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giovedì 16 aprile 2026

IDEOLOGIA E POLITICA
di Marcello Campisani 



I
Di fondo, l'entelechia genericamente liberale si sviluppa nella libertà, quella comunitaria nell'uguaglianza. Entrambe secernono patologie politiche di diverso grado. Il liberalismo, accentuando la libertà a scapito della parità, comporta fisiologicamente un continuo stato di belligeranza ed una sistematica rincorsa dei principi giuridici. Tende a degenerare nel liberismo, dove non esistono più le ragioni dell'essere, ma esclusivamente quelle dell'avere. Le due guerre mondiali -specialità tutta occidentale- non hanno insegnato, in proposito, alcunché. Già con la dottrina Monroe, gli U.S.A. si sono attestati nella zona grigia tra liberalismo e liberismo, pretendendo di insegnare all'universo mondo come vivere, fino ad assumersi il compito di esportare, a suon di bombe, la loro presuntiva democrazia. Parafrasando Hegel, che a Jena aveva visto in Napoleone lo spirito del mondo a cavallo, io vedo in Trump la personificazione del liberismo. Se avesse con sé la maggioranza degli statunitensi saremmo addirittura nell'iper-liberismo.
In tal caso la fine della vita sulla terra sarebbe solo questione di tempo.
Come egregiamente ci ha spiegato Gunter Anders, (primo grande amore, ma più profondo e acuto filosofo, di Hannah Harendt) fascismo e nazismo, non rappresentano altro che l'herpes giovanile del liberismo.



Il comunismo, per converso, fonda su una irreprensibile teoria, le cui radici affondano nel pentalogo pitagorico e di poi nella predicazione di Cristo che con Pitagora ha moltissimo in comune. L'insegnamento evangelico, nella sua proiezione laicale, sfocerà, in forme cruente e contraddittorie, nella rivoluzione francese. Verrà di poi, nei suoi cardini essenziali, codificato nel codice napoleonico. Codice che, a fuochi finiti e a guerra perduta, rivoluzionerà comunque l'economia e sconvolgerà, con la sua ventata di giustizia, l'assetto sociale, avendo abolito la legge del maggiorasco e con essa il perpetuarsi del latifondo. Quest'ultimo veniva integralmente ereditato dal figlio primogenito, lasciando ai cadetti l'opzione della carriera militare o di una vita debosciata ed alle sorelle il matrimonio o il convento. La parità dei diritti dei figli legittimi comportò il frazionamento di quella che era da sempre rimasta null'altro che una riserva di caccia, dando luogo alla coltivazione dei terreni suddivisi, rivoluzionando così la primaria fase della catena economica, quella data dai frutti della terra. Napoleone stesso ne andava più orgoglioso che delle sue quaranta battaglie, forse consapevole che solo il diritto e null'altro può salvare il mondo.



La stessa nostra Costituzione è, nei suoi capisaldi, di matrice comunista. L'articolo tre, che ne costituisce il baricentro, è opera di Lelio Basso, giurista di eccelsa caratura morale e culturale e tanto comunista da aver presieduto il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria). Il comunismo peraltro, malgrado l'ineccepibile teoria, spesso degenera in spietate dittature. In tal caso è simile al nazismo. Stalin ne costituisce l'esempio più eclatante ed abominevole, avendo annientato le libertà e massacrato, a milioni, i suoi stessi cittadini. Lasciò peraltro intonsa la teoria, limitandosi ad aggirarla, tanto che non cancellò, né alterò l'ottima Costituzione sovietica.
Gli bastò dire che la stessa non si applica ai nemici della rivoluzione, mandando così a crepare nei campi di lavoro forzato, i famigerati gulag siberiani, i cittadini ostili o... superflui.
Il comunismo tuttavia, per quanto degenerato, non ha l'analoga esigenza nazi-fascista di inventarsi dei nemici. Soprattutto non esterni. Quelli interni gli possono bastare. La marxiana lotta di classe vive infatti del dualismo hegeliano servo/padrone. Non dispone perciò di un sistema da esportare con la forza e quindi non ha mire espansionistiche. Ogni proletariato deve affrancarsi da sé. Anche per tale ragione, l'attribuire alla Russia di Putin, che è già più vasta di qualche continente, tanto di doversi avvalere di ben 11 fusi orari, non può che essere una menzogna, dettata dalla necessità di disporre sempre di un nemico, dipinto come pericolo imminente, quale elemento indispensabile a trasformare i cittadini in sudditi.



Da simili degenerazioni è sempre rimasto immune il comunismo italiano, casomai aggredito e mai aggressore, e contro cui vennero addirittura organizzate formazioni para-militari segrete, come le tre su cui non mi soffermo, rispettivamente presiedute da Licio Gelli, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, tutte pronte ad intervenire militarmente, agli ordini degli USA, in caso di vittoria elettorale del partito comunista. 
Di fatto, la martellante propaganda destrorsa è riuscita a far identificare il termine comunismo con quello di stalinismo, nell'identica accezione negativa.
Basti ricordare, come l'ex ministro (ahimè della cultura) Gennaro Sangiuliano, richiesto di proclamarsi anti-fascista, sfidò il proprio interlocutore di dichiararsi lui, per primo, anti-comunista, così identificando, nella sua ignoranza, i due ismi. Nella sostanza, comunista italiano equivale a cristiano italiano, avendo analogo fondamento teorico. Vertici comunisti furono infatti personaggi di alta caratura morale, quali l'irreprensibile Enrico Berlinguer e Palmiro Togliatti. Quest'ultimo approvò, pro bono pacis, (e fece male, lo stesso De Gasperi era contrario) quell'obbrobrio giuridico che è l'art.7 , che ha costituzionalizzato i Patti Lateranensi e che, essendo in contrasto con i principi fondamentali, andrebbe da un governo finalmente laico, espunto dalla Carta costituzionale, con la quale è in stridente contraddizione.



Palmiro Togliatti concesse, come primo atto da presidente del Consiglio, l'amnistia ai reati di fascismo, alla fine della guerra. Subì un attentato che stava per provocare, stante il clima politico e la forte indignazione popolare, una guerra civile e si prodigò, dal letto d'ospedale, in tutti i modi, riuscendo a scongiurarla, anche per merito dell'entusiasmo per la bella impresa di Gino Bartali, che in quel giorno vinse prodigiosamente il tour de France.                                       
Recatosi in Russia, dai compagni sovietici, fu tanto poco gradito a Stalin da rischiare la pelle.