Tante sono
le ragioni per essere contenti. Si riassumono in una: il responso referendario
ha messo una barriera invalicabile ai tentativi di manomettere la Costituzione.
I governi futuri sono avvertiti: l’ingegneria costituzionale non è lo strumento
opportuno per risolvere le difficoltà politiche. E a rendere efficiente la
giustizia bastano leggi ordinarie. Ora, per qualche giorno è giusto che ci
godiamo tutti il balsamo del successo referendario. Ma non possiamo mettere da
parte le preoccupazioni per il futuro. La vittoria splendente del No può creare
illusioni sulle prossime elezioni politiche. La massa variopinta delle diverse
opinioni che si sono saldate nel No referendario non è affatto detto che
rimanga compatta nel sostegno all’opposizione attuale quando si voterà. Questa
stessa opposizione farebbe un errore fatale se pensasse che il No è stato un
voto tutto a suo favore. Il voto a favore della Costituzione non può essere
equivocato. L’esperienza del volantinaggio in strade, piazze, sedi
universitarie fa testo. Se una domanda ci veniva rivolta era questa: quale
partito firma il tuo volantino? Chi ti ha mandato qui? La diffidenza palpabile
si scioglieva in un sorriso di fronte alla firma delle associazioni
responsabili. I giovani che hanno espresso un No trascinante non è affatto
sicuro che vogliano votare per partiti di cui non si fidano. La Costituzione
invoca protezione, i partiti generano diffidenza. Lo sappiano, ne tengano
conto. Non possono pensare che con qualche artificio di alleanza tra i gruppi
esistenti tutto è risolto. Né la gara delle primarie sana tutti i deficit che
appesantiscono la credibilità di alleanze sull’orlo perenne del litigio. Non si
può prescindere dai partiti ma è bene che questi sappiano che gli elettori
pretendono da loro soprattutto l’unità e la saldezza della coalizione. Questa
deve saper diventare e mantenersi come maggioranza parlamentare. E il risultato
non è solo affare loro, è affare di tutti. Nessuno vuole annullare la feconda
diversità delle culture politiche, ma il pluralismo non deve diventare materia
di separazione. Tutti liberi di pensare secondo il proprio orientamento ma
tutti vincolati all’azione della maggioranza parlamentare. Qui per brevità si
dà per scontato che sui temi economico-sociali si possa definire un programma
di governo comune, per soddisfare l’attesa pluriennale di scelte serie su
lavoro, sanità, istruzione, ambiente, attività produttive (e cancelliamo
l’osceno “made in Italy” dal logo delministero!). Invece il punto controverso è la politica estera. Una
coalizione di governo non può esistere senza una politica estera. E la
situazione internazionale sembra fatta apposta per metterla alla prova. La
scelta per la pace non deve produrre effetti divisivi. Si è liberi di pensare
in termini gandhiani ma si deve operare sulla base di un punto di vista
europeo. Il
vincolo europeo è decisivo e deve essere adottato senza incertezze. Ciò
significa che se gli USA accentueranno il loro disimpegno nella difesa europea,
l’Europa dovrà affrontare il problema da sola e non potrà pensare di difendere il
proprio spazio, che comprende l’Ucraina, solo con la cultura (tentazione
diffusa nei ceti intellettuali). Se in nome della pace si accetta il rischio di
far cadere la futura maggioranza parlamentare alla prima occasione in cui la
difesa europea sarà messa alla prova allora è inutile impegnarsi a costruirla.
Si sappia però che allora la pulsione sovranista farà venir meno l’Europa
stessa. Nell’anno che viene abbiamo di fronte un intenso lavoro culturale per convincere
in profondità i partiti a divenire ciò che suggerisce la Costituzione con
l’articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in
partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica
nazionale”.