Il
fonogramma dell’allora procuratore capo Gaetano Martorana, così recitava quella
notte tra l’8 ed il 9 Maggio del 1978, dinanzi al ritrovamento dei resti umani
di Peppino Impastato, dopo l’esplosione dinamitarda sui binari: “persona allo stato ignota,
ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo
della propria autovettura all'altezza del km. 30+180 della strada ferrata
Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo,
dilaniava lo stesso attentatore”. Sono trascorsi 24 anni dalla
sentenza della Corte d’Assise di Palermo che condannava all’ergastolo Gaetano
Badalamenti, lo “zu Tano seduto” del programma satirico radiofonico di
controinformazione e di denuncia antimafia,
Onda Pazza, quale mandante dell’omicidio di Peppino Impastato, anche se di
anni ne sono stati scontati soltanto due, in quanto il colpevole è deceduto
nell’Aprile del 2004 e altrettanti ne trascorsero da quel 9 Maggio del 1978, lo
stesso giorno dell’uccisione di Aldo Moro in via Caetani a Roma, perché fosse finalmente
restituita dignità, dopo anni di depistaggi, inchieste e occultamento delle
prove per collusione delle forze dell’ordine con lo Stato mafioso, ad un
intellettuale politico e attivista, dal destino già segnato, per essersi
opposto coraggiosamente agli pseudo valori di legalità e di rispetto della
propria famiglia, intrallazzata con le cosche mafiose di Cinisi e dintorni e
coinvolta con i traffici di droga provenienti dagli Stati Uniti, disonorando soprattutto
suo padre Luigi: il tutto reso possibile grazie alla tenacia di mamma Felicia e
di suo fratello più piccolo, Giovanni, nonché dei compagni militanti di Peppino.
Accade così che nelle pagine del
libro-memoria Mio Fratello, tutta una vita con Peppino, di Giovanni
Impastato, (Libreria Pienogiorno), si respiri pienamente quella curiosità e
voglia di ricerca, impartita sin dalla tenera età, dall’educazione amorevole
dello zio Matteo, divoratore di giornali e appassionato di lettura, dispensatore
di libri essenziali nella formazione del pensiero soggettivo e critico di ogni
individuo, mosso dall’amore per la sapienza trasmessa al nipote Peppino. Leggiamo
a pag. 198 il prezioso monito di zio Matteo: “La banalità e la superficialità
sono nemici della vostra crescita, nun vi duviti mai firmari, guardatevi sempre
attorno, non accontentatevi di quello che molti tentano di farvi credere in
maniera sbagliata. Bisogna essere critici, propositivi e costruttivi. Chistu pò
succediri sulu cu u studiu e la conoscenza”. Peppino in seguito, non solo si iscriverà alla
facoltà di Filosofia di Palermo ma comporrà anche alcune poesie d’amore,
probabilmente indirizzate ad una certa Anna, tanto da apparire agli occhi
ingenui di suo fratello Giovanni, un ragazzo vivace, serio, intelligente e protettivo, lo spirito
audace della casa, ribelle alle condizioni dettate dall’esterno, contraddistinto
dall’instancabile ricerca della verità nel profondo anche quando pericolosa e
scomoda, immerso a capofitto nella vita politica e sociale ma non nella
leggerezza della vita.
Del rapporto fraterno di Peppino e Giovanni ho trovato
singolare l’intesa di complicità che si instaura fra i due, nonostante la
differenza d’età di 5 anni e quel sentimento di paura che accompagna sin dalle
prime pagine il piccolo Giovanni, allorquando decidono in totale simbiosi di
adottare la strategia del silenzio, una sorta di tacito accordo essenziale ai
due giovanissimi investigatori, tutte le volte che si rendono testimoni dei loschi
soggiorni degli amici latitanti del papà Luigi e dello zio Cesare Manzella,
capo della mafia di Cinisi, per discutere di affari a cui né i “picciriddi” né
le donne di casa hanno libero accesso. Ogni movimento, ogni ritrovamento, come
la scoperta della botola segreta, nascondiglio e via di fuga dei latitanti,
ogni parola detta e taciuta dagli adulti, ogni sguardo triste di mamma Felicia,
ogni espressione di preoccupazione della zia Fara, ogni individuo che si aggira
presso la tenuta di zio Cesare ed in casa Impastato, rappresentano un pezzo del
grande puzzle che Peppino vuole comporre a tutti i costi, per confermare a se
stesso quanto la mafia sia prepotentemente radicata tanto nel modus vivendi
delle famiglie siciliane quanto all’interno delle istituzioni socio-politiche dell’Italia
dell’epoca, intaccando i principi e valori di Libertà di pensiero e di rispetto
e quanto, inoltre, sia direttamente proporzionale e forte in lui la convinzione
di doverla combattere in prima linea, di dover estirpare il male mafioso fondato
sulla schiavitù e sulla corruzione di pensiero, specialmente dopo l’assassinio
al tritolo dello zio Cesare. L’omicidio dello zio Cesare, infatti, rappresenta
un punto ulteriore di svolta nelle indagini del giovane Peppino che culminano
sia nella cacciata di casa da parte del papà Luigi che lo reputa fin troppo
comunista, disonorando in tal modo la famiglia,sia nella fondazione del giornale politico “L’idea” e di “Radio Aut”
così come nella conduzione del programma radiofonico “Onda Pazza” in cui
Peppino denuncia e deride impavidamente mafiosi e politici locali definendo la
mafia “Una montagna di merda”.
