Farfalle nel tempio “Scrivere dopo Auschwitz è un atto di barbarie”, scriveva Theodor
W. Adorno e non aveva ancora visto la insopportabile crudeltà espressa dai
discendenti delle vittime di Auschwitz nei confronti delle popolazioni di Gaze
e della Cisgiordania, come se il dolore procurato infettasse le vittime che se
ne devono liberare scaricandolo su altre vittime. Poi, è arrivato Paul Celan a
confutare Adorno, sostenendo la necessità di tenere viva la lacerazione della
memoria, e ha scritto un dolore così potente da spezzare i muri del silenzio.
Né Adorno né Celan potevano immaginare il martirio della Palestina, del Rojava,
del Congo, del Sudan e altri ancora, e neanche la volgarità esaltata come
strategia politica ma, noi che siamo venuti dopo di loro e dopo la Seconda Guerra
Mondiale, noi che questo tempo stiamo vivendo, ci troviamo spesso a pensare con
Adorno, che il tempo della poesia sia definitivamente finito, che la bellezza e
le parole non possano più avere un senso autentico d’amore e di civiltà. La
questione rimane viva e palpitante, anche se non ci sono né Adorno né Celan, e
smuove le coscienze. Siamo ancora umani o siamo prodotti di scarto, eccedenze
di mercato. La poesia e la bellezza possono ancora visitare il nostro tempo?
Esiste il tempo delle farfalle? Possono le loro ali delicate e cangianti
riverberare nella sensibilità di noi contemporanei assordati dalla tv, dai
social e sconfitti dall’IA? Antonio Ricci in Farfalle nel Tempio (80
pagine, euro 13, edizioni La vita felice) ci crede e ci offre 80 liriche
accompagnate da disegni di artisti in sintonia con i testi. Il libro, in
preziosa carta avoriata ottenuta da pura cellulosa e cartoncini riciclati, è
diviso in due parti, nella prima, come scrive nella prefazione Giovanni
Ribaldone, “ci “troviamo sensazioni ed emozioni umane che tutti possiamo
provare in particolari momenti della nostra vita o in certe situazioni” quando
“al buio delle stelle, i suoni ascoltano il silenzio della luna” o quando
“Tolgo la pelle al mio dolore” e “Le parole, in punta di piedi, cuciono la luce
dentro le palpebre chiuse”. Anche Antonio, almeno mi pare, dubita del poetare
quando scrive,” La poesia desidera la bellezza delle parole”, un desiderare che
non può evitare perché “è il rigagnolo nel sangue vivo/del corpo, è il gancio
nella carne. È licenziosità della/libertà”. Dubita forse ma non può farne a
meno, il poeta ha bisogno della bellezza per non sfiorire e dissolversi in
polvere. Per Ricci poi, le parole “invitano nel rumore al rifugio del suono e,
nella mancanza, fluiscono nel carsico ignoto delle acque”, non a caso è anche
musicista e suona nella mitica “banda degli ottoni” che ormai conosce anche chi
non è milanese per quella gioia di suoni e di esistenza che porta nei cortei e
nelle cerimonie di protesta. Non per nulla questa è una raccolta di poesie che
non dimentica il tempo della sofferenza e della lotta contro la guerra, i
femminicidi, le morti sul lavoro e “Il grido di Gaza soverchia la
barbara/incontinenza di militari in esercitazioni/per un genocidio”.