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giovedì 30 aprile 2026

“INTERNAZIONALE” PER IL PRIMO MAGGIO
di Zaccaria Gallo
 


Sempre, dagli anni del Ginnasio e poi del Liceo e dell’Università, quel canto, quella musica, ha trasmesso un’emozione intensissima. Passavano fazzoletti rossi e garofani scarlatti, sulle giacche, nei taschini, fra le mani e le bandiere, avanti e nel mezzo del corteo, quasi danzando al suono della banda. Primo Maggio e i visi dei lavoratori della mia città! In seguito, con l’avanzare degli anni e dell’impegno politico, altra musica e altri canti intonammo: “Bella ciao”, “Bandiera Rossa”. Ma, l’Internazionale sempre faceva battere forte il cuore. In ogni occasione. Anche al cinema, in alcuni film che, per questa colonna sonora, sono rimasti icone nella mente e anima. Anche ora che su queste pagine vado a ricordarli. “Compagni, avanti il Gran Partito / noi siam dei lavoratori. / Rosso un fiore in noi è fiorito/ una fede ci è nata in cuor./ Noi non siamo più nell’officina, / entro terra, nei campi, al mar, / la plebe sempre all’opra china / senza ideal in cui sperar. / Su lottiam! L’Ideale nostro alfine sarà, / l’Internazionale, futura umanità! …”. Ecco, sono i primi versi della traduzione italiana, seppure infedele, del canto originale composto nel 1871 da Eugène Pottier, operaio e poeta anarchico per celebrare La Comune di Parigi di cui era stato combattente. 


Eugène Pottier

A musicarlo sarà chiamato anni dopo Pierre Degeyter iscritto al Partito Operaio Francese. Al secondo Congresso dei Soviet russi che sancì la Rivoluzione d’Ottobre, fu cantata: i delegati degli operai, dei soldati e dei contadini si resero conto, in quel momento, di quello che stavano vivendo e costruendo. Cadeva il Palazzo d’inverno, gli oratori invocavano l’unione di tutti i lavoratori del mondo in un progetto rivoluzionario. Era presente, quella sera, a Pietroburgo, John Reed, giornalista americano che così testimoniò quei momenti: “Improvvisamente, su impulso generale, ci siamo ritrovati tutti in piedi, riprendendo le note entusiasmanti dell’Internazionale. Un vecchio soldato dai capelli grigi piangeva come un bambino. Alexandra Kollontaij batteva rapidamente le palpebre per non piangere. La potente armonia si diffuse nella stanza, perforando finestre e porte e salendo in alto nel cielo”.


Pierre Degeyter


Sergej Fedorovic Bondarcuk immortala questa scena nel film “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Franco Nero interpreta John Reed, appunto il giornalista americano, che aveva deciso di essere in Russia assieme a Luisa Braiant (Sidne Rome) e che assiste alla scena indimenticabile della massa dei lavoratori mentre scendono in strada e al canto dell’Internazionale si dirigono verso il Palazzo d’Inverno. Un tram va incontro a questa “fiumana di lavoratori” e l’autista del mezzo pubblico sgrana gli occhi di fronte a quello che gli sta sbarrando la strada. Dovrà fermare il tram: la scena che lo stordisce, infatti, sta cambiando la strada della Storia. Non a caso ho utilizzato il termine “Fiumana”, perché questa immagine mi fa tornare in mente l’altra fiumana di lavoratori, dipinta da Giuseppe Pellizza da Volpedo e che con il titolo “Il Quarto Stato” tutti noi conosciamo per averla vista almeno una volta nella nostra vita (io, senza fiato, alla galleria di Arte moderna di Milano, molto tempo fa). Il soggetto è una rivolta operaia nella Piazza Malaspina di Volpedo, in provincia di Alessandria. È l’avanzare verso di noi, che guardiamo la grande tela, della stessa fame, della stessa richiesta di riconoscimento dei diritti dei lavoratori di ogni parte della terra, che abbiamo visto nella scena di Pietroburgo. Ci sembra di ascoltare, nel sottofondo, l’unico canto attendibile che possa accompagnare l’immagine dei due uomini e della donna che, a piedi nudi, un bambino in braccio e in primo piano, invita con eloquente gesto la massa dei lavoratori che sono alle sue spalle a seguirla. Tutti i contadini compiono gesti molto naturali, mentre camminano inondati dalla luce del sole, come i due uomini in primo piano. Quello al centro, vero protagonista che guida il corteo, appare come un uomo sulla trentina d’anni, fiero, con una mano alla cintola dei pantaloni e con l’altra a reggere la giacca appoggiata sulla spalla; e l’altro, vicino a lui, sulla sua destra, pensoso, con la giacca lasciata appendere dalla spalla sinistra. Dice Pellizza a commento: “Col fatto reale dell’avanzarsi di una massa di uomini del lavoro io tento simboleggiare il grande cammino che essi vanno compiendo…”. Il loro cammino è una lotta di classe. 



