La
questione della “famiglia del bosco”, dopo un breve fuoco di paglia
mediatico, è scomparsa dalle cronache. Evidentemente non interessa più a
nessuno, visto che tutti i media sembrano coinvolti nelle vicende
internazionali di guerra dove la piccola Italia non ha voce in capitolo. Eppure quella vicenda della
famiglia è la spia di un disagio sociale diffuso di cui il sistema politico,
già indaffarato in campagna elettorale, non si vuole occupare. Eppure in
quella vicenda ci sono delle vittime. Sul “Gazzettino di Gela” del
6 aprile è apparso un breve ma significativo articolo di Grazio Trufolo,
Segretario Nazionale del PLI (Partito Liberale Italiano) così
sintetizzato nell’incipit: “L’allontanamento dalla famiglia deve essere una
misura da usare solo in casi estremi”. Il Segretario così si esprime nel
corpo dell’articolo: “i figli minorenni possono essere allontanati dal
proprio nucleo familiare esclusivamente in presenza accertata di violenza o
grave pericolo per la loro incolumità fisica e psicologica”. Sembra una
banalità tanto il concetto appare radicato nella società: il nucleo
familiare è il granulo più piccolo ma essenziale ed esistenziale di
ogni comunità civile. Eppure, è successo proprio il contrario. Il Tribunale per i
Minorenni dell’Aquila, nel Novembre 2025, ha disposto, per una famiglia
che viveva nel bosco di Palmoli (CH), la sospensione della
responsabilità genitoriale di entrambi i genitori. I tre figli, minori,
sono stati affidati, accompagnati dalla madre, ai servizi sociali. Le motivazioni? Eccole: Le
condizioni di vita dei minori ritenute fragili e inadeguate, tra cui la
mancanza di scolarizzazione e di assistenza pediatrica; oltre che di una
adeguata socializzazione. Il tutto con la formula usuale del “superiore
interesse dei minori”, una bambina di 8 anni e due gemelli di 6. Basterebbe
fare un giro per l’Italia per sospendere la responsabilità genitoriale ad una caterva
di famiglie italiane “costrette”, da disagi economici ed esclusione
sociale, ad una vita di stenti. La domanda è, dunque:
quelle carenze non avrebbero potuto essere risolte senza la sospensione della
responsabilità genitoriale? Senza penalizzare il nucleo familiare?La questione, però, si complica: nel marzo
2026, il Tribunale dispone l’allontanamento della madre dai figli, per comportamenti
non collaborativi. La domanda è, dunque: di quale
collaborazione si tratta? O si tratta di differenti visioni sulla “gestione
dei figli?”.
Nell’Aprile 2026, alcuni esperti
hanno depositato una relazione al Tribunale parlando di traumi per i bambini e
invocando il ripristino del nucleo familiare. Per intanto, i
bambini hanno trascorso la Pasqua senza i genitori. Non si vuol qui entrare in questioni
giudiziarie o di valutazione sociale sia perché si entrerebbe in un
ginepraio di norme e sensazioni, di procedure e convincimenti, di burocrazia e
senso della libertà, di presunzione d’esperti e tradizioni; sia perché è
appagante godere di un rifiuto strutturale dei dibattiti di facile radicalizzazione
e senza costrutto. Qui ci si deve chiedere fin
dove può arrivare l’invadenza dello Stato nel sospendere il ruolo
del genitore e quella della assistenza sociale, nel surrogare tale
ruolo. Non è questione di giurisprudenza nella quale si è
dichiaratamente ignoranti; è questione di visione di vita e di cultura. Lo Stato dovrebbe
risolvere, senza peraltro generare drammi, ansie e frustrazioni, situazioni che
non rispettino la obbligatorietà scolastica e un adeguato regime
igienico sanitario; l’assistenza sociale dovrebbe supportare,
senza pretendere di surrogare il ruolo genitoriale, individui, famiglie e
comunità in situazioni di disagio, emarginazione e bisogno. Arrivare a disgregare una
famiglia è questione di tutt’altra natura. Pertanto, è facile concordare con
il citato Trufolo quando sostiene che questa è una misura da applicare solo in casi
estremi. Nel caso in esame, non sembra che
si sia operato con giudizio ed equilibrio. Sembra, invece, che abbia
influito una visione soggettiva di carattere totalitario, basata su tesi
dottrinali che hanno il difetto di essere solo tesi figlie di una visione
della vita, forse tecnica ma certamente soggettiva. Ora, se il minore è bene che
cresca in spazi e in ambienti che “garantiscano sviluppo,
socializzazione, salute e integrità della propria identità”; allora lo
Stato civile e l’Assistenza Sociale hanno il dovere di costruire questi
spazi per accogliere i minori ma non certo per escludere i genitori,
in generale gli adulti. Quegli spazi non sono aridi; sono spazi umani prima che
tecnici; quegli spazi costruiscono le identità; in quegli spazi convivono tutte
le età; e sono queste che costituiscono la ricchezza dello spazio e il virtuoso
procedere della maturità. Infatti, il dilagante riduzionismo del XII secolo
che esalta il tecnicismo, (quell’approccio metodologico e filosofico che
mira a comprendere sistemi complessi scomponendoli nelle loro componenti più
elementari, basandosi sull'idea che il “tutto” sia la somma delle sue
parti) crede di poter scomporre la vita a piacimento della dottrina in
voga. Poi, però, non riesce più a ricomporre il sistema integrato. Così non si
fa scienza ma si perde di certo la visione olistica. La famiglia è un
sistema olistico integrato. Ora, la professionalità
del Giudice, dell’Assistente Sociale o di chi costruisce dottrine è, per
definizione, tecnica, specialistica; difficilmente olistica. Ecco che si rientra nelle domande
già fatte: dove deve fermarsi la invadenza dello Stato? Dove si
esaurisce il ruolo dello Stato? È questa invadenza
che crea disagi e frustrazione, sentimenti anti sistema e conflitti sociali,
minacce via social, lotta di partiti: caos labirintico senza uscite. È
questa invadenza che compagina le carte e genera dibattiti surreali come quello
che tratta di chi siano i figli: dello Stato o della famiglia? Sembra proprio che la famiglia che vive nel bosco, fra le
tante famiglie italiane disagiate, abbia vinto un premio speciale.La Natura
propone una netta soluzione: equilibrio, che si controlla non generando
inutili tensioni. La cultura di cui siamo portatori non contempla
l’annichilimento della famiglia.