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domenica 12 aprile 2026

LE “TORRI GEMELLE” DELL’ARENGARIO
di Angelo Gaccione
 

L'Arengario

Milano ha le sue “Torri Gemelle”, torri è un sostantivo azzardato dal momento che in altezza non credo superino i trenta metri, ma gemelle lo sono. Sto parlando dei due corpi identici che affacciano su Piazza del Duomo e che compongono quello che è a tutti noto come il Palazzo dell’Arengario. I due edifici, dal gusto apertamente fascista (la loro costruzione era iniziata nel 1936), si presentano visivamente come fossero tre blocchi sovrapposti ciascuno. Dalle alte aperture, ai portici, alle arcate, alle decorazioni di Arturo Martini, alle balconate, fino ai tetti a padiglione, i due edifici sono simili. 


I sestieri di uno dei bassorilievi

Quello che si è fuso con un braccio del palazzo Reale differisce dall’altro per lo scalone alla sua sinistra. Ora è divenuto l’ingresso al Museo del Novecento. Un tempo non erano uniti, e lungo l’apertura (Passaggio Arengario mi piace nominarlo, ora che non c’è più) transitava il tram che costeggiava il Duomo e il Palazzo dell’Arcivescovado. Per anni ho attraversato quel passaggio, e per anni, quando mi toccava il turno di lavoro fino alle ventitré, facevo i pochi metri che da piazza Missori arrivano in via Dogana imboccando il corto segmento di via Cappellari, e prendevo il tram che mi portava a casa. 



Nel corso del tempo dell’Arengario ho sempre sentito parlar male; fra i tanti che avrebbero voluto vederlo demolito c’era il mio amico Roberto Guiducci, noto urbanista e sociologo coltissimo. Io, avendolo visto sempre lì, mi ci ero affezionato; e poi non volevo che tutto ciò che richiamasse il fascismo fosse demolito: non foss’altro perché le generazioni più giovani come la mia, potessero metterlo a confronto con le architetture di epoche differenti e capirne il senso. Per fortuna è sopravvissuto.
Ho davanti agli occhi la sua gradinata, lo slargo fra il Palazzo Reale e il Duomo con le scene del film Mussolini ultimo atto che vi ha girato il regista Carlo Lizzani nel 1974. Non era bello neppure il palazzo che c’era prima del 1936, come ho potuto vedere da una foto di quel tempo, poi demolito. Le costruzioni gemelle hanno avuto il merito, se non altro, di creare una specie di cornice che dall’imbocco della Galleria Vittorio Emanuele esalta e racchiude il parallelepipedo della Terrazza Martini con i suoi quindici piani o più. 


La Terrazza Martini nell'ora blu

Tale è la sensazione visiva di chi allunga lo sguardo verso piazza Diaz, che però ha perduto il carattere di piazza da quando vi è stato posizionato il monumento ai carabinieri e la brutta cabina di un ascensore che conduce nel ventre di un parcheggio sotterraneo. Il traffico disturba l’attenzione e lo spazio appare abbastanza limitato rispetto alla volumetria degli edifici. Per fortuna i portici permettono ai passanti di cogliere da varie postazioni la trama razionalistica di una architettura moderna solida, massiccia, imponente.


Nella sfera...

Oggi una delle “gemelle” è diventata sede del Museo del Novecento e contiene tante opere degli artisti futuristi, Boccioni in primis; considerato il contenitore, ci stanno benissimo. Ma vi ha trovato casa, finalmente, com’era giusto che fosse, anche la gigantesca installazione di Enrico Baj: I funerali dell’anarchico Pinelli in una sala tutta per sé. 


Davanti all'installazione
di Baj

È un museo che non stanca: non è esageratamente vasto e non è esageratamente affollato. Lo si può godere con agio senza venirne sopraffatti. È un museo davvero della città, per le tante donazioni private che lo hanno reso possibile. Salendo verso la “Sala Fontana” la vista è magnifica: affacciarsi dalle sue vetrate e vedere il Duomo dall’alto è uno spettacolo impagabile. Visitatori e coppiette di innamorati si fanno fotografare con la cattedrale alle spalle, con la piazza o la Galleria. Cedendo alla tentazione, mi sono fatto fotografare anch’io da una giovane coppia di stranieri. 



Dalla parte opposta svetta un pezzo del “mio” amato Campanile di San Gottardo con il suo bel cotto rossiccio, ma questo l’ho fotografato da me: è un nostro segreto.