scenario che potrebbe delineare un'eventuale applicazione della formula
elettorale contenuta nel ddl presentato dalla destra); 2) Potrebbe sembrare pleonastico
segnalare i punti di crisi più evidenti. Eppure due temi vanno comunque
sottolineati: a) la questione delle basi militari USA e delle forniture di armi
alle petromonarchie del Golfo; b) la situazione economica che sta
aggravando le condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie in un quadro
di crescita delle disuguaglianze, di lavoro sempre più povero, di ulteriore
abbandono dei settori strategici nell'industria, di riduzione ai minimi termini
del welfare nei campi decisivi della sanità e della scuola. Occuparsi di questi
temi considerandoli prioritari significherebbe tornare a intervenire sulla
materialità delle condizioni popolari dopo fasi di assenza oppure (penso al
M5S) di mera agitazione populistica. Ruolo fondamentale sotto questo aspetto
tocca al Sindacato laddove non può essere sottovalutata la gravità della crisi
e l'inasprimento che se ne profila nel breve periodo. Quanto al punto sulle
basi e sulle forniture di armi inutile aggiungere che i relativi provvedimenti
che dovessero arrivare in Parlamento sarebbero meritevoli di un serio
ostruzionismo; 3) Riassumo quella che
sbrigativamente riassumo come "questione democratica e
costituzionale". Una questione democratica e
costituzionale analizzando la quale ci si trova costretti a misurarsi con un
tema assolutamente decisivo: quello della "politica come comando".
Beninteso non "governo come comando" (in dispregio di una concezione
di raccordo tra verticalità e orizzontalità del potere in un discorso di
equilibrio). L'equilibrio del potere viene accantonato quasi come un orpello
del passato e sostituito da una concezione "comando" che arriva ormai
a concepirlo come "dominio". Sta in questo punto tra l'altro la
diversità tra gli USA (o almeno tra la presidenza Trump e vedremo l'esito
elettorale del midterm) e le declinanti democrazie liberali europee e sta
quindi anche la diversità con la Spagna nella quale il PSOE sta affermando,
dopo tanto tempo, una "diversità socialista". "Diversità
socialista" che ci si dovrebbe augurare trovasse spazio anche nel sistema
politico italiano.
4) Proprio sul tema del
"comando" sta il nucleo di senso della scadenza più ravvicinata e
importante che ci troviamo di fronte, quella relativa al referendum del 22/23
marzo. Chi si illudeva di una "spoliticizzazione" della contesa si
trova di fronte l'amara riprova del "totus politicus" dell'esito di
questa scadenza. Le ultime settimane di campagna referendaria dovranno vedere
il massimo impegno delle forze parlamentari attorno al punto
"politico" inteso nel senso più alto e quindi non riferito
semplicemente al tema degli equilibri elettorali: il senso più alto lo si
ritrova però andando oltre la stessa difesa costituzionale (che pure va portata
avanti con forza). Si tratta proprio del senso dell'agire politico e
dell'agibilità dell'azione politica (in tempi di articolazione nell'uso dei
mezzi di comunicazione di massa, la gran parte ormai in sintonia con la visione
individualistica che percorre questa società nella cui realtà appare difficile
individuare criteri adeguati per realizzare aggregazioni culturali e politiche
di una qualche consistenza. 5) Emergono tanti altri spunti di
intervento e di riflessione ma mi fermo a questo punto ritenendo di essermi
impegnato sull'essenzialità della fase. L'acutezza delle contraddizioni
impedisce la formazione di opinioni "mediane" e, nello specifico
della situazione italiana e del tipo di destra attualmente al governo del
Paese, non consente altra collocazione che quella di una opposizione di tipo
nettamente bipolare. 6) Non ci sono margini per una
eventuale "temperanza" di uno scontro che non può essere ridotto nel
quadro di una semplice prospettiva di alternanza di governo. Un eventuale esito
positivo del referendum ci chiamerà ad aprire un confronto in termini diversi
da quello ipotizzabile fino a qualche mese fa in vista delle politiche 2027.
L'eventuale "campo largo" dovrà essere costruito sicuramente in
funzione difensiva, ma nell'eventualità di un successo elettorale dovrà aprirsi
un discorso su "fase di transizione" e "alternativa".
Sempre che il precipitare della situazione internazionale non azzeri tutto il
discorso e si rendano necessarie azioni finalizzate prioritariamente al
pericolo (o alla realtà') di guerra.