II Un viso
affilato dalla fatica di vivere, la pelle bruciata dalle intemperie, la camicia
e i calzoni con le toppe: per i francesi, Botescià, come lo chiamavano loro,
era diventato un mito della bicicletta. Prima metà degli anni venti, quelli
ruggenti, con Picasso a Parigi e, con lui, Josephine Baker, il jazz, il
charleston e Gertrud Stein e Festa mobile di Ernest Hemingway. Ma anche
gli anni della Marcia su Roma, del delitto Matteotti e dei tanti morti in Italia
durante la presa del potere di Mussolini e di Piero Gobetti, che muore proprio
a Parigi e dei tanti esuli antifascisti a confrontarsi con le violenze contro
di loro, organizzate dai fascisti, seguaci feroci del dittatore italiano, presenti
anche al di là dei confini italiani. Lui, Botescià, è Ottavio Botecchia, primo
italiano a vincere il Tour de France, per due volte di seguito, povero figlio
di un carrettiere veneto, affetto da un travolgente amore per la bicicletta, scampato
alla morte sul Carso, alla malaria, al gas, alla prigionia, che fa mille
lavori, mette i soldi da parte e si compra la “macchina”: la bicicletta. E
impara a pedalare e, quando va al Tour de France, lo fa per vincerlo. Nelle
tappe più dure, deve partire alle due del mattino, pedalare per dieci o dodici
ore, percorrere molte volte quattrocento chilometri su bici che pesano ventotto
chili, senza assistenza tecnica, e lo fa per ben due anni e per due anni è
maglia gialla dal primo all’ultimo giorno. Botescià! Il mito di un uomo che nello
sport ha trovato il riscatto da una situazione di privazione e povertà.
Già! Un
mito di tutti e per tutti ! Ma, come metterla con quell’altro mito che i
fascisti stavano costruendo per il popolo italiano? Con “mascellone” Benito? Questo
sconosciuto eroe poteva diventare scomodo, non solo per la sua epica bravura
sulle strade dell’Europa, ma anche perché rischiava di far capire a tutti la
verità: in Italia, al di là della retorica fascista, persistevano sacche
tremende di povertà, non solo al Sud, ma anche al Nord, fra il suo Veneto e il
suo Friuli.In quegli anni, Ottavio studia e legge, mostra la sua adesione agli
ideali di libertà del socialismo. E dice: “Io non corro per sport, né per gli
evviva delle folle. E neppure per i fiori delle belle ragazze e tanto meno per
la gloria. Io corro per guadagnare del denaro… corro per la mia famiglia e non
temo sofferenze. Corro per la mia famiglia: è povera e farò di tutto il
possibile perché non viva in miseria”. Il 3 giugno 1927 un contadino lo
rinviene agonizzante su una strada di campagna: in ospedale, a Gemona, nel suo
Friuli, riscontreranno diverse fratture craniche e alla clavicola destra.
Rimarrà senza mai riprendere conoscenza fino al 15 giugno, giorno della sua
morte. Le autorità diranno che l’exitus e le lesioni sono state la conseguenza
della caduta nel corso di un allenamento. Ma la perizia medica e il referto parlano
di una incompatibilità delle fratture del cranio con una semplice caduta dalla
bicicletta, che invece erano più verosimilmente da attribuire a violente
bastonature da corpi contundenti. Non furono riscontrate ammaccature o alcuna
lesione a carico della bicicletta.
Non è mai stato ritrovato il verbale redatto
dal comandante dei carabinieri di Gemona, che dopo qualche giorno fu trasferito
in Sardegna. Stranamente quel giorno 3 giugno, Bottecchia fu lasciato allenarsi
da solo, cosa che non era mai accaduto e c’è da ricordare che ai funerali di Ottavio
non si presentarono tutti i suoi amici ciclisti, chiaramente intimiditi dalle
circostanze dell’evento. E, infine, non si può passare sotto silenzio che anche
suo fratello Giovanni, era morto, un mese prima, investito, anche lui, da un’
auto di grossa cilindrata, guidata da un industriale importante della zona,
mentre era a bordo della sua bici. Qualcuno si chiede ancora come davvero abbia
perduto la vita, ad appena 32 anni, Ottavio Botecchia, detto dai suoi
ammiratori francesi, Botescià? Noi che siamo antifascisti, la verità la
intuiamo bene, perché di questi eventi è piena la storia italiana di quegli
anni, e non smetteremo mai né di cercarla né di dirla. Ad alta voce! Viva la
Resistenza. Viva il XXV Aprile!