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lunedì 6 aprile 2026

LA PAROLA AI LETTORI


 
Caro Angelo Gaccione,
un amico colto le cui parole sono ancora nel mare della banalità, mi ha inoltrato il blog. Mi ha colpito il titolo “Odissea”. Ricambio con una poesia. Cordialmente Peter Hubscher.
 
* 
Grecalia
di Peter Hubscher
 
Ulisse navigò
Il salso mare adriatico,
il colto Jonio, l’irato Tirreno.
Lo perdemmo a Citera. Lo scorgemmo tra Cariddi e Scilla.
La onda schiumosa ci trascinò lontano e lo vedemmo salutarci.
Restai casa senza padrone, campo senza aratore,
allievo senza maestro.
Dei lontani, ridatemi la vista per ritrovare la rotta
verso la mia amata Atene.
Efebo, per punire i troiani, mi unii ai guerrieri del mio re.
Efebo grazioso ma povero, i nobili mi disprezzarono.
Non cavaliere, non fante fui. Lavapiatti mi
nominarono. Non armi ebbi, ma stracci. Mi vide Ulisse.
Con lo sguardo mi misurò.
Mi fece suo discepolo e io lo elessi a mio maestro e amante.
Esplorammo assieme i piaceri della mente e del corpo.
Quando conquistata Ilio, mi offrirono il ritorno ad Atene
ricco di onori e prede, rifiutai.
Mi imbarcai con il mio maestro a cui mi ero donato
corpo e anima.
Entrambi fummo delusi da quella epopea
diventata una squallida storia di violenze, tradimenti,
massacri, stupri.
Vedemmo entrambi che non vi era gloria in quanto fatto.
Il maestro ci assicurò che presto saremmo tornati in patria,
ma io sentii il canto del suo cuore che anelava a cieli sconosciuti
sopra mari tempestosi punteggiati di isole feconde.
E per amore lo seguii lasciando che fosse il desiderio
per la sua mente e per il suo corpo a guidarmi.
Dalla prima ebbi in dono saggezza e conoscenza,
dal secondo amore e passione dei sensi.
Ora solitario alle foci dell’Istros là dove le torbide acque
entrano nel Pontos Axeinos,
vivo dei doni che mio offrono i barbari Sciti
affinché insegni ai loro figli la parlata greca.
Allora racconto loro di Ilio e della guerra per la bella Elena.
Illustro gli eroi, racconto come vincemmo e tornammo.
Ma quando con la parola onoro Ulisse,
un groppo mi chiude la gola e piango.
Allora gli innocenti efebi si chiedono in cosa mi hanno offeso
e cercano di consolarmi.