Figure del tempo sospeso (Il Verri Edizioni pagine 146 euro 12) di Pancrazio
Luisi, è davvero un ottimo libro di narrazioni. Luisi è più noto come acuto
critico letterario e come poeta, ma qui si tratta di prosa e non di versi,
anche se ogni prosatore è consapevole di far germinare altrettanta poesia dalla
sua prosa. E questo libro lo dimostra. Doveva averla incubata a lungo Luisi
tutta questa materia; doveva essersi così prepotentemente rappresa nella
memoria restandovi viva e vivida, per avercela potuto restituire in maniera
così precisa, pulita, levigata. Diviso in sei sezioni (un Prologo, una Parte
prima intitolata “La fortezza abbandonata”, una Parte seconda sotto il titolo
“Teatro Sociale”, una Parte terza compresa sotto la dicitura “Il treno in
corsa”, e due intermezzi: un Primo intermezzo “Quadrante sud-est” e un Secondo
intermezzo “Confessioni di lungodegenti”), il volume ci conduce, attraverso
brani narrativi dalla lunghezza nel complesso molto brevi – quasi una prosa per
frammenti – ma sempre con una compiutezza perfetta e che le basta, lungo un
arco temporale che va dalla esperienza adolescenziale dell’autore fino ad
un’età più che matura. Il lettore può facilmente immaginare quanti eventi e
quante vite si concentrino in questi 123 brani che compongono il libro. Si
tratta di un lungo “viaggio” memoriale e, aggiungerei, sapienziale, che prende
avvio dalla terra madre (Tricarico), per poi approdare nella Milano
post-bellica, fondamentalmente, ma con “diramazioni” geografiche supplementari.
L’adolescente osserva con uno sguardo prensile e una adesione sentimentale di
forte consapevolezza, come sanno fare i veri scrittori. Ciò che ci restituisce
lo sentiamo vero perché gli è appartenuto. È un mondo per molti versi
definitivamente scomparso; un mondo duro fatto di fatica contadina e artigiana;
di povere case spesso senza acqua e senza latrina, con “bassi” ad un unico
locale a piano strada poco illuminati, dove convivevano famiglie numerose e non
di rado in promiscuità con animali domestici. Un mondo affollato di relazioni e
da personaggi fra i più singolari, con al centro la strada, lo slargo esterno
come punto di ritrovo per le donne, gli anziani, i ragazzini. Vitale,
scanzonato, solidale, rimasto umano e dispensatore di una felicità minuta,
semplice, spoglia, pur se pervaso da tante contraddizioni. Dalla culla alla
morte in una spontanea condivisione: “La bara aperta nel mezzo della stanza e
le donne in nero intorno al morto sbarbato di fresco. Per lo più anziane si
alternavano nel lamento funebre ora per voce sola ora in coro. Si poteva
pensare che avessero il compito di lenire la pena non certo del morto ma di
quelli che restavano in scena”. È il brano numero 5 della Prima sezione.
Leggiamo il brano numero 13, è composto da quattro righi ed è la rappresentazione
di un “quadro” realizzato con poche pennellate: “La porta d’ingresso dava
direttamente sulla strada. Una mattina il sole sul finire dell’inverno tirò un
battente per uscire; sulla soglia stava delicatamente eretta una sofficissima
coltre di neve alta più di un metro”. Il brano 23 annuncia l’addio: ci sarà l’ultimo
raccolto e poi la partenza verso il Nord. La terra dell’uomo che ha deciso di
partire con tutta la famiglia non era così avara: “(…) qui non ti mancava
niente qui mica fai la fame” gli dissero gli altri lavoranti. Ma lui diede una
risposta che ai loro orecchi suonò come un insulto: “non si vive di solo pane”.
Pancrazio Luisi
Quel mondo sarà sostituito da un altro, più vasto e lontano
un migliaio di chilometri. Un mondo diverso, uscito dal disastro della guerra e
che si sta ricostruendo. È al limite quel mondo, sospeso in una periferia che
guarda alla campagna: Riva di Trento, Piazza Angilberto, Piazza Bonomelli, Via
Romilli, Via Mincio, Via Oglio, Via Brenta, Via Ortles, Via San Dionigi, il
Gasometro, Chiaravalle. È qui e in altre zone periferiche che si ammasseranno i
migranti meridionali dagli anni Cinquanta in poi, e saranno altri “teatri
sociali”, altre lotte per il mutamento della propria condizione. Le case di
ringhiera, i condomìni, le regole di convivenza, le fabbriche, gli uffici, le
lotte, la presa di coscienza, lo studio, il boom economico, e più avanti i
primi morti in piazza, lo scontro politico, i movimenti, l’internazionalismo. È
il tempo della crisi di Cuba, dei missili che hanno portato il mondo sull’orlo
dell’incubo nucleare, e della morte di Giovanni Ardizzone: “Qualche giorno dopo
nel corso di una manifestazione moriva schiacciato da una jeep della polizia un
giovane studente in Piazza del Duomo” (è il brano 3 della Parte terza di pagina
64). Irraccontabile senza soffermarsi ad ogni singolo brano, vi
basti sapere che lemme lemme Luisi vi porterà fino ai giorni nostri. Scoprirete
idee molto familiari: “(…) non resta che speculare sulla paura e investire in
sicurezza”, ma anche elementi più personali, più esistenziali. “Talora l’assaliva
un sospetto un timore che le cose migliori fossero quelle non scritte che
diceva a se stesso di notte. E che se di giorno diceva svanite sono con i sogni
qualche ragione l’avranno di preferire una vita così breve di evitare del
foglio il nitore” (pagina 120). Fra i più angoscianti il brano di pagina 140 con
quella badante che parla e parla senza sosta al telefono come se
avesse difronte una personaviva, ma non rivolge nessuna attenzione
all’anziana badata che se ne sta silenziosa e ubbidisce come un
automa. E il brano della pagina successiva, la 141, in un dialogo familiare
apparentemente scontato e dalla chiusa meravigliosamente spiazzante: “Di
ritorno da quell’incontro con il grande poeta la moglie gli chiese: e allora è
stato interessante? Avete parlato di poesia di arte di libri? Lui le rispose
che sì era stato interessante che avevano passato tutto il pomeriggio a
chiacchierare ma non di letteratura. “E di cosa avete parlato allora?” “Ma
abbiamo parlato di gatti e di piante” “Tutto qui?” “Ah no abbiamo parlato anche
del gufo e della civetta”.