Caro Angelo Gaccione, un amico
colto le cui parole sono ancora nel mare della banalità, mi ha inoltrato il
blog. Mi ha colpito il titolo “Odissea”. Ricambio con una poesia.
Cordialmente Peter Hubscher. * Grecalia di Peter Hubscher Ulisse
navigò Il salso
mare adriatico, il colto
Jonio, l’irato Tirreno. Lo perdemmo
a Citera. Lo scorgemmo tra Cariddi e Scilla. La onda
schiumosa ci trascinò lontano e lo vedemmo salutarci. Restai casa
senza padrone, campo senza aratore, allievo
senza maestro. Dei
lontani, ridatemi la vista per ritrovare la rotta verso la
mia amata Atene. Efebo, per
punire i troiani, mi unii ai guerrieri del mio re. Efebo grazioso
ma povero, i nobili mi disprezzarono. Non
cavaliere, non fante fui. Lavapiatti mi nominarono.
Non armi ebbi, ma stracci. Mi vide Ulisse. Con lo
sguardo mi misurò. Mi fece suo
discepolo e io lo elessi a mio maestro e amante. Esplorammo
assieme i piaceri della mente e del corpo. Quando
conquistata Ilio, mi offrirono il ritorno ad Atene ricco di
onori e prede, rifiutai. Mi imbarcai
con il mio maestro a cui mi ero donato corpo e
anima. Entrambi fummo
delusi da quella epopea diventata
una squallida storia di violenze, tradimenti, massacri,
stupri. Vedemmo
entrambi che non vi era gloria in quanto fatto. Il maestro
ci assicurò che presto saremmo tornati in patria, ma io
sentii il canto del suo cuore che anelava a cieli sconosciuti sopra mari tempestosi punteggiati
di isole feconde. E per amore
lo seguii lasciando che fosse il desiderio per la sua
mente e per il suo corpo a guidarmi. Dalla prima
ebbi in dono saggezza e conoscenza, dal secondo
amore e passione dei sensi. Ora
solitario alle foci dell’Istros là dove le torbide acque entrano nel
Pontos Axeinos, vivo dei
doni che mio offrono i barbari Sciti affinché
insegni ai loro figli la parlata greca. Allora
racconto loro di Ilio e della guerra per la bella Elena. Illustro
gli eroi, racconto come vincemmo e tornammo. Ma quando
con la parola onoro Ulisse, un groppo
mi chiude la gola e piango. Allora gli
innocenti efebi si chiedono in cosa mi hanno offeso e cercano
di consolarmi.