Giovanni, frattanto, dopo aver letto il libro Il
giorno della Civetta di Sciascia, prezioso dono regalatogli da Peppino, il
quale, sulle orme di zio Matteo, desidera inculcare nel fratello minore, una
coscienza politica, un pensiero libero e svincolato da condizionamenti, tanto
più se di origine mafiosa, sostiene energicamente il lavoro di
sensibilizzazione culturale avviato da Peppino e dai suoi compagni militanti
nel territorio di Cinisi e della limitrofa Terrasini, organizzando incontri e
riunioni di natura intellettuale, in cui cinema, arte e letteratura trovino
ragion d’essere, lui Giovanni, meno pragmatico, consapevole di non essere
pronto per il grande salto nella lotta di classe, al pari di Peppino: “Io, il
borghese consapevole che non ha ancora deciso di fare il salto” (pag. 218), ma in
seconda fila per ricordare a Peppino sempre di stare attento, di non rischiare
troppo eppur collaborativo con la sua 128 gialla per coinvolgere quanti più
giovani possibili nel nuovo attivissimo circolo Musica e Cultura da poco
costituitosi. Dopo la morte di papà Luigi, investito da un’auto in tarda notte,
dopo la chiusura della sua pizzeria, in verità ammazzato su mandato dai suoi
amici mafiosi, Peppino rifiuta categoricamente la stretta di mano di Don Tano
al funerale: “Itivinni, nun siti degni di strìnciri a me manu” (pag. 256). Il
“vaccaro boia” è l’ appellativo conferito a Badalamenti da mamma Felicia.
Con
quella morte la famiglia Impastato si trova a vivere momenti di intensa paura e
angoscia, si sentono privi della protezione del papà, paura che invece non
intacca l’attivismo politico di Peppino portandolo a candidarsi alle elezioni comunali
nel Maggio del ’78 per il partito di Democrazia Proletaria. Peppino vuole e
deve combattere su due fronti: quello della lotta politica umile e giusta, non
armata e pacifica per la collettività e quello della sua lotta segreta
familiare antimafia. Così, rivolgendosi a suo fratello, Peppino, in piena
campagna elettorale, afferma soddisfatto: “Come vedi, Giovanni, la promessa che
io ho fatto quindici anni fa è stata mantenuta, credo sia il caso di iniziare
fin da ora a mantenerne qualche altra, magari per altri quindici anni ancora.
Ci vediamo domani e ne parliamo con calma” (pag. 259).
Peppino, il “dissacratore
pasoliniano”, non tornerà mai più da quella sera, ma rivivrà per sempre,
ostinatamente nei lunghi anni a venire per volere di mamma Felicia, del
fratello Giovanni, dei compagni militanti e di tutte quelle persone ed
istituzioni che hanno creduto, vedi i giudici Falcone e Borsellino fondamentali
nelle inchieste sul mafioso Gaetano Badalamenti, e che ancora credono che la
giustizia sociale sia una responsabilità davanti al mondo, per usare le parole
di Giovanni Impastato, perché Peppino risorge ogni giorno e tutte le volte che fra
i banchi di scuola, in famiglia e nei rapporti socio-economici e politici si
rispetti la dignità di ciascun individuo senza prevaricazioni, senza
atteggiamenti arroganti e disonesti ma volti a costruire la Pace. Per questo anche noi, come il fratello Giovanni Impastato, tutta la vita conPeppino.