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lunedì 13 aprile 2026

LA FAMIGLIA CHE VIVE NEL BOSCO
di Antonio Vox
 


La questione della “famiglia del bosco”, dopo un breve fuoco di paglia mediatico, è scomparsa dalle cronache. Evidentemente non interessa più a nessuno, visto che tutti i media sembrano coinvolti nelle vicende internazionali di guerra dove la piccola Italia non ha voce in capitolo.
Eppure quella vicenda della famiglia è la spia di un disagio sociale diffuso di cui il sistema politico, già indaffarato in campagna elettorale, non si vuole occupare. Eppure in quella vicenda ci sono delle vittime.
Sul “Gazzettino di Gela” del 6 aprile è apparso un breve ma significativo articolo di Grazio Trufolo, Segretario Nazionale del PLI (Partito Liberale Italiano) così sintetizzato nell’incipit: “L’allontanamento dalla famiglia deve essere una misura da usare solo in casi estremi”.
Il Segretario così si esprime nel corpo dell’articolo: “i figli minorenni possono essere allontanati dal proprio nucleo familiare esclusivamente in presenza accertata di violenza o grave pericolo per la loro incolumità fisica e psicologica”. Sembra una banalità tanto il concetto appare radicato nella società: il nucleo familiare è il granulo più piccolo ma essenziale ed esistenziale di ogni comunità civile. Eppure, è successo proprio il contrario. 
Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, nel Novembre 2025, ha disposto, per una famiglia che viveva nel bosco di Palmoli (CH), la sospensione della responsabilità genitoriale di entrambi i genitori. I tre figli, minori, sono stati affidati, accompagnati dalla madre, ai servizi sociali.
Le motivazioni? Eccole: Le condizioni di vita dei minori ritenute fragili e inadeguate, tra cui la mancanza di scolarizzazione e di assistenza pediatrica; oltre che di una adeguata socializzazione. Il tutto con la formula usuale del “superiore interesse dei minori”, una bambina di 8 anni e due gemelli di 6. Basterebbe fare un giro per l’Italia per sospendere la responsabilità genitoriale ad una caterva di famiglie italiane “costrette”, da disagi economici ed esclusione sociale, ad una vita di stenti.
La domanda è, dunque: quelle carenze non avrebbero potuto essere risolte senza la sospensione della responsabilità genitoriale? Senza penalizzare il nucleo familiare?  La questione, però, si complica: nel marzo 2026, il Tribunale dispone l’allontanamento della madre dai figli, per comportamenti non collaborativi.
La domanda è, dunque: di quale collaborazione si tratta? O si tratta di differenti visioni sulla “gestione dei figli?”.



Nell’Aprile 2026, alcuni esperti hanno depositato una relazione al Tribunale parlando di traumi per i bambini e invocando il ripristino del nucleo familiare. Per intanto, i bambini hanno trascorso la Pasqua senza i genitori.
Non si vuol qui entrare in questioni giudiziarie o di valutazione sociale sia perché si entrerebbe in un ginepraio di norme e sensazioni, di procedure e convincimenti, di burocrazia e senso della libertà, di presunzione d’esperti e tradizioni; sia perché è appagante godere di un rifiuto strutturale dei dibattiti di facile radicalizzazione e senza costrutto.
Qui ci si deve chiedere fin dove può arrivare l’invadenza dello Stato nel sospendere il ruolo del genitore e quella della assistenza sociale, nel surrogare tale ruolo. Non è questione di giurisprudenza nella quale si è dichiaratamente ignoranti; è questione di visione di vita e di cultura.
Lo Stato dovrebbe risolvere, senza peraltro generare drammi, ansie e frustrazioni, situazioni che non rispettino la obbligatorietà scolastica e un adeguato regime igienico sanitario; l’assistenza sociale dovrebbe supportare, senza pretendere di surrogare il ruolo genitoriale, individui, famiglie e comunità in situazioni di disagio, emarginazione e bisogno.
Arrivare a disgregare una famiglia è questione di tutt’altra natura.
Pertanto, è facile concordare con il citato Trufolo quando sostiene che  questa è una misura da applicare solo in casi estremi.
Nel caso in esame, non sembra che si sia operato con giudizio ed equilibrio.
Sembra, invece, che abbia influito una visione soggettiva di carattere totalitario, basata su tesi dottrinali che hanno il difetto di essere solo tesi figlie di una visione della vita, forse tecnica ma certamente soggettiva.
Ora, se il minore è bene che cresca in spazi e in ambienti che “garantiscano sviluppo, socializzazione, salute e integrità della propria identità”; allora lo Stato civile e l’Assistenza Sociale hanno il dovere di costruire questi spazi per accogliere i minori ma non certo per escludere i genitori, in generale gli adulti. Quegli spazi non sono aridi; sono spazi umani prima che tecnici; quegli spazi costruiscono le identità; in quegli spazi convivono tutte le età; e sono queste che costituiscono la ricchezza dello spazio e il virtuoso procedere della maturità. Infatti, il dilagante riduzionismo del XII secolo che esalta il tecnicismo, (quell’approccio metodologico e filosofico che mira a comprendere sistemi complessi scomponendoli nelle loro componenti più elementari, basandosi sull'idea che il “tutto” sia la somma delle sue parti) crede di poter scomporre la vita a piacimento della dottrina in voga. Poi, però, non riesce più a ricomporre il sistema integrato. Così non si fa scienza ma si perde di certo la visione olistica. La famiglia è un sistema olistico integrato.
Ora, la professionalità del Giudice, dell’Assistente Sociale o di chi costruisce dottrine è, per definizione, tecnica, specialistica; difficilmente olistica.
Ecco che si rientra nelle domande già fatte: dove deve fermarsi la invadenza dello Stato? Dove si esaurisce il ruolo dello Stato? È questa invadenza che crea disagi e frustrazione, sentimenti anti sistema e conflitti sociali, minacce via social, lotta di partiti: caos labirintico senza uscite. È questa invadenza che compagina le carte e genera dibattiti surreali come quello che tratta di chi siano i figli: dello Stato o della famiglia?
Sembra proprio che la famiglia che vive nel bosco, fra le tante famiglie italiane disagiate, abbia vinto un premio speciale. La Natura propone una netta soluzione: equilibrio, che si controlla non generando inutili tensioni. La cultura di cui siamo portatori non contempla l’annichilimento della famiglia.