Pagine

domenica 15 marzo 2026

SCAFFALI
di Rosella Simone 




Farfalle nel tempio
 
Scrivere dopo Auschwitz è un atto di barbarie”, scriveva Theodor W. Adorno e non aveva ancora visto la insopportabile crudeltà espressa dai discendenti delle vittime di Auschwitz nei confronti delle popolazioni di Gaze e della Cisgiordania, come se il dolore procurato infettasse le vittime che se ne devono liberare scaricandolo su altre vittime. Poi, è arrivato Paul Celan a confutare Adorno, sostenendo la necessità di tenere viva la lacerazione della memoria, e ha scritto un dolore così potente da spezzare i muri del silenzio. Né Adorno né Celan potevano immaginare il martirio della Palestina, del Rojava, del Congo, del Sudan e altri ancora, e neanche la volgarità esaltata come strategia politica ma, noi che siamo venuti dopo di loro e dopo la Seconda Guerra Mondiale, noi che questo tempo stiamo vivendo, ci troviamo spesso a pensare con Adorno, che il tempo della poesia sia definitivamente finito, che la bellezza e le parole non possano più avere un senso autentico d’amore e di civiltà. La questione rimane viva e palpitante, anche se non ci sono né Adorno né Celan, e smuove le coscienze. Siamo ancora umani o siamo prodotti di scarto, eccedenze di mercato. La poesia e la bellezza possono ancora visitare il nostro tempo? Esiste il tempo delle farfalle? Possono le loro ali delicate e cangianti riverberare nella sensibilità di noi contemporanei assordati dalla tv, dai social e sconfitti dall’IA? Antonio Ricci in Farfalle nel Tempio (80 pagine, euro 13, edizioni La vita felice) ci crede e ci offre 80 liriche accompagnate da disegni di artisti in sintonia con i testi. Il libro, in preziosa carta avoriata ottenuta da pura cellulosa e cartoncini riciclati, è diviso in due parti, nella prima, come scrive nella prefazione Giovanni Ribaldone, “ci “troviamo sensazioni ed emozioni umane che tutti possiamo provare in particolari momenti della nostra vita o in certe situazioni” quando “al buio delle stelle, i suoni ascoltano il silenzio della luna” o quando “Tolgo la pelle al mio dolore” e “Le parole, in punta di piedi, cuciono la luce dentro le palpebre chiuse”. Anche Antonio, almeno mi pare, dubita del poetare quando scrive,” La poesia desidera la bellezza delle parole”, un desiderare che non può evitare perché “è il rigagnolo nel sangue vivo/del corpo, è il gancio nella carne. È licenziosità della/libertà”. Dubita forse ma non può farne a meno, il poeta ha bisogno della bellezza per non sfiorire e dissolversi in polvere. Per Ricci poi, le parole “invitano nel rumore al rifugio del suono e, nella mancanza, fluiscono nel carsico ignoto delle acque”, non a caso è anche musicista e suona nella mitica “banda degli ottoni” che ormai conosce anche chi non è milanese per quella gioia di suoni e di esistenza che porta nei cortei e nelle cerimonie di protesta. Non per nulla questa è una raccolta di poesie che non dimentica il tempo della sofferenza e della lotta contro la guerra, i femminicidi, le morti sul lavoro e “Il grido di Gaza soverchia la barbara/incontinenza di militari in esercitazioni/per un genocidio”.