Noelia
Castillo, un dolore senza fine. La soglia del dolore è la reazione più o meno
intensa a uno stimolo che ognuno di noi percepisce come destabilizzante: un’esperienza
soggettiva, determinata principalmente da fattori genetici, ma anche emotivi,
culturali e psicologici, variabili nel tempo nella persona stessa. Uguale
intensità che risulta essere intollerabile per alcuni, per altri è più che
sopportabile. Quale deflagrazione è avvenuta all’interno di Noelia Castillo, una
donna di ventuno anni per decidere di non voler più vivere e che gettarsi dalla
finestra può essere la soluzione migliore per liberarsi dal dolore di cui è prigioniera
da troppo tempo? Un dolore iniziato all’età di tredici anni quando viene tolta
dalla famiglia in difficoltà economiche: da questo momento inizia un percorso disastroso
di abusi culminati nel 2022 quando, dopo le violenze del compagno, viene
stuprata da tre giovani conosciuti in discoteca. Con un primo tentativo non
riesce a uccidersi, ma il destino si accanisce e con il successivo atto non
muore, rimanendo però paralizzata: dolore fisico costante su una personalità
già spezzata psichicamente. Alla richiesta di voler essere sottoposta all’eutanasia,
certamente sarà seguito un percorso di accompagnamento alla morte, ma sinceramente
mi sembra di vedere il team dei medici piuttosto soddisfatti all’idea di avere il
corpo di una ventitreenne da cui espiantare gli organi da trasferire a pazienti
in attesa di trapianto. E qui inizia la lotta del padre e degli amici di Noelia
che si frappongono per ben due anni all’esecuzione; infine il 26 marzo 2026 termina
il percorso umano di questa giovane donna, la fine del viaggio solo della sua
anima perché i suoi organi vivranno in altre persone. Il suo sangue circolerà
nelle vene di altri esseri che ne assorbiranno pensieri e probabilmente
ricordi... perché non è un caso unico di quel ragazzo che risvegliandosi dopo
l’operazione ha impressionato i familiari con un tifo per la squadra di calcio
fino ad allora “nemica”. Molti penseranno a una “fake” perché è difficile
ammettere che quello che non possiamo misurare con la strumentazione fantastica
in nostro possesso, esista davvero.
Noelia, la
giovane donna catalana di nascita, potrebbe essere nata ovunque, non a Madrid,
perché lo stupro non è un caso isolato e il crescendo di violenza a cui
assistiamo ogni giorno è un fatto accertato: nel piccolo come nel grande.
Violenza ovunque. Dal ragazzino che esce di casa armato di coltello e va a
punire l’insegnante senza il conseguente minimo pentimento, alle varie pulizie
etniche che si sono succedute nei secoli e a cui stiamo assistendo con orrore nel
Medio Oriente. Le immagini che arrivano, nonostante divieti, degli omicidi
mirati sui giornalisti testimoni di tanta efferatezza negano il detto “Historia
magistra vitae”: non abbiamo imparato niente, reiteriamo comportamenti
inconcepibili per la mente umana. Un popolo che aveva subito l’Olocausto sta
portando a termine lo stesso protocollo su una popolazione inerme, dopo averla
angariata per più di trent’anni. Inerme, perché i bambini non sono seguaci di
Hamas e sappiamo benissimo chi ha foraggiato abbondantemente questa
organizzazione omicida. Una domanda è lecita: che cosa succede nel profondo di chiunque
subisca una simile crudeltà? Le cellule tengono la memoria e trasmetteranno
alle generazioni future queste informazioni: quindi la domanda è, che ne sarà della
popolazione sopravvissuta (perché è impossibile sopprimerli tutti nonostante
gli editti dei vari sionisti) al genocidio, all’invasione con mitra spianati
dell’IDF, autodefinitosi “l’esercito più etico”? Lo stesso Andreotti aveva
dichiarato che fosse nato in quella terra sarebbe diventato un terrorista... ma
chi sono oggi i veri terroristi? Quelli che imbracciano i fucili o chi dà
l’ordine omicida? Perché sta emergendo chiaramente chi sono i veri mandanti... Forse se
incominciassimo a osservare il mondo che ci circonda con meno egoismo e con
maggiore sensibilità verso chi soffre, ci sarebbero meno Noelie costrette a
chiedere di essere liberate dal dolore attraverso un sistema sanitario non in
grado di supportare il malato, ma assai pronto a ricavarne guadagni e in modo
violento, visto che gli organi le sono stati asportati da viva, con
l’accertamento della “morte cerebrale”, dicitura che legalizza tale operazione. Le ultime
parole della venticinquenne, in perfetta solitudine, come da lei desiderata? “Alla
fine ce l’ho fatta. Vediamo se finalmente posso riposare”.