Pagine

giovedì 16 aprile 2026

VERSO IL XXV APRILE
di Zaccaria Gallo
 

Ottavio Botecchia

Ottavio Botecchia


II
Un viso affilato dalla fatica di vivere, la pelle bruciata dalle intemperie, la camicia e i calzoni con le toppe: per i francesi, Botescià, come lo chiamavano loro, era diventato un mito della bicicletta. Prima metà degli anni venti, quelli ruggenti, con Picasso a Parigi e, con lui, Josephine Baker, il jazz, il charleston e Gertrud Stein e Festa mobile di Ernest Hemingway. Ma anche gli anni della Marcia su Roma, del delitto Matteotti e dei tanti morti in Italia durante la presa del potere di Mussolini e di Piero Gobetti, che muore proprio a Parigi e dei tanti esuli antifascisti a confrontarsi con le violenze contro di loro, organizzate dai fascisti, seguaci feroci del dittatore italiano, presenti anche al di là dei confini italiani. Lui, Botescià, è Ottavio Botecchia, primo italiano a vincere il Tour de France, per due volte di seguito, povero figlio di un carrettiere veneto, affetto da un travolgente amore per la bicicletta, scampato alla morte sul Carso, alla malaria, al gas, alla prigionia, che fa mille lavori, mette i soldi da parte e si compra la “macchina”: la bicicletta. E impara a pedalare e, quando va al Tour de France, lo fa per vincerlo. Nelle tappe più dure, deve partire alle due del mattino, pedalare per dieci o dodici ore, percorrere molte volte quattrocento chilometri su bici che pesano ventotto chili, senza assistenza tecnica, e lo fa per ben due anni e per due anni è maglia gialla dal primo all’ultimo giorno. Botescià! Il mito di un uomo che nello sport ha trovato il riscatto da una situazione di privazione e povertà. 



Già! Un mito di tutti e per tutti ! Ma, come metterla con quell’altro mito che i fascisti stavano costruendo per il popolo italiano? Con “mascellone” Benito? Questo sconosciuto eroe poteva diventare scomodo, non solo per la sua epica bravura sulle strade dell’Europa, ma anche perché rischiava di far capire a tutti la verità: in Italia, al di là della retorica fascista, persistevano sacche tremende di povertà, non solo al Sud, ma anche al Nord, fra il suo Veneto e il suo Friuli.In quegli anni, Ottavio studia e legge, mostra la sua adesione agli ideali di libertà del socialismo. E dice: “Io non corro per sport, né per gli evviva delle folle. E neppure per i fiori delle belle ragazze e tanto meno per la gloria. Io corro per guadagnare del denaro… corro per la mia famiglia e non temo sofferenze. Corro per la mia famiglia: è povera e farò di tutto il possibile perché non viva in miseria”. Il 3 giugno 1927 un contadino lo rinviene agonizzante su una strada di campagna: in ospedale, a Gemona, nel suo Friuli, riscontreranno diverse fratture craniche e alla clavicola destra. Rimarrà senza mai riprendere conoscenza fino al 15 giugno, giorno della sua morte. Le autorità diranno che l’exitus e le lesioni sono state la conseguenza della caduta nel corso di un allenamento. Ma la perizia medica e il referto parlano di una incompatibilità delle fratture del cranio con una semplice caduta dalla bicicletta, che invece erano più verosimilmente da attribuire a violente bastonature da corpi contundenti. Non furono riscontrate ammaccature o alcuna lesione a carico della bicicletta. 



Non è mai stato ritrovato il verbale redatto dal comandante dei carabinieri di Gemona, che dopo qualche giorno fu trasferito in Sardegna. Stranamente quel giorno 3 giugno, Bottecchia fu lasciato allenarsi da solo, cosa che non era mai accaduto e c’è da ricordare che ai funerali di Ottavio non si presentarono tutti i suoi amici ciclisti, chiaramente intimiditi dalle circostanze dell’evento. E, infine, non si può passare sotto silenzio che anche suo fratello Giovanni, era morto, un mese prima, investito, anche lui, da un’ auto di grossa cilindrata, guidata da un industriale importante della zona, mentre era a bordo della sua bici. Qualcuno si chiede ancora come davvero abbia perduto la vita, ad appena 32 anni, Ottavio Botecchia, detto dai suoi ammiratori francesi, Botescià? Noi che siamo antifascisti, la verità la intuiamo bene, perché di questi eventi è piena la storia italiana di quegli anni, e non smetteremo mai né di cercarla né di dirla. Ad alta voce! Viva la Resistenza. Viva il XXV Aprile!