Pellizza riuscirà a vedere la sua opera presentata in una mostra, solo una volta a Roma, nel 1907, anche perché si suicida il 14 giugno dello stesso anno. La tela, da quel momento, rimane chiusa in un deposito, per poi risorgere negli anni cinquanta, diventando una vera icona della lotta dei lavoratori contro i padroni sfruttatori e tanto famosa da approdare al cinema diventando il manifesto del capolavoro di Bernardo Bertolucci “Novecento”. Nell’epilogo del primo atto del film, Anita precede per le strade silenziose e deserte di Parma un carretto, trainato dai buoi e guidato da Olmo, con al seguito alcune donne disperate. Sul carretto ci sono i cadaveri carbonizzati di quattro braccianti, rimasti vittime di un incendio appiccato dai fascisti alla Casa del Popolo. Anita e Olmo gridano e chiamano a voce alta i cittadini ad aprire le finestre, a gridare con loro lo sdegno e il dolore per il misfatto, a non essere indifferenti. Ma quando giungono nella grande Piazza della città emiliana, lo sconforto assale Anita, che non si dà pace per dover constatare di essere stati lasciati soli e con il presentimento anche della loro fine. Dirà sconsolata al suo compagno: “Ci uccideranno tutti! Tutti!”. Olmo l’abbraccia e mentre tenta di consolarla, si sospende un attimo e, poi, con il volto che si accende di speranza, dice ad Anita: “No, aspetta, guarda… ascolta”: ed ecco che compare, in fondo, una banda: intona l’Internazionale, sbuca dai portici sul selciato della piazza, seguita da una folla interminabile di lavoratori scesi dietro i loro compagni morti. È un funerale, ma anche l’inizio della Resistenza! Altro film, altra sequenza indelebile, legata a quel canto, altro sanguinoso episodio della Storia Italiana. Lo possiamo leggere direttamente su un cippo marmoreo: “1° maggio 1947 qui celebrando la festa del lavoro e la vittoria del 20 aprile su uomini donne e bambini si abbatte il piombo della mafia e degli agrari per stroncare la lotta dei contadini contro il feudo



Francesco Rosi dirige il film “Salvatore Giuliano” e ci mostra Giacomo Schirò, un calzolaio di Sangiuseppe Iato, che inizia il suo discorso celebrativo del Primo Maggio del ’47, contrassegnato dagli scioperi e dalle lotte per la terra in Sicilia. Nella grande Piana degli Albanesi di Portella della Ginestra, una massa di lavoratori, con mille bandiere e al canto dell’Internazionale, si è radunata: sono gli umili del mondo, con le loro donne e i loro bambini. Hanno sfilato e hanno cantato e ora in silenzio ascoltano le parole che vengono pronunciate dal palco. Un discorso che sarà interrotto dal crepitio dei mitra del bandito Giuliano, assoldato dalla mafia e da un potere politico economico, da sempre ostile al mondo proletario. 



Quel canto, oggi, tuttavia, sopravvive nel ricordo degli otto lavoratori e dei tre bambini morti su quel prato e di quei ventisette feriti alcuni dei quali persero la vita nei giorni successivi alla strage. A loro fu negata la gioia di far festa il primo di Maggio. E infine, ho un altro ricordo, contenuto in un altro film, da condividere con i lettori del mio scritto. Giuseppe De Santis nel 1964 dirige “Italiani brava gente”, un film ambientato in Russia, quando i soldati italiani furono inviati lì a combattere in appoggio ai soldati tedeschi. Raffaele Pisu e Riccardo Cucciolla sono due di loro: Giuseppe Sanna un muratore idealista di Cerignola e Loris, un contadino romagnolo. La sequenza, che ci lascia con un senso di profonda amarezza, ma anche di consapevolezza e che si svolge nel corso del film, è quella più carica di emozione. I soldati italiani, in marcia, incontrano un reparto di soldati della Wermacht, che trasporta dei civili russi prigionieri: donne, ragazzi e ragazze, uomini giovani e anziani. 



Uno dei soldati tedeschi scherza con gli italiani e per dimostrare l’irrisione nei confronti dei prigionieri russi, li minaccia con il mitra e li sfida a dimostrare il loro coraggio intonando l’ Internazionale. Dopo un primo momento di paura e disorientamento delle donne e dei ragazzi, che non riescono a decidere sul da farsi, dalla folla seduta per terra si alza un contadino russo e con grande dignità intona i primi versi cantati dell’Internazionale. Scena potente, perché unisce alla dimostrazione dell’orgoglio nazionale russo, l’idea del comunismo e lo sbalordimento dei militari italiani, lavoratori mandati a morire contro altri lavoratori come loro. Basta guardare le inquadrature sui visi dei soldati italiani e sentire con emozione che in quel momento hanno capito! 



Non si può a questo punto, dimenticare che esiste una traduzione del testo dell’Internazionale di Franco Fortini, e in onore ai partigiani e alle partigiane d’Italia (e del mondo) con alcuni di questi versi mi pare giusto concludere questo mio contributo al Primo Maggio. “Noi siamo gli ultimi del mondo. / Ma questo mondo non ci avrà. / Noi lo distruggeremo a fondo. / Spezzeremo la società. / Nelle fabbriche il capitale / come macchine ci usò. / Nelle scuole la morale / di chi comanda ci insegnò. / Questo pugno che sale, / questo canto che va, / è l’Internazionale / un’altra umanità. / Questa lotta che uguale / l’uomo all’uomo farà, / è l’Internazionale. / Fu vinta e vincerà!.